Francesca Albanese, il collasso del diritto internazionale e il dovere della testimonianza
La sfida dell’informazione contro la retorica della pace che cela la prosecuzione di politiche di occupazione e marginalizzazione degli organismi internazionali. In questi anni siamo stati spettatori di un “punto di non ritorno” per il diritto internazionale, in cui la condotta militare di Israele a Gaza, caratterizzata dall’uso dell’intelligenza artificiale per bombardamenti a tappeto, ha scardinato i principi di proporzionalità e distinzione tra civili e combattenti. Sintesi dell’intervento di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, al Voices Festival di Firenze.
Informarsi sulla questione palestinese non è un esercizio semplice; ci troviamo di fronte a un terreno complesso, le cui radici affondano in un secolo di promesse tradite e diritti sistematicamente violati. Per chi non è addetto ai lavori, orientarsi in questo labirinto è difficile. Il mio metodo si basa sullo studio costante e sulla consultazione di fonti che, negli ultimi anni, hanno cercato di offrire un’informazione corretta: un’informazione che mette al centro i fatti storici verificati, utilizzando un lessico neutro e, soprattutto, offrendo un’analisi contestualizzata.
In Italia, purtroppo, questo rigore è raro. Parlare di genocidio o denunciare la realtà dei fatti attira attacchi violentissimi. Spesso mi chiedo come sia possibile che una persona come me – che non è né israeliana né palestinese e non ha interessi personali in quella terra – venga colpita con tale ferocia solo per il fatto di utilizzare il diritto come bussola nel mio lavoro di relatrice dell’ONU da marzo 2022. Comprendo la fatica di molti giornalisti nel fare il proprio mestiere, specialmente in un sistema informativo asservito a centri di potere economico. Per questo, invito a consultare le fonti locali: i giornalisti palestinesi stanno documentando i crimini sul campo a prezzo della vita. Quasi 300 di loro sono stati uccisi mentre cercavano di chiamare i crimini con il loro nome, senza “sterilizzare” il linguaggio.

Il “mondo che dorme” e la complicità sistemica
Nei miei report, ho denunciato con forza come la stampa occidentale diffonda narrazioni distorte, spesso influenzate da interessi editoriali e politici coincidenti. Molte testate si rifiutano di usare il termine “genocidio”, quasi temessero che nominarlo comporti un’assunzione di responsabilità. Eppure, non esiste oggi un’organizzazione per i diritti umani – da Amnesty International alla commissione d’inchiesta ONU, fino alla stessa organizzazione pacifista israeliana B’Tselem – che non abbia denunciato la realtà delle azioni in corso usando quel termine. Il rapporto di B’Tselem l’ha definita “il nostro genocidio”, quindi è stata più dura di me!
La narrazione dominante tende a riportare esclusivamente la versione di Israele, ignorando il contesto di un’occupazione illegale e di una pulizia etnica dichiarata apertamente dagli stessi esponenti politici e coloni. I tragici 1.200 morti del 7 ottobre, di cui oltre 800 erano civili, un orribile massacro di Hamas che nessuno vuole certo dimenticare, non da’ il diritto all’esercito israeliano di occupare i territori. C’è una sistematica brutalizzazione della realtà palestinese, ridotta a meri numeri: 30.000, 50.000, 70.000 morti. Cifre che dovrebbero risuonare nella coscienza collettiva occidentale, ma a questo si aggiunge invece il disprezzo per le fonti palestinesi, sbeffeggiate come inattendibili da chi spesso non sa nemmeno collocare la Palestina su una carta geografica.
Il punto di non ritorno del Diritto Internazionale
Siamo di fronte a un punto di non ritorno per il diritto internazionale e umanitario, lo vediamo anche adesso con la guerra all’Iran. Ora qui non si tratta di esprimere simpatie nei confronti del regime degli Ayatollah, nessuno può simpatizzare con un regime che ha ammazzato migliaia di manifestanti poco più di un mese fa. Però questo non dà non dà diritto agli Stati Uniti, o a Israele, di fare quello che stanno facendo, di bombardare un paese e chiedere una transizione del governo. Mi sembra proprio pedagogia neocoloniale 2.0!
Già nel marzo 2024, osservando la condotta militare a Gaza, notavo la violazione totale dei principi cardine dell’ordinamento giuridico: i principi di proporzionalità e di distinzione tra civili e combattenti. Gaza è stata sottoposta a un bombardamento a tappeto – una forza esplosiva che è stata calcolata come equivalente di sei bombe atomiche su Hiroshima – su una striscia di terra minuscola e densamente popolata da 2 milioni di persone.
Non è stata solo una guerra sconsiderata, ma una carneficina mirata, facilitata dall’intelligenza artificiale per distruggere intere famiglie. Il fatto che Israele non sia stato fermato ha creato un precedente pericoloso: sei mesi dopo, la stessa modalità distruttrice senza rispetto per i civili, è stata poi esportata in Libano. Oggi assistiamo alla cartografia del genocidio: milioni di persone spinte verso le spiagge, affamate deliberatamente, mentre gli architetti di questo disastro continuano a essere ricevuti con onori nei nostri paesi, Italia inclusa.

Il “camuffamento umanitario” e la minaccia globale
Il potere ha imparato a usare un linguaggio di mimetizzazione, quello che definisco humanitarian camouflage. Si parla di pace, transizione e benessere mentre la realtà sul campo parla di stenti, malattie e distruzione totale. Termini come “Board of Peace”, a cui anche il governo italiano fa gli occhi dolci, sembrano strategie per silenziare il dissenso globale.
Il “mondo che dorme” deve capire che questa minaccia non è lontana. La militarizzazione delle nostre società e il ritorno della leva obbligatoria in alcuni Paesi europei sono segnali chiari: i nostri governi ci stanno preparando a guerre che noi stessi stiamo contribuendo a creare. La Palestina ci insegna che siamo tutti interconnessi. Il risveglio delle coscienze, le piazze piene e i boicottaggi dimostrano che un potere popolare esiste, ma dobbiamo opporci con forza a questa “pedagogia neocoloniale” e a una plutocrazia senza scrupoli che ha sostituito il ruolo delle Nazioni Unite con una falsa retorica di pace.
Cover photo: Francesca Albanese, Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian Territory occupied, briefs reporters at UN Headquarters, 2024.©UN Photo/ Mark Garten