Firenze: una città discriminante ed escludente?
Quando abbiamo avviato la rubrica su “Firenze e identità” speravamo di farne un safe space. Non possiamo, allora, non pubblicare una lettera pervenuta in anonimo che restituisce lo sguardo di un giovane lettore su comunità, identità e queerness.
<<Ciao Luca. Ho letto il primo articolo di questa rubrica, l’ho trovato per caso e ho deciso di scriverti. Uno spazio del genere in cui qualcuno si chiede che cosa accade a Firenze dal punto di vista dei diritti a me riempie di gioia, colpisce, è un’occasione che spero di non avere soltanto io.
C’è questa parola, “identità”, che non so poi così bene che cosa voglia dire. Non è un concetto a me familiare, non penso di averci mai fatto i conti, in fondo. Se devo immaginare che cosa significhi “identità”, penso che sia ciò che sono e ciò che sento. Ho sempre provato inadeguatezza, paura e sofferenza, almeno fino a un paio di anni fa. Solo allora ho iniziato a scoprire le parti che mi compongono e a concedermi di essere me stesso, portandomi a sentirmi un po’ più a mio agio. Una parte così importante della mia vita rimane nascosta, l’ho anestetizzata nel tempo e le ho permesso di vedere un po’ di luce soltanto poco tempo fa, a poco più di vent’anni. Se ci penso, durante la mia adolescenza mi sono sentito sempre scisso nella mia interiorità.
La mia omosessualità era in un angolo remoto, tanto da non farci i conti nella parte in cui ero più presente, soprattutto per colpa dei contesti in cui sono nato, la mia famiglia, la Chiesa e l’ambiente sportivo, tutti ambienti in cui l’eterosessualità era – ed è ancora – l’unica via possibile e le donne l’unico argomento tra uomini. Mi ripetevo che anche per me quella era e doveva essere l’unica via possibile. L’attrazione per i maschi è da tanto che so di averla, e si sfogava soprattutto nei sogni, in cui la mia interiorità riusciva a trovare lo spazio necessario per liberarsi.
Mi sembra importante dire che vivo in una Firenze decentralizzata. La Firenze in cui sono cresciuto è una periferia non lontana, un borgo con tanti abitanti, e mi chiedo quanti altri, come me, vivono questa stessa situazione di non esistere. Ci sono tante realtà come la mia, piccoli posti delimitati, e nessuno mi ha mai invitato a uscire dal mio recinto. A scuola, ora, c’è più sensibilità verso le identità non eterosessuali; però, nonostante il linguaggio includa queste realtà, io non mi sono mai sentito davvero. Sembra quasi che io non possa permettermi di essere altro. Nonostante sia consapevole di essere gay, mi sembra ancora che ci sia soltanto un modo vero di essere, un amore eterosessuale, un non concedersi una tranquillità in rapporto con la propria sessualità, verso cui ho sentito sempre tanto scandalo.

Nell’ambito cattolico in cui ho vissuto non ho mai trovato terreno fertile. Anche se non ho mai fatto esperienza di una chiesa omofoba, non ho mai nemmeno avuto qualcuno che parlasse di questi argomenti, di ciò che si prova, di ciò che si è. C’è un’indifferenza molto alta, che però si trasforma solo in pettegolezzo.
La differenza l’ha fatta anche la mia esperienza familiare: mia mamma è una delle persone più importanti della mia vita, il mio contesto familiare non è grave ma non ho avuto la possibilità di esprimermi, di parlare di me. La verità è che, nonostante tutte le battaglie per il riconoscimento dei diritti, si interpreta ancora l’omosessualità come una colpa e una sofferenza, e a mia madre, che già soffriva per tanto altro, non volevo addossare altra sofferenza. Ancora oggi, i miei genitori non sanno di me. Di recente ho fatto coming out con la mia terapeuta, e ho descritto la mia condizione come un anello di fuoco, da cui non sono riuscito ancora a liberarmi fino in fondo. Ma in generale il sesso è stato sempre un tabù, un argomento che genera in me la paura di essere messo in piazza.
Devo però anche dire che non sono riuscito a trovare aiuto nemmeno nel mondo LGBTQIA+, perché sentivo tanta, forse troppa, ideologia, un mondo, anche quello, che voleva entrare nella mia vita e dirmi come essere.
A scuola c’era un ragazzo omosessuale attivista che si batteva per la sua identità, ma lottando imponeva la sua realtà, puntando il dito verso chi la pensava in maniera differente, anche chi magari faceva parte del suo margine e lo viveva in modalità differente. L’impatto della comunità queer spesso l’ho percepito come violento, come se ci fosse anche per loro un’unica verità a cui aderire. Essere se stessi significa per me non imporre un modo unico di comportarsi ed essere. Ho avuto dei freni ad avvicinarmi a quel mondo perché invece che una casa accogliente l’ho avvertito come un contesto dogmatico. Non conosco il mondo queer a Firenze, non l’ho frequentato, però l’ho sempre percepito come caratterizzato da un’ideologia estrema, e mi sono risposto che questo, alla fine, fa parte dell’umanità in generale.
Firenze politicamente, socialmente, culturalmente e sociologicamente non penso possa proporre una strada giusta o una sbagliata, non penso che le istituzioni riusciranno a fare realmente qualcosa. Posso pensare come non può essere Firenze: una città discriminante ed escludente, e questo si vede anche sul piano economico. A Firenze non mi sento discriminato, mi sento discriminato dal contesto in cui vivo. Io ho paura, seduto a un tavolo di amici, perché non posso parlare liberamente di chi mi piace, e questo mi fa stringere il cuore. Vorrei che il singolo, la persona, l’individuo, ascoltasse l’altro per ciò che è davvero. Noi esseri umani abbiamo una forza enorme in quanto esseri umani, e fare i conti con ciò che siamo è bello. La forza di ciò che si è vince, a un certo punto, tutti gli attriti dell’esterno.
Mi ha attirato un concetto ripetuto negli articoli precedenti, quello del “safe space”, uno spazio sicuro, che per me è quello in cui è possibile sentirsi tranquilli e sereni, non pensare a quello che si è perché in quel posto va bene essere qualsiasi cosa. Non subire discriminazioni, non essere oggetto di minacce o accuse, penso debbano essere criteri non soltanto dei posti segnalati da una bandiera arcobaleno, posti in cui non vengono poste domande che indagano su cosa si è e come si è. Potenzialmente, quindi, secondo me tutti gli spazi possono essere sicuri, se non c’è pressione e se chiunque può essere abbracciato per ciò che è, senza definizione.

Un safe space per me è anche questo spazio bianco in cui riesco a esprimermi, un’occasione per guardarmi e capirmi. Uno spazio sicuro di certo non è la scuola, in cui discussioni del genere non vengono mai affrontate. Che senso hanno i luoghi educativi se non ci preparano a capire che cosa siamo?
Ricordo che una mia maestra delle elementari ci fece una sola volta una lezione su come si fanno i figli, o alle medie, per esempio, una professoressa ci propose un’attività per parlare del piacere fisico.
Com’è possibile che in un’intera vita scolastica io mi ricordi soltanto due episodi? Solo due momenti in cui ho fatto i conti con il mio corpo? Com’è possibile non parlare di sesso a scuola quando su internet possiamo avere accesso a qualsiasi porno, foto, TikTok, in cui tutto si vede esplicitamente?
Non è possibile che a scuola non si trovi un momento in cui non si affrontino queste tematiche, senza mettere l’accento sulla necessità di esprimere sé stessi. Qui la società dovrebbe intervenire: non piangere quando qualcuno si ammazza, ma prevenire quella morte, entrando in contatto con delle questioni che tutti sanno che esistono e che, sistematicamente, vengono ignorate>>.
Foto: Kristina Nikolova/ AtelierSeptem