Dacia_Maraini

“Vita Mia”, incontro con Dacia Maraini

Incontro con la scrittrice Dacia Maraini in occasione del suo talk presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

Dacia Maraini, scrittrice, poetessa e drammaturga, è una delle voci più autorevoli della letteratura italiana contemporanea. Invitata a Fiesole per un talk pubblico con Nicolas Guilhot,  professore di storia all’Istituto Universitario Europeo (IUE), è stata l’occasione per parlare del suo libro Vita mia. Giappone, 1943. Memorie di una bambina italiana in un campo di prigionia (Rizzoli, 2023) e di ascoltare alcune riflessioni sul presente che viviamo adesso. 

Dopo aver scritto più di venti romanzi, Vita mia è il suo terzo scritto autobiografico. Un libro in cui riporta memorie struggenti del passato, ma che ha concluso solo di recente mossa del vento di guerra attuale. L’autrice ci insegna che esporre il proprio dolore interiore è è utile, per questo riteneva importante parlare della propria testimonianza. Fosco Maraini, il padre, durante la Seconda Guerra Mondiale insegnava italiano a Tokyo. Al tempo, Dacia aveva l’innocente età di sette anni. Nel suo libro riporta alla mente i momenti più bui trascorsi nel lager giapponese, dove fu imprigionata con la sua famiglia e altre diciotto persone da un giorno all’altro, dopo l’8 settembre 1943, quando si dichiararono non aderenti alla neonata Repubblica di Salò. 

L’autrice ricorda ancora i due anni passati nel campo; il ricordo più straziante è sicuramente quello della fame, poiché i 200 grammi di riso giornalieri non riuscivano a sfamare. Per questo, molte volte erano costretti a catturare e bollire topi di nascosto, il cui sapore – confessa – le è rimasto indelebile. Nella sua memoria, però, resta anche un ricordo innocente: quello della bambina coetanea giapponese, con cui giocava di nascosto dal padre di lei che non voleva avesse contatti con i “nemici stranieri”. Il ricordo più bello, invece, rimarrà per sempre quello della loro liberazione, la mattina in cui si svegliarono senza trovare alcun sorvegliante a torturarli. 

famiglia Maraini

“Ma come si esce da un presente di guerra?” le chiede Nicolas Guilhot. Durante la sua esposizione, la scrittrice parla della sua vicinanza a Gaza, della semplificazione della realtà che disumanizza il mondo. «Ci sono capi di stato che credono nelle guerre come risoluzione di problemi politici. Possiamo reagire noi al clima di guerra attuale? Ci armiamo o aspettiamo che la diplomazia faccia i suoi effetti? dobbiamo armarci o aspettare la diplomazia internazionale?» si chiede l’autrice. Poi una lancia spezzata in favore dell’UE: «Parliamo troppo male dell’Europa, ma non la dobbiamo disprezzare la stabilità economica, la pace, la libertà di movimento, il progetto per studenti, Erasmus…». 

E ancora, ci sono conquiste fatte da minoranze, ma che valgono per tutti, dopo il ’68, ad esempio il femminismo, che per qualcuno sono interruzioni di tradizioni sane: «nessuno dei nostri politici pratica la famiglia tradizionale!». Il professor Guilhot le chiede dunque se è venuto il momento di creare dei nuovi valori. «Il Cristianesimo, nella sua forma francescana, può colmare un vuoto: non a caso, oggi c’è una grande attenzione nei confronti del Papa». 

Il tempo dell’incontro vola, il pubblico le pone delle domande, la scrittrice conclude ricordando che l’immaginazione ci permette di comprendere il dolore e il male degli altri, e che la cultura, in qualunque sua forma, dona consapevolezza ed è la più grande risposta democratica. Dopo l’evento, FUL ha avuto la possibilità di incontrare Dacia Maraini per una breve intervista. 

Ripartendo dal tema del suo libro “Vita mia”, vede nei tempi in cui stiamo vivendo delle analogie con il passato e anche delle nuove forme di fascismo?

Vedo un arretramento verso una forma di irrazionalità che purtroppo sta invadendo il mondo intero. Uno si chiede: come mai? Io credo che ci siano, oltre alle mode che riguardano i vestiti e i tatuaggi, delle fascinazioni che potremmo definire “mode intellettuali”. Magari sono dovute a ragioni profonde come la paura di perdere la propria identità, del futuro, dell’immigrazione. Queste potrebbero essere delle ragioni per cui la gente si chiude e non vuol sentire parlare e pensa che il rimedio possa essere “l’uomo forte” al comando.

Dacia Maraini, vita mia

È nata “l’imprenditoria della paura” oggi?

Penso di sì, perché sennò non mi saprei spiegare perché tante persone, in tutto il mondo, a un certo punto chiudono le porte e girano verso l’estrema destra. Ci deve essere una ragione, no?

Sono passati cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Lei l’ha conosciuto bene, è stata una sua grande amica. A suo avviso, quanto è attuale ancora oggi il pensiero di questo intellettuale visionario?

Lo è molto, soprattutto nella parte di rifiuto del consumismo, perché per Pasolini era come la peste: l’idea che si potesse consumare non solo i cibi ma pure le idee, i sentimenti, le passioni, l’amicizia, i rapporti… Dopo tutto siamo in un tempo in cui si usa e si butta via tutto, quindi credo che la sua critica feroce al consumismo sia molto attuale. Anzi, lui ha anticipato quello che poi ci sarebbe stato dopo la sua morte, ovvero un consumismo ancora più sfrenato. Ci sono tante altre cose del suo pensiero che sono attuali, ma questo punto certamente è il più forte sul presente.

Quali sensazioni le fa tornare in città, a Firenze?

Ricordo che andavo in giro con il vestito grigio con il collettino bianco perché ero al Poggio Imperiale, al collegio! Sono stata tre anni in quel collegio durante la mia adolescenza, e fu l’esperienza più profonda che ho fatto a Firenze. Mio nonno aveva una casa a Firenze, quindi, nonostante poi abitassi a Roma, venivo spesso a trovarlo. Questa città è piena di sorprese, in un modo o nell’altro ha sempre avuto una forte vocazione all’ospitalità, che da una parte la arricchisce e le dà un tono internazionale. Ma dall’altra parte c’è oggi un turismo – sempre sull’idea di Pasolini di cui dicevamo prima – che porta la città a veder prevalere gli aspetti più consumistici del fenomeno. Però, per quanto mi riguarda, rimangono le grandi memorie, e io credo veramente che la memoria oggi sia una forma di resistenza. Di questo ne sono convinta, perché il consumismo non ama la memoria, anzi, la detesta, cerca di cancellarla. Ecco che se la memoria è una forma di resistenza bisogna lavorarci per preservarla. 

D’altra parte c’è una parte politica che sta cercando di lavorare sulla memoria in senso opposto, magari di riscriverla…

La memoria non deve essere intesa nel senso di nostalgia del passato, ma come elaborazione della storia. Ovvero, il nostro rapporto con la storia – pensiamo a come i politici di destra vogliono far rivivere l’idea della famiglia tradizionale – perché la nostalgia non porta a niente.

Testo a cura di Matilde De Santis e Francesco Sani

Cover: Dacia Maraini, Buch Wien 2025, C. Stadler Bwag CC BY-SA 4.0