Il Coronavirus fa scoprire a Firenze lo Smart Working di massa

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In emergenza si chiede di restare a casa, ma la tecnologia permette di lavorare da remoto. Ne parliamo con Samuel Lo Gioco, esperto di leadership emotiva che da anni promuove questa filosofia organizzativa per le aziende.

Proprio come in Lombardia, anche nella nostra città, in molti si sono organizzati per svolgere da casa dei compiti solitamente eseguiti in ufficio. Quelli che avevano già ottenuto dall’azienda un progetto di “lavoro agile” sono stati più pronti ma adesso, dove è possibile, riguarda tutti per prevenzione dalla pandemia. Ci preme però fare una precisazione di concetto. Quando parliamo di questa modalità bisogna distinguerla dal semplice invito al personale a lavorare da casa. Lo Smart Working è e resta un accordo sottoscritto dalle parti, spesso concertato con i sindacati, regolato dall’entrata in vigore della Legge n. 81/2017. Da corredo ci sono alcune imprescindibili clausole accessorie, tra cui citiamo “il diritto alla disconnessione” per esempio. Ma, dallo scorso 2 marzo, con l’entrata in vigore del Decreto d’emergenza, è stata data priorità alla tutela della salute sui passaggi burocratici, eliminando di fatto quella che era, in modo gergale, la “firma del contratto”. La semplificazione ne ha facilitato la diffusione anche nelle piccole aziende. Abbiamo così voluto porre alcune domande ad un esperto della materia per conoscere qualcosa di più su questo tema di cui si sta parlando molto. Samuel Lo Gioco è un consulente fiorentino che da tempo promuove lo smart working come cambio di paradigma della cultura aziendale. 

Cos’è lo Smart Working? Una moderna modalità di eseguire un progetto, un’opportunità per ripensare le organizzazioni o l’anticipazione dell’impiego del futuro?

Potremmo approcciare l’argomento da molti punti di vista, ma semplicemente per me si tratta di un mezzo che mira a creare un ambiente di lavoro sensibile per le persone. In fondo, a ben pensarci, è un welfare che aiuta a trovare un equilibrio vita/lavoro e rendere i dipendenti più responsabili e consapevoli a mio avviso. Questo, in maniera indiretta, premia sempre le aziende. 

Prima dell’emergenza Coronavirus, uno studio condotto dal Politecnico di Milano ha evidenziato nel 2019 in 570mila “lavoratori agili” in Italia. Di che numeri stiamo parlando?  

Nonostante uno scenario di crescita del 20% rispetto all’indagine del 2018, il nostro Paese è ancora sotto la media europea. Indipendentemente dall’epidemia del COVID-19, sarebbe opportuno che le nostre organizzazioni private e pubbliche applicassero con coraggio lo smart working e non in forme parziali o sperimentali. Purtroppo in Italia il management è culturalmente molto abituato al controllo dei dipendenti. Inoltre, il cambiamento è spesso imposto da cause esterne, esempio ristrutturazioni aziendali che hanno portato a chiusura di filiali, non favorito dall’evidenza di un reale miglioramento. 

Call&Call, Pistoia, 2015. 250 employees, 80% are women with an average age of 35 years old.

Eppure l’Italia da tempo è l’economia con il più basso tasso di produttività d’Europa e anche da questa “malattia” dovremmo guarire. In quest’ottica può essere strumento di aiuto?

In linea di principio avere cura dei propri collaboratori è un atto che porta maggiore produttività. Tra l’altro, sempre dati dell’Osservatorio di ricerca del Politecnico di Milano di riferimento, si evince che proprio che una maggiore attenzione verso il personale aumenta la produttività in azienda del 15%. Ora, la situazione ha costretto molte realtà italiane ad un esperimento non volontario di massa di lavoro da remoto. Alcune erano già strutturate e hanno semplicemente esteso accordi già contrattualizzati, altre lo hanno sperimentato per la prima volta con improvvisazione, ma voglia di arrangiarsi in qualche modo. 

A cosa bisogna prestare attenzione per lo svolgimento dell’attività da remoto, l’accesso ai dati aziendali dall’esterno richiede software specifici? 

Direi solo di prestare alcuni accorgimenti. Per prima cosa, gli strumenti per lavorare devono essere adeguati e assolutamente piattaforme non domestiche. Esempio Skype in versione free non è ideale, come anche WhatsApp, essendo tra le applicazioni di messaggistica istantanea più “hackerate”. Inoltre, per essere in regola con la G.D.P.R./2016 dobbiamo far transitare i dati all’interno della struttura IT aziendale (intranet) e non su software non locati presso la nostra rete informatica. Soluzioni professionali, soprattutto per la videoconferenza e la collaborazione di team da remoto, sono Zoom, Webex o Teams di Microsoft. 

L’emergenza che stiamo vivendo potrebbe essere quindi l’occasione per far capire alle aziende che i dipendenti sono addirittura più produttivi in questa nuova modalità organizzativa. Ci sono ricadute positive di benessere per coloro che non devono perdere tempo e sostenere i costi di spostamento verso l’ufficio e per l’ambiente con minore traffico. La sensazione è che in ogni caso, quando questa pandemia sarà finita, lo Smart Working avrà fornito a molte organizzazioni una risposta inaspettata ma utile per la futura gestione del personale.

Articolo di Francesco Sani. Foto: Michele Borzoni, “Workforce”, edito da L’Artiere.

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Francesco Sani

Classe 1979, è giornalista pubblicista. Sopravvissuto agli anni Novanta, a quel decennio resta culturalmente e irrimediabilmente legato. Sono note le sue passioni per la musica rock, il calcio e ha velleità da fotografo.

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