Indifesi sotto la notte: narrazioni dell’AIDS
Sono nato nel 1988. Questo significa che quello che racconto nel mio saggio Indifesi sotto la notte si era giร svolto prima che io potessi rendermi conto del mondo. LโAIDS รจ entrato nella mia vita per stratificazione e per assenza, attraverso frammenti di conversazioni familiari che non capivo del tutto, attraverso la voce di mia nonna che mi diceva di stare attento alle siringhe quando andavo a giocare nel bosco vicino casa, con quella voce che mescolava la preoccupazione concreta e il terrore vago di qualcosa che non si riusciva ancora a nominare con precisione. Quando Vera Gheno ha accettato di dialogare con me su questo libro al Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio, sapevo che sarebbe stato prezioso e importante.
Vera รจ nata nel 1975. Ha ricordi di quegli anni che io non posso avere, ricordi vividi, fisici, legati alla propria maturazione sessuale e alla paura che lโaccompagnava. Mi ha raccontato che leggendo il libro ha vissuto qualcosa di simile a una riunione con se stessa: come รจ possibile, si รจ chiesta, che una persona che non ha vissuto quegli anni riesca a descrivere un periodo che lei ricorda con tanta nitidezza? ร stata la prima cosa che mi ha detto quella sera, e me la sono portata dietro per tutto il resto della presentazione.

Indifesi sotto la notte nasce da un libro che non esiste, avevo in mente un saggio sul coming out: cosa significa oggi, per una persona non eterosessuale, affermare la propria identitร in un paese che nel 2016 ha prodotto le unioni civili come unica risposta legislativa concreta e poi si รจ fermato lรฌ. Non รจ riuscito nemmeno a varare una legge contro lโomobilesbotransfobia. Il saggio sul coming out non ha mai visto la luce, o almeno non in quella forma. Ma dentro di lui cโera giร il germe di quello che poi รจ diventato questo libro.
ร stato Luca Scarlini a indicarmi la direzione. Mi ha detto: leggi Lโintruso di Brett Shapiro. ร un libro che si trova su Vinted o sui siti di libri usati a pochi euro, prima che qualcuno si decida a ristamparlo. Racconta attraverso uno scambio epistolare la storia di Giovanni e Brett, dal loro primo incontro fino alla morte di Giovanni, con il commento di Brett, la persona che sopravvive, che rilegge quelle lettere e le accompagna.
Quando pensiamo alla malattia, pensiamo sempre al punto di vista del malato, non pensiamo mai a chi rimane. Lโintruso prende entrambi in considerazione, e quella doppia prospettiva ha cambiato il modo in cui ho pensato al libro che stavo costruendo.

Il titolo del mio saggio viene da un verso di W. H. Auden. Ho trovato questo verso in due posti diversi quasi in contemporanea: allโinizio de Lโintruso di Shapiro e nellโintroduzione di The Normal Heart di Larry Kramer. Mi sono fermato su quel doppio senso e non lโho piรน abbandonato. Da una parte cโรจ lโessere indifesi come condizione di abbandono: il buio, la solitudine, lโassenza di protezione politica, sociale e sanitaria che queste persone hanno vissuto.
Dallโaltra cโรจ qualcosa che per me conta altrettanto, lโessere indifesi come possibilitร , come valore. La capacitร di stare nel mondo senza le barriere che costruiamo ogni giorno per paura dellโaltro, per paura della malattia, per paura del futuro. Una parte del titolo รจ un modo per dire quanto queste persone siano state abbandonate, lโaltra parte รจ un augurio.
Durante la serata Vera ha letto ad alta voce un passaggio del mio libro che lโaveva colpita. ร un punto in cui parlo di Pier Vittorio Tondelli e della sua scelta di non esporsi pubblicamente sulla propria malattia. Comincio a riflettere su quella scelta e scrivo: non penso di riuscire a condannare Tondelli per la sua decisione di non esporsi. E da lรฌ parte qualcosa che non avevo pianificato. Pensiamo a quanto oggi ci esponiamo per combattere battaglie che sembrano giร perse in partenza, veniamo bollati come attivisti, e sembra che per questo abbiamo il dovere di esporci per dei diritti che non arrivano, quando in realtร vogliamo solo vivere.
Il sistema รจ impermeabile alle parole, sordo ai nostri discorsi, refrattario alle nostre urgenze. Gridiamo e gridiamo ancora e nel migliore dei casi veniamo relegati nella categoria dei combattenti, degli idealisti, di quelli che hanno una causa. Come se avessimo scelto consapevolmente di trasformarci in bandiere agitate dal vento di un progresso che in realtร รจ stagnante.

Vera ha detto che in quel pezzo ha visto molta rabbia, e anche molto autobiografismo. Ha ragione su entrambe le cose. Quella rabbia viene da persone che sono entrate nella mia vita e che mi hanno fatto vedere il mondo da un punto di vista diverso dal mio. Viene dal fatto che nel 2021 ho scritto un libro, Canone ambiguo, in cui scrivo di letteratura italiana del Novecento da una prospettiva queer, e da quel momento in poi mi sono ritrovato a fare il portavoce di istanze che non sempre ho scelto consapevolmente di incarnare.
Mi capita di camminare per strada tenendo la mano del mio compagno, e amici anche illuminati mi dicono: madonna, che coraggio! E io penso: non รจ un atto di coraggio, รจ tenere la mano di qualcuno che amo. Finchรฉ continuiamo a leggere quel gesto come coraggioso, stiamo caricando di un peso enorme qualcosa che dovrebbe essere semplicemente normale.
Ho scelto con cura gli autori e le autrici di cui parlo nel libro. Il criterio era uno solo: persone che hanno scritto, pubblicato o realizzato opere in quegli anni, e che attraverso la propria arte hanno provato a raccontare quello che stava succedendo. Non sono tante, perchรฉ non erano tante quelle che hanno deciso di farlo pubblicamente. Bellezza, che chiude il libro, ha raccontato attraverso la poesia. Patrizia Vicinelli attraverso opere evocative, con un linguaggio quasi liturgico.

Nino Gennaro, artista siciliano, attraverso le parole e il video. Tondelli non ha mai nominato lโAIDS esplicitamente in Camere separate, eppure la malattia รจ lรฌ, presente in ogni pagina, in quella forma di assenza che รจ piรน eloquente di qualsiasi dichiarazione. Giovanni Forti e Brett Shapiro attraverso le lettere, Simona Ferraresi, in Come il cielo, ha raccontato come si possa decidere di abitare la propria condizione di sieropositivitร senza farsi schiacciare, assediando la giornata, come scriveva lei, invece di lasciare che sia la giornata ad assediare te.
Per le testimonianze ho seguito un ragionamento diverso. Volevo che il libro costruisse quella che chiamo una cronologia emotiva: domande che lasciassero spazio a un ricordo personale. E quello che รจ emerso, da tutte le voci che ho incluso tra cui Luca Guadagnino, Luca Scarlini, Tommaso Giartosio, Marco Bagnai, Dacia Maraini, Vera Gheno stessa, รจ stato in larghissima parte unโassenza. Nessuno aveva ricordi nitidi.
Tutti ricordavano qualcosa di vago: una pubblicitร , un discorso sentito in televisione. Tommaso Giartosio ha esordito dicendo: io vivevo in America quando lโAIDS ha cominciato a fare notizia, e non ho mai scritto niente di AIDS. Anche questo รจ un dato perchรฉ anche questa lacuna racconta qualcosa.
Marco Bagnai, che ha aperto il primo locale gay dโItalia a Firenze e che nella serata al Teatrodante ho citato piรน volte, ha raccontato di aver cominciato a distribuire preservativi gratuitamente nel suo locale giร nei primi anni dellโepidemia. Le persone li prendevano e li buttavano per terra. Non volevano saperne. E questa non รจ solo una storia degli anni Ottanta, perchรฉ il preservativo รจ ancora visto come un fastidio, come un accessorio da portare malvolentieri.

Lโunico strumento che garantisce ancora la percentuale piรน alta di protezione dalla trasmissione del virus viene percepito come un ostacolo al piacere. E nel frattempo le infezioni da HIV sono in risalita non nella popolazione omosessuale, ma tra i giovani eterosessuali. Il motivo รจ semplice: negli ultimi anni sullโeducazione sessuale si รจ fatto davvero poco, e la prevenzione รจ rimasta confinata nei circuiti delle associazioni LGBTQ+, che si sono auto-organizzate perchรฉ non avevano altra scelta. Questo รจ il nodo del libro, e lo รจ anche del dialogo con Vera.
LโAIDS รจ stato raccontato fin dallโinizio come il cancro dei gay. Il primo articolo di giornale americano che lo nominava usava esattamente quella formula. In Italia, dove la maggior parte dei contagiati erano tossicodipendenti, si รจ scelto comunque di adottare quella narrazione, perchรฉ lโomosessualitร veniva vista come una scelta e responsabilitร individuale. La tossicodipendenza invece era un problema sociale e affrontarla avrebbe significato fare i conti con qualcosa di sistemico. Era piรน comodo guardare dall’altra parte.
Ho scritto Indifesi sotto la notte perchรฉ volevo che un Luca ventenne di oggi avesse in mano qualcosa che gli parlasse per capire il presente. Perchรฉ le cose che viviamo oggi, come la paura del corpo dell’altro, la necessitร di costruire famiglie dโelezione in alternativa a quelle di sangue, la necessitร di esporsi per ottenere diritti che non arrivano, hanno radici precise in quegli anni, in quelle morti e in quel silenzio. E finchรฉ non le conosciamo, non riusciamo a metabolizzare quello che siamo diventati.
ร un privilegio non sapere quando arriverร la morte, scrivo nelle ultime pagine del libro. ร lโunico modo in cui il senso delle cose riesce ad avere una sua validitร e questa frase รจ anche un modo per dire che il lusso di non pensarci, di considerare quella storia conclusa, non possiamo ancora permettercelo.
Foto cover: Anna Sofia Bastianoni