Guerrilla spam, ma che “minchiate” sparerete!?!

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Abbiamo intervistato il collettivo GUERILLA SPAM ovvero coloro che hanno curato l’allestimento artistico del festival ‘Copula Mundi’, figlio di ‘Icchè Ci Vah Ci Vole’, che si terrà dal 7 al 10 giugno al Parco di Villa Favard a Firenze.

 

Tutti sanno cosa fate ed i vostri interventi, sparsi per l’Italia e non solo, sono immediatamente riconoscibili, ma in pochi sanno chi c’è dietro GUERRILLA SPAM

Volete toglierci questa curiosità?

“Anche no… Non tanto per fare le star avvolte dal mistero, perché, in realtà, molti conoscono i nostri volti e i nostri nomi; quando andiamo nelle scuole a fare lezione o durante i numerosi laboratori aperti a tutti che spesso organizziamo non andiamo di certo con il cappuccio e la maschera. Il nostro non è un anonimato intransigente, senza fare i puristi lo utilizziamo quando serve. E sia nel web che nelle strade serve sempre. Detto questo quello che possiamo dirvi è che siamo un gruppo di ragazzi nati in varie città della Toscana, prima di tutto amici e poi componenti di questa strana cosa chiamata “Guerrilla Spam” in cui ognuno ha il suo ruolo e cerca di fare qualcosa”.

Reggio Emilia, 2017

Un tema che vi calza alla perfezione quello delle ‘Minchiate’ o antico gioco dei Tarocchi fiorentini, non per le minchiate nel senso fiorentino del termine (ovviamente), ma perché in questo tema le vostre figure ‘medievali’ e la vostra sottile ironia possono trovare ampio spazio d’espressione. Come lo interpreterete e come allestirete l’area dedicata all’arte del festival? I Tronfi scelti potranno essere letti sotto più chiavi di lettura?

“In realtà quello dei tarocchi è un tema che da un punto di vista estetico e iconografico ci calza perfettamente, come hai giustamente osservato, perché riprende tutto quell’immaginario medievale che da tempo studiamo, ma dal punto di vista contenutistico ci è totalmente estraneo. Non abbiamo mai letto nulla sui tarocchi e ignoriamo i loro significati mistici, cabale e simbolismi; i film di Jodorowsky sono le cose più vicine al tema che conosciamo e apprezziamo.
Essendo quindi totalmente vergini sull’argomento abbiamo scelto di interpretare le Minchiate a modo nostro in chiave simbolica sì, ma anche satirica e politica. Sono questi dei “tarocchi politici” che si dispiegano lungo i settanta metri di scenografia come una gigantesca predella quattrocentesca di una pala d’altare con la pretesa di raccontare un po’ l’Italia di questi anni.

Abbiamo studiamo l’iconografia dei tarocchi del mazzo Rosenwald (unico mazzo di Minchiate fiorentine di fine 1400 pervenuto a noi) mescolandola con quella dei pittori fiamminghi, alcune citazioni a Beato Angelico, all’arte paleocristiana e dei popoli sub-sahariani, ma soprattutto alle satire di Otto Dix e George Grosz e al libro, di quest’ultimo, “Il volto della classe dirigente”.

I tarocchi hanno dunque una base di “provenienza” fedele al tema, ma sono poi libere interpretazioni nostre. Sono allegorie dei tempi bui in cui viviamo, perché, per citare Brecht “Nei tempi bui cantiamo dei tempi bui…”.”

Dietro la scelta del tema dei Trionfi o Tarocchi fiorentini, gioco decretato lecito nel 1450 con una Provvisione comunale, c’è un messaggio implicito e un po’ satirico diretto al Comune di Firenze rimasto nei confronti dell’arte urbana ancora troppo legato ad una visione rinascimentale della città?

“Più che su Firenze la nostra attenzione è rivolta allo scenario italiano. Ovviamente Firenze ha i suoi problemi ad accettare e interpretare in modo maturo un fenomeno come quello dei graffiti e dell’arte urbana, ma abbiamo già lanciato innumerevoli volte delle invettive contro le varie amministrazioni paladine del decoro. Se c’è una critica in questi tarocchi, però, non è diretta a loro, al Comune o allo Stato, ma al cittadino comune, all’uomo medio che incarna tutta la decadenza della società nella sua più deludente banalità. È in lui che si dovrebbe cancellare il degrado e promuovere il decoro (un “decoro culturale”), e le crociate andrebbero fatte con i libri sui banchi di scuola e non con i rulli da imbianchino sui muri per cancellare le tag (“compitino” della domenica troppo facile e inutile, ma quanto tempo servirà ancora per capirlo?). Con più consapevolezza e cultura tante stupidaggini non troverebbero spazio e si penserebbe a cose più urgenti”.

Nelle vostre opere giocate spesso con elementi di ‘disturbo’, attivando un gioco ironico che si fa carico però di messaggi più profondi legati all’attualità politica e sociale e di una critica alla società consumistica e frenetica di cui siamo vittime. Quanto l’ironia può essere utile per mettere in atto questo meccanismo, per smontare l’ordine del giorno che ci viene dettato dall’alto e ricrearne uno nuovo?

“Abbiamo capito l’importanza dell’ironia, e il suo potenziale, solo nel tempo. I primi anni a Firenze disegnavamo corpi deformati e decadenti, teste mozzate sostituite da televisioni, composizioni violente. Era questo il nostro modo di reagire a quell’imbruttimento della società italiana accompagnato dalla destra al governo. Poi abbiamo avuto tempo per studiare, abbiamo cambiato città, ampliato i nostri riferimenti artistici e più in generale culturali, e abbiamo colto la lezione di autori come Bosch, Bruegel, Dix, Grosz, Goya e Daumier, che hanno sempre lanciato forti critiche alla società, non con l’uso della violenza, ma attraverso l’ironia del “grottesco”.

Le immagini grottesche suscitano nello spettatore dal riso all’indignazione, sono spiazzanti, brutali ma anche ironiche e quindi più ambigue. La violenza trova poche risposte mentre il grottesco ha più capacità di arrivare al pubblico e sorprenderlo, divertirlo ma anche farlo arrabbiare. Basta osservare i mondi infernali di Bosch o di altri autori fiamminghi, demoniaci ma anche buffi, goffi e quasi simpatici.
E forse è questa la chiave per veicolare delle critiche forti con più finezza e astuzia”.

Meccanismo che viene messo in atto in un altro modus operandi a voi caro, quello del subvertising. Negli anni avete collaborato con artisti quali Hogre, e dato vita al progetto ASSEDIO, partito a novembre del 2016 e concluso a fine 2017. Come evolverà questo progetto? Preferite questa tecnica alla semplice affissione perché più diretta e mirata?

“Il progetto “Assedio” nasce dalle ceneri di un’altro progetto che abbiamo portato avanti a Torino per tre anni consecutivi che si chiamava “Shit Art Fair”. Era questa una mostra non autorizzata che coinvolgeva tantissimi artisti e che però veniva allestiva in una sola notte in un tunnel, già di per sé decisamente suggestivo, al Parco del Valentino. Era una grande festa e un appuntamento ormai fisso per il pubblico. Proprio per questo era diventato noto e consolidato, uno dei tanti eventi della settimana dell’arte torinese (anche se era l’unico ad avere dei connotati opposti). Quindi abbiamo pensato ad un nuovo progetto, più duraturo, che alternasse artisti da tutta Italia in un’esposizione lunga un anno; un’esposizione che voleva riappropriarsi di un totem pubblicitario, occupandolo e sostituendo ai messaggi promozionali dei contenuti artistici. Di certo non siamo i primi ad utilizzare gli spazi della pubblicità in questo modo; tantissimi prima di noi lo hanno fatto e continuano a farlo. Hogre è uno dei più costanti e politici in questo campo, praticamente da tre anni sta facendo solo subvertising, tra Roma, Londra e altre città. È una scelta interessante perché, senza usare i muri, agisce sulla pubblicità come la pubblicità. L’unica differenza è che non c’è autorizzazione né pagamento di denaro per lo spazio. E questo serve a porre un interrogativo:

è il denaro che autorizza l’occupazione di uno spazio pubblico?”

Il vostro collettivo esalta il muralismo come espressione che deve nascere spontanea e quindi illegale. Negli anni avete però partecipato a sempre più mostre e festival. Dove sta quindi il compromesso tra questi due modi di pensare ed operare?

“Diciamo che il compromesso non esiste perché partecipiamo solo agli eventi ufficiali in cui abbiamo la massima libertà di azione, senza censure, e in cui condividiamo l’intento etico. In caso contrario rifiutiamo di partecipare. Secondariamente le opere di muralismo sono tutta un’altra storia rispetto alle affissioni di poster e cerchiamo di trattare i due filoni con due differenti approcci.

Il muralismo “su invito” dovrebbe avere lo scopo di durare nel tempo come opera pubblica destinata alla collettività; necessita quindi di un certa dose di responsabilità, di studio preliminare e di consapevolezza perché si andrà a modificare lo spazio urbano (in cui non viviamo solo noi) in modo permanente.

Cerchiamo di studiare il contesto, la storia del luogo e dell’arte legata a quel territorio per creare dei disegni non sconnessi con lo spazio in cui ci troviamo. A volte facciamo ricerca e studiamo per alcuni mesi anche se poi realizziamo il dipinto in due giorni. L’affissione non autorizzata, invece, conserva la sua carica di spontaneità e freschezza, può essere meno ponderata e, in un certo senso, meno “responsabile” perché temporanea e perché il suo scopo è proprio quello di provocare, punzecchiare e insinuare dubbi o riflessioni”.

(ipotesi di personaggi tra arte africana e arte etrusca), Pratovecchio-Stia, 2018

Negli ultimi mesi avete dato vita a vari interventi e progetti nella città di Firenze, dove il vostro collettivo è nato. Avete già in mente altre incursioni fiorentine? Se si può dire… ehhh…

“Firenze è una città che avrebbe bisogno di molte incursioni per dimenticarsi (almeno per qualche istante) di quel passato ingombrante del quale oggi vuole fare solo da custode. Sfortunatamente, per ragioni geografiche, torniamo poco a Firenze, e non riusciamo a fare, e dire, tutto quello che avremmo voglia di esternare. Questa città rimane il posto in cui siamo nati durante gli anni dell’Accademia, è un luogo denso di significato al quale teniamo. Osservare a distanza certi episodi d’imbruttimento e di povertà culturale come le azioni contro i graffiti dei così detti “Angeli del Bello” non possono che deluderci e rattristarci.
Fortunatamente grazie a questo nuovo progetto sulle Minchiate fiorentine per “Copula mundi” ci sarà il pretesto per ritornare a Firenze per un periodo considerevole. Ed è inevitabile dunque che, oltre all’intervento ufficiale, qualche pezzo di carta disegnato possa scapparci dalle mani e…”

Francesca Nieri

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