Bianca Bianchi, una madre costituente toscana
Storia 1 Ottobre 2026 11 min di lettura

Bianca Bianchi, una madre costituente toscana

Insegnante e partigiana, unica donna toscana alla Costituente, eletta nel 1946 con più del doppio dei voti di Pertini: la storia di Bianca Bianchi.

Ritratto in bianco e nero di Bianca Bianchi, costituente toscana, con i capelli raccolti e una giacca scura a righe

Bianca Bianchi, una madre costituente toscana

Il 2 giugno 2026 è stato l’ottantesimo anniversario di un avvenimento fondamentale: la celebrazione del referendum fra Monarchia e Repubblica e l’elezione dell’assemblea che avrebbe poi scritto la Costituzione Italiana, varata ufficialmente il 1° gennaio 1948. All’alba della nascita di un’Italia nuova, reduce del fascismo e di una guerra disastrosa, si distinsero anche molte donne. Fra queste, in particolare, vorremmo raccontare la figura di una fiorentina troppo spesso dimenticata, ma che merita certamente di essere ricordata come una personalità di primo piano. Parliamo di Bianca Bianchi (1914-2000), nativa di Vicchio, che in quell’occasione venne eletta all’Assemblea costituente, raccogliendo più del doppio dei consensi del capolista Sandro Pertini.

Bianca Bianchi è ricordata come insegnante, politica e prolifica scrittrice. Nasce nel 1914 a Vicchio, in un’umile famiglia di lavoratori. Il padre Adolfo fa il fabbro, ma è anche segretario della locale federazione socialista. La madre Rosa, invece, di mestiere fa la magliaia, e si ostina a lungo a voler imporre la stessa sorte alla figlia. La giovanissima Bianca, tuttavia, manifesta precocemente una grande intelligenza e una forte passione per lo studio. Ancora piccolissima, accompagna il padre a fare comizi a giro per il contado, assorbendo la convinzione di Adolfo che il socialismo significhi “amare i più poveri e fare qualcosa per loro”. Questa esperienza infantile, destinata a lasciarle un marchio indelebile, le farà scrivere, molti anni dopo: in una breve stagione mio padre mi aveva regalato secoli d’amore.

La morte di Adolfo, nel 1921, costringe Bianca e la famiglia a trasferirsi alla Rufina dai genitori della madre. Nonostante l’immensa tragedia, però, sarà proprio il trasferimento a indirizzare la giovane verso un futuro impensabile: il nonno Angiolo, contadino di solida fede antifascista, riconosce nella nipote grandi potenzialità e, contro il volere della madre, la porta con sé a Firenze per permetterle di studiare. Bianca cresce velocemente e progredisce così negli studi; dapprima iscritta alla Scuola Magistrale Gino Capponi, arriva a laurearsi alla Facoltà di Magistero (1939). La sua tesi, discussa con il relatore Ernesto Codignola, si intitola Il pensiero religioso di Giovanni Gentile e le vale una pubblicazione.

La semplice “ragazza di campagna”, quindi, inizia la propria carriera di insegnante, ruolo che reclamerà sempre come sua autentica vocazione. Insegna filosofia in molte scuole in giro per l’Italia, da Genova a Cremona, dove si fa notare per i suoi metodi anticonvenzionali. Richiamata più volte all’ordine per la sua insistenza a voler trattare anche la filosofia ebraica – in un momento storico segnato dalle infami leggi razziali – decide di autoesiliarsi in Bulgaria, dove resterà per un anno all’Istituto di Cultura Italiana di Sofia.

L’Italia, nel frattempo, è entrata in guerra (1940) e, dopo l’8 settembre 1943, è precipitata nell’incubo di una guerra fratricida. Bianca accantona così l’esilio e l’insegnamento, e torna in patria, prendendo parte alla guerra partigiana. L’avvento della Resistenza segna il passaggio, per la giovane insegnante, da un antifascismo esistenziale a una vera e propria maturazione politica consapevole.

Rientrata a Firenze, si riavvicina a Codignola e, su suo invito, entra a far parte del Partito d’Azione. Nei mesi che precedono l’insurrezione generale della città, si distingue per operazioni di volantinaggio clandestino e per un’impresa davvero pericolosissima: fingersi una semplice massaia e trasportare un carretto pieno di armi in mezzo a Piazza della Signoria, gremita di SS e repubblichini.

Le sue manifestazioni di coraggio e la fede nell’ideale socialista la fanno ben presto spiccare anche agli occhi degli altri partigiani. Ma Bianca è pur sempre una donna, fattore che giocherà sempre un ruolo insidioso in ogni sua successiva impresa. Su scala nazionale, le donne a venire decorate con la medaglia d’oro alla Resistenza sono soltanto diciannove: per le istituzioni, sembra, la partigiana migliore sembra essere sempre e solo quella morta, da glorificare con monumenti di materia inerte, ma certo non da omaggiare in vita. Le contraddizioni insite nella percezione della storia delle donne, specie parlando di resistenza, portano infatti a frequenti forme di sminuimento o di sterile retorica.

Ma l’esperienza fatta del fascismo, della guerra e della lotta partigiana è stata per tantissime italiane una realtà viva, tangibile, che non può e non deve essere ignorata. Come racconta in modo cristallino Benedetta Tobagi in La resistenza delle donne (2022), la gioia per la vittoria e la fine della guerra si mescolò subito al rimpianto, perché le donne si rendevano sempre più conto della fine di “un tempo irripetibile”. Preziose testimonianze come quella di Marisa Ombra, partigiana e scrittrice astigiana, aiutano a rendersi conto dell’atmosfera post-bellica vissuta da chi, come lei, si era battuta in prima persona: «Finiva per noi ragazze la trasgressione… la nostra vita non sarebbe mai più stata straordinaria».

Molte donne, al termine della guerra, torneranno quindi alla quotidianità della casa e della famiglia. Ma Bianca, sempre più convinta di dover contribuire alla rinascita del paese, si decide a puntare ancora più in alto. Il momento della svolta è per lei l’intervento al comizio del democristiano Gianfranco Zoli, nella primavera del 1945: ritornando alla combattività di quando aveva soltanto cinque anni e arringava i mugellani dall’alto di una sedia in pagliericcio, Bianca ricomincia a esprimere appieno la sua abilità oratoria, imparando l’efficacia della parola nel produrre azioni, ma anche il sospetto nutrito nei confronti delle donne. L’antagonista più frequente, purtroppo, sono proprio le altre donne, come ricorderà Bianca stessa nelle sue memorie:

«Le donne che venivano ai comizi erano poche e strane. Si mettevano in gruppo: mi spiavano. Mi osservavano i gesti delle mani, commentavano fra loro, mi guardavano i capelli sciolti sulle spalle, l’espressione del viso, mi denudavano come se ai loro occhi conducessi una vita peccaminosa, sempre in mezzo agli uomini, lontana da casa. Sembrava perfino che mi condannassero perché osavo parlare di cose di cui avevano sempre parlato gli uomini e mettessi bocca in problemi che non mi dovevano riguardare. Stavano impalate di fronte a me in attesa di una debolezza, di un cedimento, di una contraddizione. Alla fine, qualcuna applaudiva, fosse pure per il mio coraggio».

In mezzo al caos della guerra ancora in corso, il 1° febbraio 1945 era già stata adottata la prima norma che estendeva il “diritto di eleggere” alle donne italiane. Di lì a un anno, nel gennaio 1946, venne loro riconosciuto anche il “diritto ad essere elette”. Una norma contenuta nel decreto di marzo di quello stesso anno, infine, stabilì l’elettorato passivo a 25 anni. È il passo conclusivo verso il referendum del 2 giugno 1946, che segna il riconoscimento definitivo, nonostante tutto, del ruolo ricoperto dalle donne nella liberazione del Paese. Arrivati a questo punto, Bianca si è mossa dal Partito d’Azione al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), dove, nella primavera del 1946, è ormai emersa come figura centrale nel panorama toscano.

Anna Iberti sorride col volto dentro una prima pagina del Corriere della Sera che titola “È nata la Repubblica italiana”
Federico Patellani immortala l’impiegata dell’Avanti Anna Iberti, 2 giugno 1946

Siamo così giunti al momento centrale della parabola politica ed esistenziale di Bianca Bianchi. La sua fama di grande oratrice e la stima che la circonda, però, non basteranno a lenire i dubbi, i pregiudizi e la scarsa considerazione che i vertici di partito nutrono nei confronti delle donne. Bianca, dal canto suo, riesce comunque a farsi valere. Nella fase convulsa di preparazione alle elezioni, all’interno della federazione socialista serpeggiano malumori dettati dal timore che, a dispetto di tutto, Bianca Bianchi venga effettivamente eletta. Convocata dal partito, viene invitata a firmare una “lettera” senza nemmeno poterla leggere. Ma la giovane insegnante – che all’epoca ha 32 anni, in un mondo di vecchi socialisti “dalla barba bianca” – insiste di averne il diritto. Come ricorda, sempre nelle sue memorie:

«Non era una lettera, ma una dichiarazione. Avrei dovuto dichiarare che mi sarei dimessa dalla carica di deputato, qualora fossi stata eletta: mi si ringraziava perfino del contributo che avevo dato alla propaganda elettorale. Una farsa. La ripiegai e gliela resi. L’amarezza si impadronì di me, ma la nascosi ben bene. “Non firmo”. “Come non firmi?”. “No: è un imbroglio. Avete fatto tutto qui in famiglia, con questi quattro barboni che non sopportano di essere stati scavalcati da una donna. Mi rifiuto di chiamare in causa le direttive del partito: un partito che seguisse una strada così immorale non avrebbe diritto di esistere. Ci siamo intesi? Non ci provate più”».

Inizia così, fra biechi tentativi di sabotaggio interno, la campagna elettorale del maggio 1946. Bianca tiene 116 comizi in piazze, sale da ballo, fiere e perfino di fronte alle chiese. I suoi sforzi vengono ben presto premiati: al fatidico 2 giugno seguente, infatti, il collegio di Firenze-Pistoia esprime ben 15.384 preferenze a suo nome (più del doppio rispetto al veterano Pertini, di gran lunga preferito dai quadri di partito). Così, su 556 deputati eletti all’Assemblea costituente, Bianca Bianchi è una delle 21 donne, nonché unica socialista insieme a Lina Merlin.

Pagina di Risorgimento Liberale del 1946 con l’articolo “Come sono vestite le deputate a Montecitorio”
“Come sono vestite le deputate a Montecitorio”, da Risorgimento Liberale del 26 giugno 1946

Forte della sua combattività e del suo amore per l’insegnamento, Bianca interviene ai lavori della Costituente spingendo soprattutto sui temi che le stanno più a cuore: la cultura, l’istruzione e il lavoro. Quello della Costituente sarà un lavoro poderoso, troppo spesso ignorato dalla maggior parte degli italiani. A seguito della presentazione di un primo progetto di costituzione (gennaio 1947), l’assemblea apre l’accesa fase di discussione, che si svilupperà attraverso ben 170 sedute, la presentazione di 1663 emendamenti, lo svolgimento di 1090 interventi e innumerevoli controversie. L’apporto dato da Bianca Bianchi sarà centrale per la stesura dell’articolo 27, divenuto poi, nell’edizione definitiva, l’articolo 33. Al suo interno, in particolare, si individua la causa per cui Bianca si è battuta più di tutte, ovvero la priorità della scuola pubblica rispetto al «diplomificio» della scuola privata e l’abolizione della sovvenzione statale agli istituti non pubblici.

“La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.

Articolo 33 della Costituzione della Repubblica Italiana

Dopo l’impresa della Costituente, Bianca avrà ancora molte sfide da affrontare. Particolarmente sofferta, per lei, è la scelta di seguire l’amico Giuseppe Saragat nel nuovo Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (evolutosi poi nel PSDI), con cui viene eletta alla I Legislatura nel collegio elettorale di Catania (1948). I successivi cinque anni la vedono impegnata in una serie di importanti lotte, prima fra tutte quella relativa al riconoscimento dei figli naturali. Intervenuta al Congresso dell’Alleanza femminile internazionale di Amsterdam nel 1948, scandalizzerà l’opinione pubblica europea svelando che, in Italia, sui documenti dei figli naturali e persino sulle loro pagelle scolastiche viene ancora apposta la dicitura “figlio di NN” (nomen nescio). Lo scopo di Bianca è rendere più attuabile il riconoscimento della paternità, estendendo inoltre le eccezioni al divieto di ricerca. Il suo progetto legislativo, pur fra moltissime resistenze, sarà infine approvato nel 1953. A partire da questa data – a parte il quinquennio da consigliera comunale di Firenze (1970-1975) – Bianca Bianchi si allontana dalla politica attiva per tornare alla sua vera vocazione: l’insegnamento.

La seconda parte della sua vita è infatti incentrata sulla creazione di un modello pedagogico alternativo, e a tratti davvero originale, messo a punto con la fondazione della Scuola d’Europa di Montesenario (1958), una sorta di istituto-modello ispirato al metodo Pestalozzi che accoglie ragazzi e ragazze da tutto il centro-nord d’Italia. Sorta alle pendici dell’Appennino, a 700 metri di altitudine, la scuola è un progetto innovativo di istituto immerso nel verde, finalizzato a un’educazione moderna, completa e volta a incoraggiare lo spirito critico. Bianca dedicherà molti articoli e libri a questa esperienza, fra cui “Amicizia per i nostri figli” e “L’esperienza di un’educazione nuova alla Scuola d’Europa” (entrambi pubblicati nel 1962).

La scrittura la accompagnerà lungo tutti i decenni della fine del Novecento: collabora con varie riviste, dando vita anche a una propria rubrica su La Nazione (Occhio ai ragazzi), e pubblica innumerevoli libri, fra cui il fortunato memoir La storia è memoria, ti racconto la mia vita (1998). Ritornata alla nativa Vicchio, si spegnerà serenamente il 9 luglio 2000, all’età di 86 anni. Nel suo Vivrò ancora (1997), Bianca Bianchi scrive una frase divenuta abbastanza famosa, che forse ne incarna al meglio l’indole e lo spirito:

«Io corro, corro, ma vado indietro: inseguo una piccola felicità abbandonata nell’infanzia. […] Vorrei tornare a nascere per ritrovarmi sulla strada perduta e camminare di nuovo guidata da una mano amorosa».

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