mostro di Firenze

Un viaggio nel buio del “mostro di Firenze”

Simone D’Angelo è un visual designer e fotografo documentarista. Iniziato nel 2018, il progetto dal titolo Night never ends in me (“In me la notte non finisce mai”), è un lavoro a lungo termine sui luoghi e la memoria sul caso del “mostro di Firenze”.

C’è una regola non scritta nei fatti di cronaca nera o, come oggi ci piace chiamare il genere, nel true crime: più un caso resta senza soluzione, maggiore è l’ossessione collettiva. I delitti delle coppiette fiorentine abitano questa formula da oltre cinquant’anni, con un nome che racchiude un intero immaginario: il mostro.

Una saga oscura che ci ha rivelato come l’Italia abbia saputo partorire un incubo dai contorni cinematografici proprio nell’epicentro turistico della sua bellezza naturale e artistica. Tutto sembra cominciare nel 1968, in una sera qualsiasi nella campagna di Signa. Un delitto d’onore, un gesto antico che aprirà, senza saperlo, la porta di un abisso. Sei anni dopo, gli stessi colpi di una Winchester calibro 22, con una “H” impressa sul fondello, tornano a sparare nel Mugello contro una giovane coppia sorpresa nell’intimità. Ma è negli anni Ottanta che la paura prende forma. È una fase di passaggio, di metamorfosi.

Mostro di Firenze

L’Italia del “riflusso” cerca un nuovo baricentro lontano dal piombo e dalla rabbia delle piazze: non più la politica come destino comune, ma l’individuo con i suoi desideri. Non più la lotta di classe, ma il rifugio nel privato. I giovani fidanzati appartati in auto nelle campagne erano il simbolo ingenuo di quella svolta.

Il mostro nasce in questo crepuscolo, ma raccontarlo oggi non significa limitarsi a ricordare i fatti: otto duplici omicidi, sedici vittime innocenti, un’arma mai ritrovata e barbare escissioni di trofei.

Dal 1981 al 1985 diventa un appuntamento annuale codificato, quasi sempre d’estate ma mai in agosto, quasi sempre nei weekend e nelle notti senza luna. Una ritualità fatta di dettagli apparentemente casuali, di errori compensati da nuovi rilanci. E poi le vicende processuali, di cui si conoscono soprattutto le derive folkloristiche. La vera essenza del mostro risiede nell’effetto ipnotico che ha prodotto – e continua a produrre – su chiunque l’abbia sfiorato: dal primo degli inquirenti fino all’ultimo dei curiosi.

Tutti, dopo poco, hanno ben chiaro che la chiarezza in questa storia non esiste.

Esistono frammenti sparsi, intuizioni che si accendono e si spengono, lampi passeggeri come i fari di un’automobile su una strada affogata nel buio. O come il dittico dell’Adamo ed Eva di Lucas Cranach, esposto agli Uffizi: la coppia primordiale dipinta su due tavole separate, costretta a guardarsi senza potersi toccare.

L’allegoria perfetta di un modus operandi: la separazione brutale dei corpi, l’interruzione dell’intimità che trasforma l’amore in morte.

In me la notte non finisce mai nasce da questa scintilla visiva. Fotografare quei luoghi appartati dopo il tramonto vuol dire assumere, anche solo per un istante, la stessa postura di quelli che a Firenze venivano chiamati gli “indiani”. È un cortocircuito inevitabile, quasi violento nella sua immediatezza: il voyeurismo che si fa caccia, l’obiettivo come l’occhio della campagna anti-mostro “Occhio, ragazzi”.

Nel gesto si riattiva il nucleo della vicenda: lo sguardo che precede la violenza, che la prepara, che la rende possibile.

Al tempo stesso, ci si sente osservati da una presenza che incombe alle spalle. Le immagini non ricreano le scene del crimine, ma le fissano nel loro presente. I luoghi sono gli stessi di allora, eppure il tempo li ha trasformati in qualcosa di ambiguo. A Mosciano di Scandicci, il cipresso colpito da un fulmine che un tempo segnava la scena oggi non c’è più.

mostro di Firenze

La radura degli Scopeti non è più uno slargo sterrato che invita ad appartarsi o campeggiare. Il cuneo sul rettilineo di Baccaiano è stato avvolto dalla vegetazione. Sterrati di campagna, piazzole remote dove nessuno si ferma più, curve dove la notte si addensa come materia solida: luoghi in cui silenzio e oscurità raccontano meglio di qualsiasi parola.

Perché il mostro, prima di tutto, è un buco nero: nella cronaca che non si chiude, nella giustizia incompiuta, nella psiche collettiva che non elabora il lutto. Leggere, guardare, indagare il mostro significa accettare di farsi coinvolgere in una spirale senza ritorno. Ogni dettaglio diventa significato, ogni frammento sembra aprire nuove piste da seguire. È un labirinto in cui non si cerca più soltanto la verità, ma un significato ulteriore, più profondo.

mostro di Firenze

Negli archivi di quegli anni, tra le migliaia di lettere anonime inviate a inquirenti e quotidiani, ce n’è una con una frase che rimane impressa nella memoria: “In me la notte non finisce mai”. Quasi certamente scritta da un mitomane, sembra rubata a una poesia decadente e invece diventa la sintesi perfetta del nostro rapporto con il mostro.

Quelle notti non sono ancora finite, e in fondo non vogliamo che finiscano. E allora, se la notte non finisce mai, tanto vale provare a guardarci dentro.

Testo e foto di Simone D’Angelo