DUE NUOVE MOSTRE AL CENTRO PECCI DI PRATO
Fra collezionismo e fotografia, “ROTTE” e “CARNALE” raccontano l’arte e la società del secondo Novecento.
A partire dal 31 maggio 2026, il Centro Pecci per l’Arte Contemporanea di Prato darà il via a due nuove mostre, che resteranno aperte, rispettivamente, fino ad agosto e fino a novembre. La prima è ROTTE – Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli, che ci introduce alla poliedrica collezione del celebre mercante d’arte pratese. La seconda è Verita Monselles: CARNALE, con cui il pubblico farà i conti col lascito creativo, umano, di una artista troppo spesso dimenticata.
La coincidenza dei due eventi espositivi non è casuale. In entrambi i casi, infatti, le mostre rappresentano la chiusura di un cerchio simbolico durato esattamente due decenni. Al 2005, infatti, risalgono sia il primo importante lascito di Carlo Palli (1938), sia l’ultima importante mostra italiana su Verita Monselles (1929-2004). Unendo il gusto istrionico del collezionista navigato con la fotografia e le video-installazioni di un’artista vulcanica, controversa, i curatori intendono far dialogare tutte le opere, sia fra di loro che con quelle esposte in modo permanente, donando al visitatore un senso organico di meraviglia, dialogo creativo e suggestioni cosmopolite.
“Rotte”, la collezione di Carlo Palli

Prima di anticipare cosa troveremo all’interno delle due mostre, è bene ricordare un po’ più nel dettaglio chi sono i protagonisti che le hanno rese possibili. Carlo Palli, imprenditore e collezionista pratese, ha alle spalle una carriera sessantennale, che lo ha visto gestire importanti gallerie (come quelle, storiche, di Lido degli Estensi e di Roccaraso), rilevare la Galleria Metastasio di Prato (1979), collaborare a lungo con Farsetti Arte e dirigere il dipartimento d’Arte moderna e contemporanea di Finarte (Venezia).

“ROTTE” è curata da Stefano Pezzato, responsabile di collezione e archivi del Centro Pecci, allestita su progetto di Ibrahim Kombarji, e propone un percorso selezionato fra 180 opere provenienti dalla raccolta privata di Carlo Palli, 380 opere e documenti della sua personale collezione Fluxus e 230 opere di Poesia Visiva e dintorni, che rappresentano il complesso di tutte le donazioni del collezionista al Centro Pecci negli ultimi vent’anni.

Per l’occasione 9 ampie sale del museo originario progettato dall’architetto Italo Gamberini tracciano le ROTTE predilette dal collezionista, indirizzate soprattutto verso l’arte di rottura, controcorrente, fuori dalle regole: la rivoluzione poetico-visiva del Gruppo 70; corpi, icone e azioni che incarnano le Neoavanguardie; esperienze incentrate su processi creativi e scritture testuali; la pittura e i suoi aggiornamenti o le variazioni più recenti; l’atteggiamento interdisciplinare e ludico di Fluxus; gli oggetti reinterpretati dal Nouveau Réalisme e gli ambienti rivisitati dai Radicali; inoltre personalità artistiche quali il padre dell’Azionismo Hermann Nitsch, l’inventore della Eat Art Daniel Spoerri, lo “scrittore” di quadri e oggetti Ben Vautier, la poetessa e performer Ketty La Rocca, il musicista e compositore d’avanguardia Giuseppe Chiari, il poeta “cancellatore” Emilio Isgrò, per citarne solo alcuni.
“Carnale”, l’eredità artistica di Verita Monselles
Verita Monselles, invece, era nativa di Buenos Aires, ma giunse in Toscana già negli anni Trenta. Neanche quindicenne, sarebbe scappata dal collegio per darsi alla clandestinità insieme ai partigiani. Fu l’inizio di una vita errabonda, mai banale, che l’avrebbe portata a Livorno, Napoli e poi a Firenze. La sua fu un’esistenza consacrata alla ricerca di linguaggi espressivi nuovi, basata su un rapporto affettuoso e costante col corpo (in particolare quello femminile).

Courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato, Fondo Verita Monselles.
In continuità spaziale ed emotiva con la prima mostra, “CARNALE” riporta all’attenzione del pubblico e della critica una voce ancora attuale, che confronta le posizioni politiche radicali con i linguaggi della moda e della pubblicità, sempre più pervasivi nell’immaginario collettivo. Le opere di Monselles invitano il pubblico a interrogare il corpo, l’identità di genere e il desiderio, mantenendo uno sguardo a tratti sentimentale e sempre ironico.
La mostra è introdotta da una selezione di tre fotografie appartenenti ad ambiti diversi della produzione di Verita Monselles. Amore, amore (1974) ritrae una modella con in braccio un bambolotto, mentre guarda diretta in camera. L’immagine, pubblicata l’anno successivo sulla copertina di Effe, storica rivista femminista, è emblematica di una prima fase di produzione dell’artista: le figure umane sono interpretate come personaggi, sottoposte a ruoli prestabiliti, esito di convenzioni e imposizioni sociali.

A fianco, un’immagine che risente dell’estetica della moda, in cui il motivo della calza a rete – ricorrente nella produzione di Monselles – mostra le linee di un fondoschiena femminile. Infine, il ritratto di un volto di donna che si fa luna (Senza titolo, anni ’80) prefigura metamorfosi e visioni cosmiche, definite da colori accesi e da un’estetica kitsch tipica del decennio. Questo primo trittico è un invito alla lettura dell’opera di Monselles che insiste sulla continuità della sua produzione, al di là di fratture apparenti.
L’allestimento, dopo il corridoio d’ingresso, ricrea quindi la scenografia di uno spazio interno: luci da studio fotografico proiettano ombre di foglie e fiori sospesi al soffitto, che dialogano con l’idea di Monselles di natura morta e messa in scena. La mostra prosegue per gruppi coesi di fotografie, concatenati l’uno con l’altro. Sulla destra, un insieme di lavori riflette sulla natura morta.

Sul muro opposto, si apre un’ampia sequenza dei lavori fotografici più iconici tra quelli realizzati da Monselles negli anni ’80 e ’90: Cavalli (1982), Blu delirante nel volo dell’oblio / Farfalle (1982), Io t’amerò, se tu m’amerai (1982), Fiore rosso (1982), e Io e lui, I nostri pensieri, I suoi pensieri (1982), Caldo pensiero (1999). Queste opere si inseriscono in un comune linguaggio estetico: colori molto accesi, corpi femminili nudi ed esposti, volti caratterizzati dal trucco, l’utilizzo di stoffe e tessuti, l’eliminazione quasi totale degli impianti scenografici e soprattutto l’interazione con elementi organici, vegetali e animali.
La mostra si chiude con Rosematic (1984), video recentemente ritrovato dagli eredi, dove modelle e figure a lei vicine animano le immagini fotografiche in quadri dinamici di metamorfosi e ibridazione con elementi del mondo animale e vegetale e con dimensioni cosmiche. In una successione di scene che oltrepassano i confini dell’immagine, le modelle si trasformano in farfalle e flirtano con i fiori e la macchina da presa.

Vi invitiamo a visitare il Centro Pecci per apprezzare a pieno entrambe le mostre, capaci di raccontare, attraverso percorsi dissimili ma certo non distanti, due autentici protagonisti della cultura del XX secolo. Cultura toscana, certamente, ma anche mondiale, dal respiro sempre internazionale e soprattutto attualissimo.
Cover: Verita Monselles, Senza titolo, n.d. (early 1980s), diapositiva / slide 6×6 cm. Courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles
Foto allestimento: ©Alessandro Saletta & Agnese Bedini, DSL Studio