L’università di Firenze ricorda Giulio Regeni.

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Un anno fa, 16 gennaio 2016, al Cairo, Giulio Regeni festeggiava il suo ultimo compleanno. Il giovane ricercatore scomparve il 25 gennaio 2016 e il suo corpo esanime fu ritrovato il successivo 3 febbraio sul ciglio della strada. Ancora oggi, le circostanze che hanno portato a questo tragico evento rimangono senza una chiara spiegazione e forse, dato il sempre più evidente coinvolgimento delle forze di sicurezza egiziane nella vicenda, la verità non troverà mai la luce.

 

Quest’anno l’occasione per riflettere sulla scomparsa di Giulio Regeni è stata offerta all’Università di Firenze, dalla riunione annuale di SeSaMO, la Società Italiana per gli Studi sul Medio Oriente, nata nel 1995 all’interno della Facoltà di Scienze Politiche e composta quasi interamente da ricercatori universitari esperti di questioni politiche mediorientali. L’evento tenutosi lunedì 16 gennaio ha ricevuto il patrocinio e il sostegno della stessa Università, molto sensibile al tema dato il grande numero di studenti impegnati nella ricerca sul campo, lontani dall’ateneo. Non a caso, infatti, l’Università di Firenze è stata tra le prime istituzioni ad aderire alla campagna promossa da Amnesty International per la richiesta della verità sul caso Regeni.
Professori, ricercatori e studenti si sono ritrovati per parlare insieme dell’importanza della libertà di ricerca, le conseguenze di una mancata garanzia della stessa e delle criticità di un contesto politicizzato come quello mediorientale.

Giulio Regeni era uno studente italiano iscritto all’Università di Cambridge. Nell’autunno del 2014 si era trasferito al Cairo per fare ricerca sul campo, per studiare da più vicino i sindacati egiziani indipendenti, in particolare quello degli ambulanti. Una categoria che era stata determinante nella mobilitazione popolare che aveva portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak e diventata poi fondamentale per l’elezione del successivo presidente Muhammad Morsi. Da quando la scure del presidente Abdel Fattah al-Sisi (che ha rovesciato Morsi con un colpo di Stato) si è abbattuta su alcuni diritti fondamentali, gli ambulanti e i loro sindacati sono stati infiltrati da agenti del regime in modo da controllare e prevenire qualsiasi nuovo impeto popolare simile alla Rivoluzione di Piazza Tahrir avvenuta proprio il 25 gennaio 2011. Di giovani scomparsi dall’ascesa di al-Sisi ce ne sono stati molti. Uomini e donne torturati nelle carceri e nelle stazioni di polizia per come si legge nei rapporti delle organizzazioni internazionali a tutela dei diritti umani; dei giovani scomodi che subiscono oggi lo stesso fato dei desaparecidos cileni di Pinochet. Tra di essi c’è anche Giulio Regeni. Il ritrovamento del suo corpo, lungo l’autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria, ha dato inizio ad una storia molto rocambolesca e al contempo molto triste. Ogni spiegazione fornita dalla polizia circa gli avvenimenti non è risultata credibile, a cominciare dall’incidente automobilistico fino al crimine passionale passando per omosessualità e droga. Versioni che non collimavano con i segni di tortura sul corpo del giovane, con le sette costole rotte e con la dichiarazione della madre Paola Regeni che sosteneva di aver riconosciuto il figlio unicamente dalla punta del naso, dato che del viso non era rimasto niente.
Sparizione, tortura e omicidio, dunque, per giunta commessi dalla polizia (secondo le testimonianze due agenti in borghese avrebbero prelevato il giovane alla fermata della metro poco dopo essere uscito di casa), tutte colpe che trasformano la vicenda in un crimine di Stato ancora tutto da chiarire e dimostrare.

Proprio da questa consapevolezza parte la discussione della conferenza in memoria di Giulio Regeni: la necessità di difendere la libertà di ricerca non solo nell’ambito del sapere ma anche all’interno della sfera giuridica civile ergendola a diritto non solo fondamentale ma naturale. Un ragionamento portato avanti dai due professori della Scuola “Cesare Alfieri”, Orlando Rosselli (docente di diritto pubblico avanzato e diritto costituzionale) e Antonio Bellizzi (ricercatore e docente di diritto della persona e diritto di famiglia), intervenuti dopo i primi saluti istituzionali del Presidente della Scuola Giusto Puccini, del Rettore dell’Università Luigi Dei e del Presidente di SeSaMO Matteo Legrenzi mediati dal professor Alberto Tonini. Particolarmente interessante è stato anche l’intervento dell’avvocato Eugenio Alfano, ex studente della Facoltà di Giurisprudenza e attuale referente per Amnesty Toscana. Ha infatti sollevato uno dei problemi più controversi della questione Regeni, ovvero il debole eco della vicenda nei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Da tempo infatti Italia ed Egitto sono stretti partner commerciali, i rapporti sono diventati ancor più importanti dopo la scoperta da parte di ENI di un enorme giacimento di gas naturale a largo delle coste egiziane. Amnesty denuncia infatti un’azione troppo flebile nella richiesta della verità sul caso, in quanto una posizione più forte potrebbe portare all’interruzione di alcuni rapporti privilegiati nell’accesso al gas, che sono stati stipulati con lo stesso al-Sisi e il suo governo. Ciononostante, l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni richiamò “per consultazioni” l’ambasciatore italiano senza però interrompere i rapporti diplomatici. Da Primo Ministro, lo scorso 22 dicembre, Gentiloni ha deciso di inviare il nuovo ambasciatore Giampaolo Cantini al Cairo. Una decisione che vede la forte opposizione di Amnesty e della famiglia Regeni. Eugenio Alfano coglie l’occasione per raccontare le sua sorpresa davanti alle molteplici adesioni avvenute da parte delle istituzioni della società civile per la campagna Verità per Giulio Regeni lanciata lo scorso aprile.

Oliver Roy

Di maggiore rilievo intellettuale è stata la lectio magistralis di Olivier Roy, famosissimo politologo e islamista francese e attuale co-direttore del programma di Studi sul Mediterraneo del Centro per gli Studi Avanzati Robert Schuman all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Da sempre studioso dell’Islam politico in Medio Oriente, in particolare in Iran, si è spesso confrontato con la chiusura e il sospetto dei governi con i quali entrava in contatto. In breve, da scienziato politico si è spesso trovato a far fronte alle difficoltà derivanti dalle diverse interpretazioni del potere politico e statuale in una regione tanto sensibile quanto politicizzata. Un lungo intervento ricco di aneddoti personali, attraverso i quali la vita accademica del ricercatore riesce a prendere forma. Se ne apprezzano così le incertezze e i dubbi, ma anche la sicurezza di trovarsi a tu per tu con situazioni difficili e compromesse davanti alle quali nonostante tutta l’onestà intellettuale a disposizione, è impossibile rimanere neutrali.
Olivier Roy conclude ricordando a tutti i presenti, agli addetti ai lavori, che il ruolo dello studioso accademico non deve essere considerato con leggerezza ma con una doverosa valutazione delle proprie responsabilità. Davanti alla necessità di garantire la libertà di ricerca e l’incolumità dei ricercatori, non si deve dimenticare che, nonostante la preparazione, la fama, la capacità di parlare lo stesso linguaggio (non soltanto la stessa lingua) di chi si ha di fronte e tutta l’esperienza possibile, “non si può mai sapere” e nessuno è mai veramente al sicuro.

Se ne può concludere che il caso di Giulio Regeni benché tocchi la sensibilità in primis dei ricercatori, non riguarda solo uno sparuto gruppo di intellettuali avventurieri bensì tutti. La verità sulla sua morte, così come la più generale protezione della libertà di ricerca, non si possono perdere nei meandri di un gioco politico più grande ma sono necessari per permettere alla conoscenza di rinnovarsi e migliorarsi costantemente a vantaggio dell’intera comunità.

Barbara Palla

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