Jenna Tatham e l’espressionismo materno
Pittura & Comics 20 Luglio 2026 20 min di lettura

Jenna Tatham e l’espressionismo materno

Nell’atelier di Santo Spirito con l’artista inglese: le opere, il metodo e gli incontri che hanno plasmato la sua pittura.

Jenna Tatham

Jenna Tatham e l’espressionismo materno

FUL ha incontrato l’artista inglese, di base a Firenze, nel suo atelier in Santo Spirito. È stata l’occasione per ammirare le sue opere e porle delle domande per conoscere meglio la sua arte.

Ho conosciuto Jenna Tatham all’inaugurazione della mostra Eros and Ashes a Spazio Sassetti lo scorso maggio e dopo le presentazioni di rito, la pittrice mi ha invitato a visitare il suo spazio creativo di via dei Serragli. Ho colto l’occasione e Jenna è stata così ospitale da mostrare a FUL le sue opere, alcune addirittura work in progress e rispondere ad alcune domande per il magazine.

Il tuo background unisce mondi incredibilmente affascinanti: il rigore del disegno sight-size ai Charles Cecil Studios di Firenze, i tuoi studi di Teologia e Religione a Oxford e, andando ancora più indietro, un incontro decisivo all’età di quattro anni con l’arte di Dalí al Museum Ludwig. In che modo queste anime così diverse si integrano nel tuo percorso e come hanno plasmato l’artista che sei oggi?

Trovarsi davanti a La Gare de Perpignan di Salvador Dalí a quattro anni è uno dei miei primissimi ricordi, e sicuramente il mio primo incontro con un’opera d’arte che si è impressa nella mia psiche. Anni dopo, tutto ciò che riuscivo a ricordare era una luminosità travolgente, la vastità della tela e una figura che cadeva nel cielo. Mia madre mi raccontò che mi lasciò lì in piedi a lungo mentre lei passeggiava per il resto del museo! Guardando indietro, posso solo descriverlo come il ritrovamento di una visione in cui riposare.

C’era qualcosa di stranamente confortante in quel mondo surreale, un posto in cui potevo scomparire. Da bambina ho avuto la fortuna di essere circondata dall’arte e disegnavo quasi ogni giorno accanto alle mie sorelle maggiori. Per molti versi, ho sempre abitato un regno immaginativo parallelamente a quello visibile.

I miei anni ai Charles Cecil Studios hanno offerto un dono molto diverso. Sebbene avessi iniziato a studiare disegno accademico a tredici anni, l’intensità della pratica quotidiana ha affinato il mio sguardo, mi ha insegnato la pazienza e mi ha dato fiducia nel linguaggio della pittura a olio. Cosa ancora più importante, ha coltivato in me la comprensione del flusso della luce, del ritmo della forma e della bellezza dei contorni naturali del corpo.

Mi ha insegnato a fare continuamente un passo indietro, a vedere un dipinto come un organismo unificato e a capire come ogni singolo segno contribuisca al movimento del tutto.

Al tempo stesso, diventavo sempre più consapevole del fatto che stavo costruendo una base tecnica per idee che andavano ben oltre la rappresentazione. Il mio fascino per le tradizioni religiose, la mitologia, la filosofia e le questioni metafisiche stava diventando inseparabile dalla mia pratica artistica.

Il mio interesse per l’intersezione tra letteratura spirituale, scienza e misticismo ha plasmato il mio lavoro fin dai tempi dei miei A Levels (i diplomi scolastici britannici), quando ho incontrato per la prima volta il concetto buddista di Stream Enterer (“colui che entra nel flusso”) e ho iniziato a usare l’acqua come metafora visiva dell’abbandono. Nel sufismo, nel neoplatonismo, nel buddismo, nel taoismo e in alcuni filoni del misticismo cristiano, l’acqua emerge ripetutamente come immagine di unità ed emanazione, esprimendo come le singole forme nascono da un tutto più grande e rimangano inseparabili da esso.

Prima di dedicarmi completamente alla figura, ho sperimentato con dipinti astratti ispirati al mare che cercavano di fungere da specchi energetici. Sono poi passata a ritrarre un corpo che si dissolveva in una rivisitazione contemporanea di Ofelia nel 2022, una narrazione che intendevo non tanto come una storia di morte fisica, quanto di dissoluzione dell’ego.

Ho trascorso del tempo viaggiando da sola in Indonesia, dove la vita negli ashram e la pratica della meditazione con i mantra sono diventate parte del mio ritmo quotidiano. In quel periodo ho anche visitato Villa Vrindanava sulle colline fiorentine, la cui collezione di arte sacra mi ha lasciato un’impressione profonda. Una citazione che mi è rimasta impressa è di Niels Bohr:

“Il fatto che le religioni abbiano parlato per immagini, parabole e paradossi significa che non c’è altro modo di cogliere la realtà a cui si riferiscono; non significa che non sia una realtà autentica”.

Invece di vedere i miti, i simboli e l’immaginario religioso come tentativi primitivi di spiegare il mondo, ho iniziato a interessarmi a essi come linguaggi sofisticati in grado di esprimere realtà che superano il linguaggio ordinario. Il mio desiderio di approfondire la comprensione dei fondamenti filosofici e teologici del buddismo e dell’induismo è cresciuto costantemente, portandomi infine a fare domanda per studiare Teologia e Religione all’Università di Oxford nel 2023.

Jenna Tatham

Mentre preparavo la mia candidatura, mi sono interessata in modo particolare al conflitto storico tra i monoteismi patriarcali e le tradizioni più antiche legate alla natura, una tensione che credo continui a riecheggiare oggi nello squilibrio tra principi maschili e femminili, spirito e materia, e nella relazione distruttiva e violenta dell’umanità nei confronti del mondo naturale.

Durante la ricerca sugli archetipi femminili, sono rimasta colpita da come le donne autonome appaiano ripetutamente come figure pericolose in tutta la mitologia e la storia delle religioni. Che si tratti di una dea, di una vedova, di una strega o di una tentatrice, l’indipendenza femminile è così spesso associata a forze che devono essere temute, controllate o demonizzate. Questo è diventato un filo conduttore duraturo nella mia pratica. I miei dipinti non cercano semplicemente di raffigurare le donne, ma di ripristinare un equilibrio. Intendo il femminino non solo come un’identità di genere, ma come un principio elementare di creazione, dissoluzione, intuizione, incarnazione e trasformazione.

Nel gennaio del 2024 mi è stato offerto un posto per studiare Teologia e Religione all’Harris Manchester College. Inizialmente ero felicissima e ho accettato l’offerta. Tuttavia, quando è arrivato settembre ed è giunto il momento di accendere il prestito studentesco, mi sono trovata incapace di procedere; tutto il mio corpo si è ribellato e non ho potuto ignorare il fatto che quella non fosse la mia strada.

Era un’opportunità straordinaria, ma mi sono resa conto che stavo cercando un’autorità che convalidasse la mia voce, un permesso istituzionale per indagare su questioni che stavo già esplorando attraverso la mia pratica creativa. Abbandonare la mia creatività e ignorare la vera direzione verso cui venivo guidata sarebbe andato contro tutto ciò in cui avevo iniziato a credere, così ho fatto un salto nel vuoto.

Più di recente, mentre lavoravo alla mia ultima collezione di dipinti, ho trovato al mercato un libro sui primi cristiani e sul mondo bizantino, pieno di raffigurazioni di luoghi e oggetti sacri. Sono stata davvero ispirata dagli accostamenti di colore, eppure per me queste strutture sono il simbolo del distacco tra l’umanità e il sublime.

Costruita in un’epoca in cui la fede veniva usata come un’arma per controllare le popolazioni, la chiesa si posizionava come punto di accesso a Dio, e un rapporto personale e diretto con il divino veniva guardato con sospetto. Così attingo dall’innegabile bellezza di queste strutture, ma cerco di dissolverle; perché la natura è il mio altare, il mio corpo un sacerdote, e vedo il divino scorrere liberamente attraverso tutte le cose.

In questo senso, l’arte, filosofia, la teologia e persino la scienza quantistica non mi sono mai sembrate separate. Le vedo come modalità, metodi e linguaggi diversi per avvicinarsi al mistero dell’esistenza. Si interrogano su come ci relazioniamo con l’invisibile, su come i simboli o le mappe concettuali diano forma a ciò che non può essere espresso a parole, e su come possiamo riscoprire l’interezza all’interno di un mondo interconnesso.

Oggi continuo a incamerare moltissimi stimoli, ma mi astengo dal cercare di tradurre le idee direttamente in dipinti. L’ispirazione lascia le sue tracce incommensurabili, eppure è la base, piuttosto che la guida, di ciò che emerge. Mi piace pensarla come la luce che attraversa un caleidoscopio.

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Guardando il tuo lavoro, si nota una gestione unica del mezzo pittorico: applichi il colore, poi lo “svernici” e lo dissolvi usando l’acquaragia, lasciando che il caso e l’intuizione facciano la loro parte. In questo processo, i confini del corpo umano si dissolvono, fondendosi con elementi naturali come la corteccia d’albero o l’acqua che scorre. Come sperimenti queste tecniche e cosa significa per te questa totale fusione tra corpo e natura?

Il mio dipinto Decaying Sapling (2024) ha segnato una svolta nella mia pratica. È stata la prima opera in cui mi sono allontanata da una composizione a collage predeterminata per muovermi verso un processo di stratificazione progressiva, lasciando che l’immagine emergesse gradualmente mentre sperimentavo la diluizione della pittura a olio fino a renderla traslucida, quasi con una qualità da acquerello.

Inizialmente sono stata attratta da queste possibilità attraverso il lavoro di Helen Frankenthaler e la sua tecnica di “smacchiare il colore” del colore” detta soak-stain, così come dai dipinti di Hu Jundi, i cui oli possiedono spesso la luminosità dell’acquerello. Sotto la superficie finale di Decaying Sapling si celano diverse composizioni precedenti, tra cui un intero dipinto abbandonato e un mio autoritratto in piedi tra gli alberi, che ho successivamente coperto per creare due prospettive dello stesso albero. Il titolo si riferisce alla coesistenza simultanea del seme e della quercia. Riflette una concezione eternalista del tempo, in cui passato, presente e futuro coesistono all’interno di un unico campo di esistenza.

Da lì, ho iniziato a sviluppare un processo di rimozione del colore con l’acquaragia ogni volta che una composizione mi sembrava troppo definita o conclusa. Le forme completamente risolte sembravano spesso ostruire il movimento o l’energia di un dipinto, così le dissolvevo parzialmente, lasciando che ne rimanessero dei frammenti.

Attribuisco un grande valore a queste tracce come testimonianze dell’evoluzione del dipinto. Conservano la memoria della struttura pur rimanendo ambigue, invitando l’immaginazione dello spettatore a completare ciò che è stato lasciato irrisolto. Rimango continuamente sorpresa dalle forme che le persone scoprono in questi passaggi, un po’ come guardare le immagini che appaiono e svaniscono tra le nuvole in movimento.

Alla base di questo processo c’è l’idea di entelechia, il concetto aristotelico dello spiegarsi di un potenziale intrinseco. Vedo la pittura, così come il modo in cui scelgo di vivere la mia vita, come un atto di abbandono a questo dispiegamento. Piuttosto che imporre un’immagine sulla tela, cerco di ascoltare, rispondere e lasciare che l’opera diventi ciò che vuole diventare. Ogni dipinto si sviluppa secondo una propria logica interna, il che significa che non ce ne sono due concepiti allo stesso modo.

Eppure, ogni dipinto diventa una testimonianza di trasformazione: un’impronta energetica dell’esperienza vissuta, distillata attraverso il corpo ed espressa attraverso i pigmenti.

Humming Bark (2025) è iniziato il giorno prima che tracciassi il primo segno, quando mi sono ritrovata a piangere tra i rami del mio albero preferito a Firenze. Mentre riposavo lì, sono diventata intensamente consapevole della presenza dell’albero. La sua corteccia sembrava vibrare sotto la luce calante e, anziché apparire semplicemente marrone o color ruggine, era circondata da una morbida nebbia lilla mentre il sole tramontava. Il mio telefono si era scaricato, quindi invece di scattare una foto, sono rimasta in quell’esperienza, permettendole di imprimersi come memoria emotiva e visiva. Quel momento è diventato la fonte del dipinto. Sono affascinata dalle dicotomie, dai momenti di spaziosità in cui coesistono emozioni apparentemente opposte; in questo caso, la danza tra il dolore e la gratitudine.

Roots of Breath è iniziato da un luogo simile. Il suo primo strato era un paesaggio interiore: un campo blu contenente un albero le cui radici sembravano metabolizzare il blu in rami dorati. Sei mesi dopo, sono tornata sulla stessa tela e vi ho dipinto sopra un torso nudo. La pelle è velata così finemente che le maree sotterranee brillano in trasparenza. Il petto è diventato il luogo di quella trasformazione perché è lì che sperimento in modo più viscerale il passaggio emotivo: attraverso il respiro, provo un profondo rispetto per il lasciar andare.

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Sono nata in una vasca da bagno, quindi scherzo spesso dicendo di aver passato la vita a cercare di tornare all’acqua. Mi rendo conto di quanto l’acqua abbia costantemente plasmato la mia esperienza. Sono cresciuta nella Pewsey Vale, poi ho vissuto a Colonia, più tardi vicino al fiume Kennet a Marlborough, e ora a Firenze, dove l’Arno è diventato parte della mia vita quotidiana. Dall’età di quattro anni ho trascorso un paio di settimane all’anno in barca a vela, e ho sempre trovato un profondo senso di tranquillità in riva all’acqua; sono innamorata delle scene impressioniste che ritraggono l’acqua e mi sono sentita spinta a trasmettere quella qualità attraverso le mie opere.

La fusione tra corpo e natura che ricorre in tutto il mio lavoro non è quindi tanto simbolica quanto esperienziale. Non percepisco gli esseri umani come separati dal mondo naturale, ma come sue espressioni. Proprio come i fiumi, gli alberi, i funghi e i sistemi meteorologici partecipano a continui processi di trasformazione, così facciamo noi. Permettere ai corpi di dissolversi in corteccia, acqua, radici e paesaggio è il mio modo di dipingere questa continuità sottesa. Riflette la convinzione che i confini che percepiamo tra noi e la natura siano spesso concettuali piuttosto che reali.

Sul tuo sito web introduci un concetto potente e fortemente personale: il Mother Expressionism™ (Espressionismo Madre), una filosofia che vede l’esistenza come un flusso perpetuo, una costante metamorfosi tra creazione e dissoluzione. Come è nato questo manifesto e come si traduce visivamente quando ti trovi davanti alla tela?

Il Mother Expressionism non è stato concepito da un giorno all’altro. È il culmine di anni di pratica artistica, indagine filosofica e trasformazione personale. Questa filosofia attinge da molte fonti: la visione di Eraclito della realtà come flusso perpetuo, il processo di individuazione di Jung, le tradizioni mistiche che enfatizzano l’abbandono e la saggezza intrinseca del mondo naturale stesso.

Mi interessa l’idea che ognuno di noi contenga un potenziale innato in cerca di espressione. Come un seme che diventa albero, ci dispieghiamo continuamente in ciò che già siamo. Guardando indietro, vedo che ho sempre girato intorno alle stesse idee attraverso linguaggi diversi: la pittura, la moda sostenibile, la spiritualità, la psicologia e il movimento. Alla fine mi sono resa conto che erano tutte espressioni di un’unica filosofia di fondo.

Nel 2020 mi è sembrato di riemergere per respirare dopo anni passati intrappolata in una corrente di risucchio. Ho trovato la massima contentezza nella solitudine. Paradossalmente, ero meno sola di quanto non fossi mai stata, perché ho scoperto un’affinità con menti vissute nel corso dei millenni. Mi sono immersa in idee legate all’epigenetica, al trauma intergenerazionale e alla guarigione generazionale. Ero affascinata non solo dal modo in cui ereditiamo storie, ferite, adattamenti e strategie di sopravvivenza dalle nostre famiglie e culture, ma anche dai modi pratici in cui possiamo liberarci da queste fortezze interiori.

Tuttavia, è stata l’esperienza vissuta, più della teoria, a ispirare e gettare i semi per quella che è oggi la mia pratica. Lavorare con strumenti come il breathwork (lavoro sul respiro), il Tapping EFT e la meditazione con i mantra, insieme alla profonda semplicità di correre libera nei boschi e lungo il fiume della mia città natale, mi ha riportata allo stupore dell’infanzia. C’era una sottile ironia nel trovare la pace proprio in quel paesaggio da cui avevo passato anni a progettare di fuggire.

Nel profondo, il Mother Expressionism è una filosofia reincarnata. È emerso da una crescente consapevolezza che la trasformazione non avviene solo attraverso il pensiero, ma attraverso la guarigione somatica e l’armonizzazione della connessione mente-corpo. Sebbene molti dei motivi che utilizzo nascano dalle mie esperienze, essi indicano qualcosa di collettivo. Attraverso la connessione, l’espressione e l’azione consapevole, acquisiamo la capacità di riscrivere le storie ereditate, dissolvere gli schemi inconsci e coltivare nuovi modi di essere. Credo fermamente che la rivoluzione inizia nel corpo.

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Trascorro molto tempo a fare ricerche sulle storie delle sante, figure mitologiche e dee, non per ricrearle, ma per risvegliare in me quegli aspetti del femminile che sono stati nascosti, temuti o condannati; per comprendere l’aspetto della vera forza del potere femminile, una visione che mi spinge in avanti. Vedo il potere della narrazione: i racconti stabiliscono o dissolvono il confine di ciò che crediamo possibile, ed è importante fare proprie queste storie. Dipingere è diventato un atto di diserbo e coltivazione del mio giardino interiore. Ha significato riconoscere dove avessi ereditato la vergogna legata alla mia sensualità, e capire che non è mai stata davvero mia.

Crescendo e diventando adulta, sono diventata sempre più consapevole di cosa significasse essere sessualizzata e, a volte, deumanizzata; di sentire il mio corpo ridotto a un oggetto del desiderio anziché viverlo come qualcosa che abitavo dall’interno. Portavo con me la convinzione che esprimere la mia sensualità fosse in qualche modo incompatibile con l’essere rispettata. Gran parte di questo percorso è consistito nell’imparare a distinguere la differenza tra l’autentica intimità e il fascino di un desiderio proiettato dall’esterno.

È stato attraverso questa graduale trasformazione che è emerso il Mother Expressionism. Meno un’estetica e più un modo di essere, è nato dal desiderio di coltivare un luogo nutriente in cui riposare, un ambiente favorevole alla crescita, sia dentro di me sia nei dipinti. Non posso parlare di Mother Expressionism senza parlare della comunità in cui sono integrata. Le notti passate a danzare con altre donne, le poesie scritte in un momento di riflessione e il semplice atto di essere testimoni reciproche sono diventati parte della pratica tanto quanto la pittura stessa.

Una delle mie più care amiche ha scritto: «Come potrei non danzare affinché la pioggia bagni il giardino di mia sorella? Tu innaffi così bene il mio».

Per me, queste parole catturano qualcosa di essenziale del Mother Expressionism: che la nostra fioritura non è separata, ma condivisa. Si può viaggiare fino ai confini della terra o trascorrere mesi in ritiri di silenzio, ma il più delle volte ciò di cui abbiamo bisogno è essere amorevolmente visti e accolti, sia da noi stessi sia da una comunità. È una cosa così semplice, un ritorno a qualcosa di tribale e profondamente umano, eppure sembra sempre più raro nella cultura contemporanea.

Dal punto di vista della storia dell’arte, il Mother Expressionism si colloca nella stirpe dell’Espressionismo sia astratto sia figurativo. Come gli espressionisti, mi interessa l’arte come veicolo di trasformazione interiore piuttosto che come mera rappresentazione. La mia pratica è, per molti versi, un esercizio di entelechia. Quando mi trovo davanti alla tela, cerco di farmi da parte e lasciare che l’opera diventi ciò che vuole diventare.

Sebbene il processo sia profondamente intuitivo, è radicato nell’osservazione. Spesso inizio con fotografie di riferimento, che si tratti di immagini tratte da editoriali di moda mitici di cui ho curato la direzione artistica, foto scattate da amici o studi sul corpo. Più di recente, ho trovato grande ispirazione in The Nude: A Photographic History, una raccolta di fotografie di nudo dal 1817 in poi. Queste immagini offrono punti di partenza piuttosto che destinazioni.

Inoltre, nonostante la mia formazione ai Charles Cecil Studios, il mio approccio alla costruzione della forma figurativa deve più a Leonardo da Vinci che alla rigida tradizione del sight-size. Piuttosto che fissare immediatamente i contorni, lavoro attraverso un processo di linee di ricerca, permettendo alla forma di essere scoperta attraverso il movimento e la fluidità.

Jenna Tatham

Man mano che il dipinto si sviluppa, mi allontano dalla descrizione per andare verso la sensazione, permettendo al corpo di dissolversi in paesaggi di acqua, corteccia, luce e movimento. La figura non è mai fissa, ma in continuo divenire. Per questo motivo, la danza è diventata parte integrante della mia pratica quotidiana in studio. Prima di tracciare i primi segni, ho bisogno di sentirmi libera, fluida e pienamente espressa. Seguo il ritmo, il movimento e quella che posso solo descrivere come una forza vitale che si muove attraverso l’immagine. Il dipinto si rivela insieme a me.

Firenze è universalmente nota per la sua estetica rinascimentale, geometrica e idealizzata. La tua pittura, al contrario, celebra l’imperfezione, la fluidità e il ciclo del tempo. Cosa significa per te vivere e creare in una città con una storia così imponente? È uno stimolo, un contrasto o una fonte di ispirazione sotterranea?

Mi sento più a casa a Firenze di quanto mi sentirei in qualsiasi metropoli moderna. C’è abbastanza bellezza qui per sostenermi, io che sono cresciuta circondata dalla natura. Vivere qui ha approfondito il mio apprezzamento per l’architettura come qualcosa di più di un semplice rifugio funzionale. Pur non essendo biofila in senso contemporaneo, la sua architettura riflette molti degli stessi principi: la scala umana, i materiali organici, la ricchezza visiva e una profonda armonia tra l’ambiente costruito e il mondo vivente.

A Firenze basta ricordarsi di guardare in su. Un soffitto si apre in un affresco, un cornicione intagliato cattura la luce del pomeriggio, una figura scolpita emerge da una facciata. C’è sempre un altro strato di bellezza che aspetta di essere scoperto, se ci si ricorda di essere attenti. Quell’attenzione è diventata parte della mia pratica. Firenze mi ha insegnato a vedere più lentamente, e quel modo di vedere ha plasmato non solo ciò che dipingo, ma come lo dipingo.

Più tempo ho trascorso qui, più mi sono resa conto che non è solo il linguaggio visivo di Firenze a risuonare con me, ma quello filosofico. Ho capito che la mia visione artistica del mondo condivide molto con le correnti neoplatoniche che hanno plasmato la Firenze del Rinascimento. Come i pensatori dell’Accademia Platonica fiorentina, in particolare Marsilio Ficino, vedo la creazione artistiche come un atto spirituale. La bellezza non è meramente decorativa; è un mezzo per elevare la coscienza e orientarci verso qualcosa di più grande di noi. Condivido anche l’affinità rinascimentale per l’allegoria.

I miti classici, le narrazioni religiose e le figure archetipiche trovano spesso la loro strada nel mio lavoro, non come illustrazioni di un dogma, ma come simboli viventi che ci aiutano a navigare nei periodi di trasformazione. Mi interessa ciò che le immagini trasmettono: ciò che amplificano, propagano e rendono immaginabile. Ogni decisione estetica porta con sé una filosofia, consciamente o inconsciamente.

Jenna Tatham

Ciò che amo di più è che questa eredità non è scomparsa. Firenze non è solo una città di idee ereditate, ma una comunità creativa vivente, che attrae continuamente persone che si inchinano a Venere. Alcune delle mie più grandi fonti di ispirazione qui sono gli artisti che ho incontrato. Le conversazioni con fotografi, scultori, musicisti, poeti e artigiani hanno continuamente ampliato il mio modo di pensare alla creazione di immagini.

I loro modi di vedere hanno arricchito il mio, e lo scambio di idee è diventato importante per la mia pratica tanto quanto le ore che trascorro da sola in studio. C’è qualcosa a Firenze che incoraggia ancora questo tipo di contaminazione reciproca. La città sembra abbastanza piccola da far sì che le discipline si sovrappongano naturalmente, ma abbastanza ricca da far sì che ogni incontro porti con sé la possibilità di aprire un nuovo modo di vedere. In questo senso, Firenze è meno un contrasto e più una fonte di ispirazione sotterranea.

I miei dipinti possono anche abbracciare la fluidità, quello che non permane e la trasformazione, ma emergono da un analogo desiderio di esplorare la relazione tra il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito, l’individuo e il tutto. Forse dove mi differenzio dall’immaginario rinascimentale è che sono meno interessata alla perfezione e più al divenire. Il mio lavoro abbraccia la dissoluzione tanto quanto la forma, il processo tanto quanto il compimento. Eppure anche questo si sente a Firenze, dove gli umanisti del Rinascimento avevano capito che l’arte poteva partecipare alla continua coltivazione dello spirito umano.

Cover e foto: ©Riccardo Svelto

https://www.jennatathamart.com/



Direttore di FUL magazine e membro della redazione dal 2017. Ho realizzato reportage su vari temi tra cui: il fenomeno hooligans agli Europei di calcio in Francia (2016), il primo Pride dell’Ucraina a Kiev (2018), la questione del confine orientale tra Italia e Jugoslavia (2020), la protesta dei lavoratori ex-Gkn di Campi Bisenzio (2021), il vertice NATO in Lituania a Vilnius (2023). Ho coperto svariate edizioni della rassegna di moda “Pitti Uomo” e partecipato come inviato al Festival del Cinema di Cannes nel 2024.