Hate Moss, dal caos al palco del Glue
Intervista al duo italo-brasiliano: il 6 febbraio al GLUE presentano A Hot Mess, terzo album nato tra tour, club e scena alternativa
Venerdì 6 febbraio gli Hate Moss arrivano in concerto al Glue di Firenze per presentare A Hot Mess, il loro nuovo album. Unica data fiorentina, ma ennesima tappa di un percorso che da anni attraversa club, spazi autogestiti, festival e circuiti underground in mezzo mondo. Ad aprire la serata sarà RAMCO, progetto del collettivo artistico Stock‑a (fondato proprio dagli Hate Moss), tra elettronica ruvida, pulsazioni scure e attitudine sperimentale.
Nati a Londra nel 2018 e oggi di base a Roma, Tina Galassi (Abruzzo) e Ian Carvalho (cresciuto tra il Valdarno e il Brasile) hanno sviluppato il progetto Hate Moss lontano dalle traiettorie più convenzionali: il DIY come pratica quotidiana, il live come momento centrale di relazione, la comunità come vero motore creativo. A Hot Mess, terzo album del duo in uscita il 30 gennaio per la storica etichetta bolognese Trovarobato e realizzato in collaborazione con Pour Atom Oil, è un lavoro interamente autoprodotto che mescola generi e linguaggi — dal trip hop all’electroclash, passando per elettronica, industrial e influenze world — alternando portoghese, spagnolo, inglese e italiano.
Come suggerisce il titolo, A Hot Mess si muove dentro l’idea di un caos fertile: il duo non prova a mettere ordine, ma accetta la complessità del presente, la attraversa e la restituisce senza mediazioni, come una fotografia lucida del tempo che stiamo vivendo. Un’impostazione che trova una traduzione visiva diretta nella copertina dell’album, realizzata dall’artista fiorentina Vhro (Sara Vaccaro) a partire da un dialogo con la band: un paesaggio distopico, nato da una saturazione digitale di riferimenti religiosi generata dall’intelligenza artificiale e successivamente rielaborato su tela attraverso un intervento pittorico che riporta al centro una dimensione più umana e materica.
È da questa idea di caos che prende avvio la conversazione con gli Hate Moss.

Avete definito A Hot Mess come “un gran casino”, ma in senso positivo. Quanto questo caos è una scelta consapevole e quanto invece è semplicemente lo specchio fedele del tempo che stiamo vivendo?
IAN – Più che una scelta consapevole è una matura osservazione. Ci siamo più volte riproposti di scrivere un album “tematico”, con una struttura più definita, magari un genere preponderante o un argomento unico. Ma ci siamo dovuti arrendere alla realtà dei fatti: ci passano troppe cose per la testa per seguire un solo filo logico. E forse, se lo trasponi su una lettura del presente, è inevitabile. Gli input sono tantissimi, restare focalizzati è complesso. Ma questo non significa che il casino non possa essere anche un bel posto in cui sostare per un po’.
In “Mercimek Days” (l’ultimo EP uscito a giugno 2025, nda) emergeva l’idea che ballare fosse un atto di libertà. Oggi però l’esposizione continua sui social sembra rendere sempre più difficile lasciarsi andare senza paura di essere giudicati o filmati. Secondo voi il club è ancora uno spazio di spontaneità o sta diventando un luogo sempre più controllato, anche nei comportamenti?
TINA – Io ho pochissima esperienza di clubbing “classico”. Non sono mai stata quella che fa le cinque tutte le mattine sui bpm altissimi per perdere il controllo, come dici tu. Però negli ultimi anni, trovandomi a feste davvero belle, mi sono resa conto che ballare può essere profondamente liberatorio. È una cosa naturale: il corpo percepisce la musica e reagisce quasi senza sforzo. La fortuna enorme che ho avuto io nello scoprire questa cosa, è relativa al fatto che si trattasse sempre di feste davvero belle. Non fraintendetemi, è praticamente impossibile, se non nei rave duri e puri, che non vengano fatti video e che non ci sia comunque un minimo di performatività. Ma gli ambienti underground, DIY, queer permettono ancora di sentirsi al sicuro anche quando fai qualcosa che inizialmente ti mette a disagio. Sono spazi che vanno curati, perché producono cultura. Non riducono il divertimento a mero guadagno su ingressi, cocktail o visibilità social.

Oggi molte canzoni parlano di precarietà, ma pochissime raccontano il prezzo estremo di quella precarietà: la morte sul lavoro. È un tema scomodo, poco glamour e politicamente molto preciso. Con “Bianca” avete scelto di affrontarlo frontalmente: sentivate che fosse un vuoto da riempire, prima ancora che un tema da raccontare? Quanto è difficile, oggi, fare denuncia sociale nella musica senza scivolare nella retorica o nell’estetizzazione del dolore?
IAN – È complesso prendere posizione su temi così delicati. Ma sentiamo anche la necessità di parlarne. Quando un argomento diventa molto caldo, inevitabilmente risuona anche nella nostra vita quotidiana e può diventare l’input per un brano. Non vogliamo arrogarci il ruolo di chi “denuncia”: sono temi già noti che anzi, dovrebbero essere accolti dalla società, diventare terreno di confronto, di condivisione delle difficoltà e di costruzione collettiva di soluzioni. Se la nostra musica riuscisse anche solo a dare una piccola spinta a qualcuno per parlarne, sarebbe già tantissimo.
TINA – La linea tra racconto e retorica è sottilissima e ha a che fare anche con la buona fede. Credere che quello che scriviamo sia importante per noi, non una strategia di visibilità. Penso anche che l’essere costantemente performativi in qualche modo ci freni: c’è la paura di sembrare calcolatori, o di non esprimere un pensiero in modo perfetto. È giusto riflettere prima di esporsi, ma questa paura può diventare un freno allo scambio di idee su temi delicati e complessi che restano necessari, fino al rischio di silenziarli lentamente.
“Mentiras” è un brano che parla di falsi valori, regressione dei diritti e involuzione sociale. È un pezzo nato durante il vostro tour in Sud America: quanto il contatto diretto con quei territori ha influenzato sia il contenuto che la forma della canzone?
IAN – L’influenza sudamericana è fortissima, non solo per le mie origini ma per tutti i valori che gli amici e le amiche sudamericane ci hanno insegnato. C’è una forte comunità DIY (Do It Yourself, nda) che non è solo musicale: è un vero movimento sociale. In tour abbiamo discusso continuamente di politica, filosofia, religione con i colleghi e le persone che abbiamo incontrato. Anche quando non te ne rendi conto, tutto questo finisce dentro quello che fai.

Le collaborazioni presenti in “A Hot Mess” sembrano parte di un ecosistema. Che ruolo ha la comunità nel vostro processo creativo? E quanto conta lavorare con musicisti incontrati lungo il percorso, invece che con nomi “strategici” per il mercato?
IAN – La comunità è il nostro processo creativo. Anche se sul palco siamo in due, dietro ogni album siamo in tantissimi. I sample che manda Tina sono strumenti veri, registrati da amicə e artistə conosciuti lungo la strada. Produzioni e mixaggi vengono condivisi con professionistə incredibili che sono anche amicə, che ci aiutano a limare, aggiungere, togliere. Anche la canzone più intima, per noi, è un processo collettivo. Proprio perché la comunità è così importante, più andiamo avanti e più ci rendiamo conto che la strategia ha molto poco a che fare con la musica che facciamo e con il percorso artistico che vogliamo seguire. I featuring presenti nel disco, prima ancora di essere featuring sono delle relazioni di amicizia basate sulla stima che abbiamo per la musica e l’attitudine di Vitor Brauer (Lupe de Lupe) e Tyto (Beppe Scardino).
L’artwork di Vhro parla di intelligenza artificiale, religione, saturazione digitale e intervento umano. Vi riconoscete in questa tensione continua tra tecnologia e bisogno di umanità?
TINA – Sì, totalmente. Siamo tutti figli del nostro tempo. Io ho visto nascere internet, quindi è naturale essere attratti da quello che il digitale offre. Ma sentiamo sempre il bisogno di tornare a qualcosa di tangibile, a una realtà più umana. Nel lavoro di Sara l’origine può essere anche digitale, ma il risultato finale sono pennellate che puoi vedere e toccare. Questo cambia tutto: dona all’immagine una profondità che nessun computer potrà mai raggiungere. Vale anche per la musica: l’elettronica crea mondi incredibili, ma il modo in cui una persona suona uno strumento, soprattutto dal vivo, è un’altra storia.
Venerdì 6 febbraio suonerete al Glue di Firenze. Come guardate la scena musicale fiorentina e italiana oggi?
IAN – Non conosco così bene la scena fiorentina purtroppo, conosco qualche band che stimo come i God of the Basement, gli Hate & Merda, ma in generale non credo esistano più scene legate a una città, come era negli anni Ottanta. Oggi le scene non sono definite dallo spazio, ma dallo stato sociale, dal tempo, dalla moda. Lo stile passa dai portali digitali. Se puoi permettertelo e lo vuoi, lo segui, entri a far parte di una community come fosse un gruppo WhatsApp o TikTok. È un altro tipo di appartenenza.