Sawyerr: la resitenza del popolo saharawi

“I Prigioni”: la resistenza del popolo saharawi

Le immagini del fotografo Andrea Sawyerr richiamano alle sculture di Michelangelo come metafora della lotta per la libertà del popolo saharawi.

Andrea Sawyerr, classe 1983, è un fotografo freelance di base a Pelago. Interessato ai temi sociali, ha coperto fin dall’inizio la vicenda degli operai dell’ex-GKN di Campi Bisenzio. Le sue foto sono state pubblicate su Il Manifesto, Jacobin, MillenniuM, Internazionale.it, Edera e L’Essenziale. Il progetto che qui presentiamo è nato da un’idea del fotografo di riproporre in chiave metaforica – partendo dalle sculture I Prigioni di Michelangelo – la condizione del popolo saharawi. Una società di 170mila persone prigioniera nei campi profughi in Algeria nonostante le rivendicazioni di autodeterminazione, costretta a difendere il suo territorio e le tradizioni dalla politica del Marocco sul Sahara Occidentale.

La questione nasce nel 1975, quando alla morte del dittatore spagnolo Francisco Franco, la Spagna perde questo territorio fino a quel momento sotto la sua giurisdizione. Ne seguì una lunga lotta armata per l’indipendenza da parte del Fronte Polisario – fondato due anni prima per lottare contro la presenza spagnola – contro il governo centrale di Rabat. Il conflitto è terminato ufficialmente nel 1991, con un cessate il fuoco mediato dall’ONU, ma nei fatti è ripreso dal 2020. Nel Sahara Occidentale il processo di pacificazione è sempre stato fragile, sostenuto da una missione delle Nazioni Unite (Minurso) che prevedeva già nel 1991 un referendum per l’indipendenza, mai celebrato per l’opposizione del Marocco.

Oggi uno Stato sovrano autonomo appare proprio come un miraggio nel deserto, dato che anche gli USA di Trump hanno riconosciuto la giurisdizione del Marocco su questo territorio. “I Prigioni” di Andrea, a differenza delle sculture michelangiolesche, non rappresentano soggetti inanimati e immortali, ma vivi e quindi portatori di emozioni.

Sawyerr: la resitenza del popolo saharawi

 

Come è nato il progetto fotografico e come mai hai scelto la chiave metaforica dei Prigioni di Michelangelo per raccontare la storia dei saharawi?

Il progetto nasce nel 2024 quando sono entrato in contatto con Città Visibili, l’associazione che mi ha permesso di viaggiare nel Sahara Occidentale. Quello che mi è saltato subito agli occhi è stata la metafora che emerge da questa realtà: un popolo prigioniero e imprigionato, ma che al contempo lotta per la propria dignità e libertà. Nelle mie fotografie ho applicato il concetto della “prigionia del deserto”, ma non si tratta solo di una questione geografica. Parliamo soprattutto di prigionia da parte delle politiche economiche, internazionali e sociali: ciò che li tiene in quella condizione non è il deserto in sé, ma le risorse presenti nel territorio – principalmente pesca e l’estrazione di fosfati – che vengono sfruttate dal Marocco. Il mio desiderio era raccontare questa storia non solo attraverso la fotografia di reportage, ma utilizzando l’arte in senso più ampio. L’obiettivo è di arrivare alle persone nella maniera più diretta possibile e, per noi occidentali, fare riferimento a un’arte importante come quella del Buonarroti può essere un modo per veicolare meglio il messaggio. Diciamo che ho cercato di costruire un ponte visivo più familiare all’osservatore per aiutarlo a comprendere meglio la situazione. 

I tuoi “prigioni” però non sono soggetti astratti, ma persone reali bloccate da un conflitto in corso. 

Al di là del parallelismo con le statue di Michelangelo, va sottolineato che lui lavorava su un materiale inanimato, creando figure scolpite e immobili. I miei “Prigioni”, invece, sono persone reali, con emozioni vere, soprattutto considerando la dinamica della vita nei campi profughi. Oggi, le persone che ho ritratto sono più anziane e non sono immortali come le statue di Michelangelo, che possono restare prigioniere e in lotta per sempre. Sono persone che sarebbe fondamentale potessero finalmente vivere nella libertà che meritano.

Sawyerr: la resitenza del popolo saharawi

Hai detto di essere partito con Città Visibili, un’associazione che si occupa dei campi profughi saharawi. 

Città Visibili è un’associazione toscana di Campi Bisenzio, fa parte della rete nazionale di solidarietà con il popolo saharawi, e mi ha permesso di partire. In Italia esistono molte realtà associative che si occupano della questione, ognuna con il proprio approccio e secondo le proprie possibilità, ma tutte unite dallo stesso obiettivo: dare supporto concreto e far conoscere la causa saharawi. Oggi una serie di mostre fotografiche, a supporto di iniziative alla causa, stanno consentendo la diffusione del progetto sul territorio fiorentino. L’obiettivo è raccogliere fondi per il popolo saharawi attraverso l’associazione Città Visibili e portare la storia di questa popolazione in tutta Italia, nella speranza che sempre più persone possano conoscerla. 

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Aldilà di quello che ti eri immaginato, una volta sul campo cosa hai visto che ti ha aiutato a definire meglio il tuo progetto?

La prima cosa che mi ha colpito è stata trovare una vera e propria società costretta in insediamenti nel deserto, che ha dovuto abbandonare le sue tradizioni nomadi per costruire cittadine fornite di alcuni servizi essenziali. Del resto dopo 50 anni è normale, ero io che non ci avevo riflettuto. Questo indubbiamente mi ha portato a modulare meglio l’aspetto di reportage che accompagna le fotografie di ritratto, ma ciò che più mi ha aiutato nel progetto sono state le persone. La loro cordialità, dignità e conoscenza a livello geopolitico e sociale, che oltrepassava le barriere del deserto, ha definito meglio il modo in cui avrei dovuto fotografarli. Avevo già in mente i ritratti, ma le pose e l’aspetto dei volti è come se li avessimo decisi insieme. A tal proposito preziosi sono stati Said e Omar, due degli insegnanti della scuola di cinema Abidin Kaid Saleh – che tra l’altro è l’unica scuola di cinema esistente in un campo profughi – perché grazie a loro abbiamo trovato dove scattare nel deserto alcune delle persone ritratte. Con me c’era sempre anche Macha, che da anni va nei campi ed è parte di Città Visibili, e mi ha fatto da assistente per tutto il tempo. 

Sawyerr: la resitenza del popolo saharawi

Oggi la situazione del Sahara Occidentale rinfocola il vecchio attrito tra Algeria e Francia legato alla storia coloniale europea. Possiamo dire che questa è una sorta di decolonizzazione mancata? 

Sì, è una decolonizzazione mancata, o meglio, in sospeso. Quando si affrontano temi di geopolitica bisogna considerare che le dinamiche non cambiano da un giorno all’altro: ci sono periodi storici in cui le situazioni si evolvono a favore o contro certe cause. Oggi, purtroppo, stiamo assistendo a un periodo in cui diversi attori internazionali – come gli Stati Uniti e alcuni paesi europei – si oppongono alla risoluzione delle Nazioni Unite che prevede un referendum per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. Resta poi da vedere se e quando quel referendum potrà realmente svolgersi, soprattutto perché il territorio è occupato dal Marocco; c’è il rischio che i votanti includano anche i marocchini rendendo la consultazione più complessa e non del tutto equa. 

Come hai iniziato a fotografare e in che modo hai cercato di trasformare questa passione in una professione?

La prima volta che vidi una macchina fotografica fu da un amico di famiglia che mi portò con sé a sviluppare delle fotografie in camera oscura: per me fu come magia. Ero solo un bambino e quel momento mi è rimasto impresso a lungo. Più avanti ho frequentato una scuola professionale di grafica pubblicitaria e al terzo anno ho avuto la fortuna di seguire un corso di fotografia. Il professore è riuscito a trasmettermi la sua passione e mi sono innamorato dell’idea di raccontare con le immagini. Io sono sempre stato sensibile ai temi sociali e alla comprensione dell’essere umano nelle sue diversità, ho pensato che la fotografia potesse essere un potente strumento per comunicare questa mia sensibilità agli altri. Dopo il diploma ho vissuto a Milano per cinque mesi, dove ho lavorato per uno studio fotografico specializzato in fotografia pubblicitaria, infine nel 2017 ho frequentato un corso alla scuola Marangoni e da lì ho iniziato a prendere la fotografia seriamente. Dal 2021 ho deciso di investirci davvero e provare a farne una professione.

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Da tempo documenti il caso dell’ex-GKN. Come ti sei avvicinato a questa lotta operaia e cosa ti ha spinto a raccontarla attraverso la fotografia?

L’interesse per la ex-GKN è nato poco dopo l’inizio della vicenda, quel fatidico 9 luglio 2021 con i licenziamenti e la mobilitazione. Mi sono presentato al presidio a Campi Bisenzio, non avevo nemmeno portato con me la macchina fotografica, e ho incontrato gli operai. Non intendevo avviare subito un progetto fotografico, quanto piuttosto capire da vicino la lotta e i suoi protagonisti, vedere che contributo concreto potevo dare. Ho passato alcuni giorni con loro, ascoltando, osservando, e da lì è nato un percorso condiviso. Poi sono arrivate le prime immagini, dalle manifestazioni alla “famosa” foto di gruppo degli operai dentro la fabbrica. Oggi sono ormai quattro anni che li seguo. Con il tempo, è diventato molto più di un progetto fotografico: sono nate relazioni vere, delle amicizie, sono ormai per me compagni di lotta e di vita. 

articolo a cura di Camilla Matteoni e Francesco Sani.