Kobane Calling: intervista a Zerocalcare

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Alla prima di Kobane Calling on Stage al teatro Puccini a Firenze c’erano davvero tantissime persone. Confuso – si fa per dire – tra la variegata massa di fiorentini accorsi e ben deciso a passare il più possibile inosservato, c’era lui: Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Felpona rossa con cappuccio d’ordinanza, dentro cui nascondere quelle mani che sembrano avere vita propria tanto sono abili e veloci, jeans usato per davvero e non per moda, Zerocalcare sembra un ragazzo qualunque, di una provincia qualsiasi, uscito da un centro sociale x. 

E invece, non lo è affatto. Anzi, lui è uno di quelli che è riuscito in un’impresa che di qualunquista ha ben poco: raggiungere Kobane e il Rojava, per comprendere le ragioni di un conflitto di cui si parla molto, talvolta a sproposito. Lui è tornato a raccontarci le sue esperienze nella graphic Kobane Calling (da cui lo spettacolo è tratto), altri – come Lorenzo Orsetti – purtroppo no.

Lo abbiamo avvicinato nel foyer, con una copia del libro in mano.

Ciao, vorrei chiederti se per favore potresti ‘firmare’ questa copia…

Ah certo, dammi qua. Che ti disegno? Armadillo, Mammut, che cosa? Faccio io? Dai va bene, la penna non importa tanto c’ho qua la mia. Sei una giornalista? Ah, figo.

Beh figo è ciò che fai, complimenti per tutto. Mi piace molto il tuo lavoro.

Aho, grazie. Non me lo dì, che già mi vergogno di base… Mò me vergogno pure di più.

(Un ragazzo qualunque, dicevamo.)

Senti, vedo che la fila aumenta, ci vediamo durante il talk?

Avoglia te. Tanto sto qua.

Riprendo la copia con dedica e andiamo a vedere lo spettacolo. Uno a uno con il testo originale, i disegni di Zerocalcare a fare da scenario ad un gruppo di attori indiscutibilmente bravi e credibili. Una messa in scena semplice che valorizza dialoghi incalzanti, ironici, toccanti, mai banali. Il cuore in gola per le tante emozioni.

Dopo minuti di scroscianti applausi, Michele sale sul palco insieme al regista, Nicola Zavagli, al padre di Lorenzo Orsetti e a un rappresentante della comunità curda. Prende il microfono e annuncia:

“Questo spettacolo è ispirato al libro che fotografa la situazione del 2015. Purtroppo, da allora molte cose sono cambiate. In peggio. Per questo è importante informarsi veramente su quello che succede. Questa guerra è di tutti e riguarda tutti. Non dobbiamo fingere che non stia succedendo.”  

Perchè sei voluto andare a vedere con i tuoi occhi ?

“Perchè da lì capisci la guerra meglio che da qualunque altra infografica. Insieme ai cimiteri dei martiri, alle esplosioni e alle bombe, ho visto anche tanto coraggio, ideali e determinazione. Io che non esco quasi mai da Rebibbia, ho sentito che in quel momento il centro del mondo era là. E io volevo esserci per viverlo e documentarlo. Un pezzo del mio cuore era lì. Indipendentemente dalla mia appartenenza geografica, politica o religiosa.”

 “Forse però ci sono cose che trascendono dalla geografia e parlano ad altre corde” dice Zerocalcare nella graphic. Ecco, il suo ‘non- reportage’ (come lui stesso lo ha definito) e questo spettacolo parlano esattamente a quelle corde. Sta a noi farle vibrare o meno.

Testo di Rita Barbieri

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