Motta: il tour di “Vivere o morire” fa tappa anche a Firenze

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Il 29 maggio all’Obihall il concerto solista dell’ex Criminal Jokers

 

Il primo ascolto ti fa pensare subito che, al di là del titolo manicheo ed esistenzialista del secondo album, fra “Vivere o morire” Francesco Motta abbia scelto fieramente di vivere. E che per vivere sia necessaria la morte, intesa come la fine di alcune cose e anche di vecchi modi di essere e di sentire il mondo.

Al secondo ascolto invece realizzi che anche l’ex voce e batteria dei Criminal Jokers, formazione busker di matrice punk, è diventato grande e che l’irrequietezza, l’inconcludenza e l’incertezza dei vent’anni siano davvero alle spalle e sia inevitabilmente giunta anche per lui “l’ora di restare”.

È per via di questi testi spudoratamente sinceri e dolorosi, che ci raccontano con un’intensità e una malinconia da far piangere le orecchie, la separazione, la distanza fisica ed emotiva da chi amiamo e soprattutto la presa di coscienza di “cosa siamo diventati” oggi.
Il cammino evolutivo dei testi e della musica di Motta si riflette esteriormente anche nell’immagine mossa e sfumata della nuova copertina. Sceglie ancora una volta di metterci la faccia – che equivale a metterci il cuore – come nel primo album, ma stavolta è un primo piano diverso dal precedente, non più statico e in bianco e nero alla Jim Morrison come nella “Fine dei vent’anni”.

I contorni del volto stavolta sfumano nelle tonalità del rosso e del nero, i colori dei numeri della roulette su cui puntare tutto e rischiare. Un azzardo che è un po’ come decidere di “vivere o morire”, che non è un imperativo categorico, ma una scelta, quasi una conseguenza irreversibile dell’una o dell’altra opzione. Vivere significa lasciarsi andare, avere il coraggio di tuffarsi nelle cose e anche di farsi male. E’ lo stesso Motta a rivelare che è il disco di una vita o degli ultimi due anni, che fa parte di un faticoso percorso di ricerca di una “quasi felicità”, che arriva solo quando la si può apprezzare. Così se la “Fine dei vent’anni” si chiudeva con il brano “Del tempo che passa la felicità”, “Vivere o morire”, in continuità, si apre con “Ed è quasi come essere felici”, a ricordarci che sta in quel “quasi” la ricerca infinita di tutti.

Inizia così l’album, con questa prima traccia coraggiosissima, anche solo per l’intro strumentale lunghissima che insieme al riverbero delle parole distorte e ripetute in echi lontanissimi creano quasi un effetto psichedelico, trascinandoci subito in un’altra dimensione.

I conti con il passato sono affidati invece a due pezzi bellissimi: “Cosa siamo diventati”, che racconta in modo emozionante e malinconico il distacco e la distanza da chi abbiamo amato, e “Chissà dove sarai”, che invece descrive il momento in cui si realizza tragicamente che l’altra persona non è più nei nostri pensieri, ma che potrebbe essere “finalmente risolta, forse già innamorata, forse ancora una volta”.

Stona invece con il resto “La nostra ultima canzone”, probabilmente dettata da un’urgenza espressiva, ma meno coerente a livello musicale con tutto il disco.

Il vero manifesto “politico – musicale” del nuovo lavoro è il brano “Vivere o morire”, un atto di coraggio in cui si ammettono fragilità e debolezze, ma anche piccole conquiste, come aver imparato a farsi male.

Seguono le canzoni della rinascita e delle nuove occasioni, come “La prima volta” e “Per amore e basta”, timide risposte frutto di un’autonalisi onesta e dolorosa delle paure di tutti di fronte ai cambiamenti, a un nuovo amore e a una nuova fase di vita. E la risposta non c’è, perché Motta ammette che “se non sai da dove cominciare, tu non chiedermi come andrà a finire”.

Infine, a chiudere questo lavoro introspettivo il brano ” Mi parli di te”, una lettera indirizzata al padre, a cui si rivolge finalmente chiamandolo “babbo”, attingendo al lessico famigliare toscano. Il nuovo disco è meno immediato e dirompente del precedente, in parte per il lavoro intenso operato sui suoni e gli arrangiamenti, ma soprattutto per il passaggio da un’etichetta indipendente a una major, la Sugar, nonché per la collaborazione con Taketo Gohara che ha curato il disco registrato fra Roma, Milano e New York.

L’esperienza nel celebre studio di registrazione americano ha indotto Motta a sperimentare maggiormente e a imboccare strade musicali nuove, uscendo dal seminato “punk”, retaggio dei live con i Criminal Jokers. Sparisce la chitarra rock onnipresente agli esordi, a favore di fiati, archi e pianoforte, con il risultato di alleggerire tutto l’impatto sonoro, che risulta meno cupo e chiassoso.

La voce invece continua ad essere un megafono e a mandare in loop messaggi ripetuti all’infinito che hanno la forza e la magia ipnotica di un mantra. La forza del disco sta tutta in questa nuova attitudine alla sincerità minimalista.

“Vivere e morire” farà tappa a Firenze il 29 maggio all’Obihall, ce lo ricorda la faccia di Motta in rosso e nero sui cartelloni disseminati in città.

Linda Fineschi

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