La street art di DesX: puoi salvarti solo se ‘Proteggi il tuo cuore’

0

Protect your heart! La nostra intervista allo street artist DesX, in mostra alla ZAP – Zona Aromatica Protetta di Firenze fino al 25 aprile

Una dimensione emotiva da proteggere, quella che DesX ha racchiuso ed esaltato nella sua mostra personale “Protect your heart” presso ZAP – Zona Aromatica Protetta nel Vicolo di Santa Maria Maggiore a Firenze. Il titolo della mostra dice molto, ma non tutto, e noi della redazione di FUL – Firenze Urban Lifestyle – lo abbiamo intervistato per capire meglio il messaggio racchiuso dentro le sue opere.

Artista e architetto nato a L’Aquila nel 1976, vive e lavora a Roma. Si esprime principalmente attraverso la pittura ad olio e il muralismo, il suo stile combina elementi di astrattismo e realismo. Attivo nel panorama culturale underground sin dai primi anni 90, dal 2011 intensifica la sua attività artistica iniziando a realizzare ed esporre le sue opere nello spazio pubblico. Ha partecipato a numerosi festival di arte urbana ed esposizioni collettive. I suoi lavori si possono trovare in varie città italiane ed europee e sono stati recensiti dai maggiori siti web dedicati alla street art e da organi di stampa sia nazionali che internazionali. Dal 2014 è promotore e organizzatore del Re_Acto fest, rassegna di street art e cultura urbana.

‘Protect your heart’, in un mondo sempre più sterile e privo di sentimenti hai sentito il bisogno di esaltare il cuore quale via di fuga attraverso cui ritrovarci (con noi stessi e gli altri) e rigenerarsi. Da cosa lo stai proteggendo? Vedi i sentimenti e la sensibilità come un inizio da cui far partire una sorta di rivoluzione umana?

Non penso che il mondo sia privo di sentimenti e sterile, quello che penso è che i sentimenti prevalenti in questo periodo siano rabbia e odio, e quindi ho voluto rappresentare il cuore come metafora di sentimenti positivi. Il cuore è, anche meccanicamente, l’impulso alla vita e, per l’occasione dell’esposizione fiorentina, mi sembrava una costruzione concettuale che si legava bene con la ‘rinascimentalità’ del posto e una certa visione artistica più contemporanea. In generale vorrei proteggere il cuore dai sentimenti negativi, dai demoni che lo attaccano e minano il motore della vita. In questo momento storico mi sembra di vivere la distopia orwelliana dei due minuti di odio, protratti magari per qualche ora… La comunicazione di massa in generale, che sia social o pubblicitaria, ha sicuramente aumentato un senso di inadeguatezza collettivo col fine di generare desiderio per oggetti di consumo. Tale strategia, protratta e amplificata, sembra abbia scatenato sentimenti più distruttivi della semplice volontà di consumo, una rabbia incontrollata che fa riemergere fantasmi autoritaristi, che speravo fossero solo un brutto ricordo nella società occidentale. Una dimensione emotiva di tolleranza e accettazione dell’altro e del diverso può essere l’antidoto all’odio? Lottare per educare, più che lottare per sconfiggere? Sono domande che mi pongo di continuo come artista e come persona.

L’arte può e deve farsi promotrice di questo messaggio e divenire invito a toglierci questo velo davanti agli occhi che ci offusca? In questo senso che importanza assume la street art, forma artistica che raggiunge senza filtri tantissime persone?

L’arte è uno strumento forte, che colpisce la sensibilità e lo stato emotivo delle persone e quindi è capace di fare molte cose, sarebbe semplice e bello risponderti “si, l’arte ci salverà e ci mostrerà più chiaramente la verità e la via da seguire”, ma per me l’arte è prima di tutto una questione individuale di sincerità, una propensione alla creazione e alla scoperta interiore. Se poi, come spesso fa l’arte, la necessità individuale si riverbera in una dimensione collettiva di accresciuta consapevolezza, non posso che esserne contento. La street art nella sua forma più pura, stradarola, disincantata e senza regole ha un impatto positivo e critico sulla società, ma mi sembra che la grande visibilità di cui gode sia riservata a segmenti di matrice istituzionale e poco destabilizzanti, tant’è che la maggior parte di ciò che si vede in giro è finanziato da realtà a spiccato carattere commerciale. Con questo non voglio dare un giudizio di merito sulle scelte di chi ci lavora e ne crea il proprio sostentamento, però una certa questione di sincerità andrebbe sollevata. Qualche anno fai restai sconcertato da come l’hype rivoluzionario della street art fosse diventato veicolo pubblicitario di grandi eventi, come ad esempio i mondiali di calcio in Brasile, insomma, una sorta di sindrome di Stoccolma in cui il carnefice e la vittima iniziano a confondersi. Non volendo fare il duro e puro, oggi ti posso dire che esiste un paradosso tra libertà artistica e mecenatismo, e se il marchio X mi commissionasse un lavoro probabilmente accetterei. Giusto? Sbagliato? Non lo so, l’importante è comunque esserne consapevoli.

Qualcuno una volta mi ha detto che la street art deve per forza veicolare un messaggio politico o sociale e non parlare solo di sentimenti e sensazioni, cosa risponderesti tu ad un’affermazione del genere? Possiamo utilizzare sentimenti, fantasia, immaginazione per raggiungere obiettivi più alti?

Penso che la street art veicoli i messaggi che l’artista, nella sua libertà, vuole veicolare, quindi dipende dal fine personale che si vuole raggiungere, personalmente non mi pongo troppi limiti e quando scendo in strada, purtroppo sempre più di rado, mi faccio influenzare dal mood del momento. Penso che già il fatto di aver portato una forma d’arte spontanea nello spazio pubblico abbia un ruolo positivo rispetto ad un ambiente urbano sempre più totalizzato dal mercato. Sono anche propenso a pensare che un’opera poetica, rivolta magari alla semplice ricerca della bellezza possa essere più efficace di un messaggio esplicitamente politico a seconda del contesto in cui viene realizzata.

Nei tuoi oli su tela e nei tuoi lavori su muro emerge fin da un primo sguardo la tecnica e l’attenzione minuziosa per i particolari e anni di esperienza nel settore. Hai mai visto la tecnica come qualcosa che possa limitare in parte l’istinto e quell’impulso che parte dal cuore e dalle sensazioni, per poi passare dalla testa ed arrivare dunque alla realizzazione dell’opera?

Per me la tecnica è un elemento imprescindibile, che mi appassiona e che tento costantemente di migliorare. In parte è una cosa innata, visto che sono stato il classico bambino che fin da piccolo sapeva disegnare e quindi fa parte del mio linguaggio, anche nelle fasi più gestuali e caotiche della mia pittura c’è una ricerca attenta e in continua evoluzione. Allo stato attuale sono un pittore figurativo che apprezza più il gesto tecnico che il portato concettuale, magari tra qualche anno, quando farò quadrati campiti a pois, confuterò questa mia stessa posizione, ma insomma, è anche questo il bello della libertà concessa all’artista, viva l’incoerenza e il caos! Se non avessimo la libertà di poter cambiare idea non ci sarebbe né evoluzione né speranza.

Nei tuoi lavori possono nascondersi messaggi multipli, quello più diretto che arriva ad un primo sguardo e quello da scovare nei particolari. Ha più importanza la totalità dell’opera con il messaggio di cui si fa portatrice o il piccolo dettaglio nascosto che solo un occhio attento ed ‘educato’ può trovare e riconoscere?

Il mio a.k.a. Desx è stato preso in prestito dal nome di un sistema di crittografia, Data Encryption System 10, e riflette il mio immaginario che affonda nella cultura alternativa anni novanta, poi evolutosi attraverso un certo interesse teorico verso le strutture del linguaggio, quindi mi ha sempre stimolato molto la possibilità di giocare a vari livelli con i fruitori di un’opera a seconda della loro capacità critica. La questione da un certo punto di vista mi diverte, ma mi preoccupa anche capire che esiste un certo analfabetismo visuale. In generale non ho la pretesa di indicare una corretta lettura del mio lavoro, che deve essere fruito liberamente, capita addirittura che anch’io mi stupisca di trovare segnali subliminali di cui non mi ero accorto nelle mie opere!

Nelle tue opere dai colori accesi la figura femminile assume un ruolo spesso centrale, consacri volti femminili che scoloriscono sotto il tuo pennello divenendo quasi immortali nell’attimo in cui vengono raffigurati, altre volte indaghi la loro psiche e la loro parte più interiore e sensuale, facendo divenire la donna portatrice di dolcezza ed amore ma anche di passioni e tentazioni. Perché questa scelta di partire dalla donna e dal corpo femminile per veicolare i tuoi messaggi?

In modo molto banale la rappresentazione del corpo femminile coincide con la mia visione, tendezialmente eterosessuale, della bellezza. Penso che l’arte mi abbia anche aiutato a superare un certo imbarazzo personale verso una dimensione erotica e libertaria della vita, forse retaggio di una cultura testosteronica legata agli ambienti metal, hardcore, rap in cui mi sono formato. L’unione di ciò che ritengo istintivamente bello, e quindi rappresento meglio, con i messaggi che voglio trasmettere è stata la conseguenza naturale di tale evoluzione.

Dopo anni di esperienza in ambito artistico e nell’ambiente delle street art, riesci ancora a trovare motivazioni che ti spingono a fare insieme e a condividere o preferisci comunque un approccio più individualistico ed intimistico? Cosa pensi della scena artistica romana in cui lavori da anni e dell’ambiente della street art in generale?

La motivazione principale che mi tiene nell’ambiente della street art è certamente respirare un certo clima di condivisione ideale e radici comuni, che, al di là delle singole specificità e posizioni, forma la cosiddetta “scena”. Come già ho detto esiste una forte motivazione individuale nel mio lavoro, ma avere comunque la possibilità di confrontarmi con altri artisti ed avere uno scambio è sicuramente benefico e portatore di stimoli nuovi. Essendo romano d’adozione non so quanto sbilanciarmi sulla questione, quello che ti posso dire è che “entrare” nel circuito capitolino e sorpassare una certa diffidenza non è stato facile e ha richiesto una certa perseveranza, per il resto è una scena molto vitale e piena di buone intenzioni, ma paga, come del resto tutto il paese, un’arretratezza del sistema culturale che dovrebbe essere di supporto all’arte. Avendo avuto l’incoscienza di lavorare anche nella parte più organizzativa dell’universo street artistico, posso francamente dirti che l’artista, che in quanto tale dovrebbe essere il perno stesso su cui si muove il sistema, mi sembra derubricato al ruolo di macchietta o facile mezzo inconsapevole per accaparrarsi finanziamenti. Insomma, mentre Sotheby’s organizza “retrospettive” sulla street art, qui stiamo ancora coltivando una visione tanto romantica quanto defunta della questione.

Per ulteriori informazioni:
Website: https://desx.org/
Facebook: https://www.facebook.com/DesXone
Instagram: @_dsx_

Articolo di Francesca Nieri

Share.