Prato, smaltimento illecito dei rifiuti tessili

Prato – Romania: il viaggio illecito dei rifiuti tessili

Da Prato alla Romania, il business dello smaltimento illegale dei rifiuti tessili. FUL ne ha parlato con Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente. Emerge uno scenario in cui a Prato, nelle maglie di filiere virtuose nel riciclo di rifiuti tessili, si insinuano pericolose attività criminali collaterali.

Il 9 settembre 2025, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha votato per una legge sulla riduzione dei rifiuti tessili che purtroppo dà ancora priorità al riciclaggio, anziché a strategie sulla durata e riuso dei materiali. I cittadini europei, secondo un dossier dell’Unione Europea, mediamente consumano ogni anno 26 kg di prodotti tessili e ne smaltiscono 11 kg. Con 465.000 tonnellate, l’Italia è il primo paese in Europa per produzione di rifiuti tessili. Prato è considerata la capitale europea del tessile, dove le fibre naturali vengono recuperate e riciclate.

Tuttavia, a discapito di una narrazione che enfatizza come il distretto industriale stia diventando un modello di economia circolare, permane nella provincia uno smaltimento illecito di rifiuti tessili che è un problema ambientale di grande impatto: nel 2024 sono state accertate 819 tonnellate di rifiuti trattati illegalmente e nei primi quattro mesi del 2025 erano già 252 tonnellate. Questi dati sono stati denunciati con un comunicato dal Dott. Luca Tescaroli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato. Una zona a ridosso del torrente Filimortula, dove sono stati rinvenuti almeno dieci bracieri, utilizzati per incenerire rifiuti tessili, è stata ribattezzata la “terra dei fuochi di Prato”.

Su Le Monde, un articolo a firma di Thomas Saintourens dedicato agli affari della criminalità infiltrata nel settore del pronto-moda, ha definito il “sistema pratese” come una grande piazza di spaccio ma con i vestiti al posto della droga.

Il fenomeno si inserisce in un contesto in cui Legambiente classifica la Toscana al 6° posto nel ranking nazionale dei reati ambientali, subito sotto le regioni a tradizionale presenza mafiosa. L’illegalità ha pure varcato i confini nazionali dell’Italia. 

Prato, capoluogo dell’omonima provincia toscana, con i suoi 198.000 abitanti è per popolazione la terza città dell’Italia centrale dopo Roma e Firenze. Qui si trova il più grande distretto tessile d’Europa.

Nel 2024 un tribunale romeno ha condannato a tre anni con sospensione della pena l’imprenditrice Georgeta Trifa, oggi conosciuta nel Paese come “la madre dei rifiuti”, per smaltimento illegale di tessuti originariamente importati in Romania dall’Italia come vestiti di seconda mano. La vicenda era nata quattro anni prima, quando la Garda Națională de Mediu, la guardia ambientale romena, insieme alla polizia locale, ha scoperto due magazzini abusivi contenenti più di 400 tonnellate di tessuti nel distretto di Bihor, in località Ineu e Vadu Crişului.

Secondo l’investigazione, la maggior parte dei rifiuti tessili era pelle e conteneva cromo esavalente che non poteva essere bruciato negli ex-cementifici che sono stati riconvertiti a discarica. Il giornalista romeno Andrei Ciurcanu, membro del collettivo di investigazione giornalistica Rise Project – da noi contattato tramite Greenpeace e a conoscenza degli atti dell’inchiesta – ci ha confermato un sospetto: che gli scarti tessili importati dall’Italia potessero provenire anche da Prato, dove si trovano centinaia di attività specializzate nel riciclaggio di vestiti e scarti tessili raccolti da tutto il mondo. In particolare ci ha segnalato il nome di un’azienda pratese presente nell’inchiesta della magistratura in Romania.

Ne abbiamo così richiesto una visura camerale alla Camera di Commercio. Già da una prima lettura è emerso un elemento interessante: facendo una ricerca online sul nome dell’amministratore della società, ecco che compare in un articolo di cronaca locale de Il Tirreno del 2017, riportante una lista di 98 imprenditori a cui la Direzione Distrettuale Antimafia contestava la violazione di norme sull’esportazione di rifiuti plastici e abiti usati. Tutto materiale con origine nel distretto tessile di Prato e destinato in Asia. L’azienda in questione, secondo quanto riportato sul suo sito web, fornisce servizi per una soluzione corretta ed ecosostenibile di smaltimento di rifiuti industriali, ma evidentemente il metodo è opinabile! 

Il modello pratese di rigenerazione dei tessuti da cui deriva la “lana cardata” ha prodotto per decenni una ricchezza incredibile. Poi a fine anni Novanta, il distretto del “cencio” ha visto l’insediamento del “pronto moda” delle aziende cinesi nella propria area. Ciò ha comportato una metamorfosi funzionale e strutturale del distretto stesso, segnando la transizione da un’economia circolare basata sulla lana rigenerata a una filiera del fast fashion a basso costo e alta velocità.

Le imprese cinesi hanno rilevato buona parte dell’infrastruttura tessile preesistente (capannoni, macchinari, rete di subfornitura) originariamente destinata alla lavorazione della lana cardata, prendendo il controllo di un’intera filiera e sostituendo il precedente modello produttivo. E gli scarti tessili sono diventati un problema con importanti esternalità negative sull’ambiente, ormai non solo a livello locale, ma pure a livello internazionale come emerge da questa vicenda, con la Romania che rischia di diventare la discarica d’Europa dati i costi di stoccaggio dieci volte inferiori rispetto all’Europa occidentale.

Il Macrolotto Zero è noto come il fulcro del distretto tessile pratese fin dagli anni Cinquanta e oggi caratterizzato da un’alta densità di popolazione cinese e attività di pronto-moda.

Siccome il traffico di rifiuti tessili, mascherato dal trasporto di vestiti second hand, era sconosciuto a molti magistrati in Romania (e pure ad alcuni ispettori della dogana), che dovevano ancora percepire il fenomeno in tutta la sua pericolosità ambientale, il trasporto ha permesso a questi capi di finire, in gran parte, nelle mani di importatori senza scrupoli che li hanno bruciati o smaltiti in discariche abusive, già identificate nei distretti del nord, a confine con l’Ungheria.

I rifiuti tessili illegalmente trattati, essendo stati confiscati, costringono lo stato romeno a spendere per il loro corretto smaltimento e la bonifica delle aree usate come discariche illegali, come ci ha spiegato Ciurcanu. Nel suo reportage pubblicato in inglese il 19 novembre del 2024 dal titolo “A textile danger: when magistrates wear other capes” racconta come la Romania è un obiettivo per coloro che vogliono sbarazzarsi rapidamente dei rifiuti, fingendo di esportare prodotti di seconda mano. In sostanza la Romania è diventata la destinazione per chi cerca di smaltire rapidamente carichi di rifiuti tessili.

Un business che arricchisce pochi a discapito delle comunità, dell’ambiente e delle casse dello Stato. L’allarme arriva dai procuratori che indagano sul fenomeno, segnalando anche altri distretti con presenza illegale di scarti tessili, oltre a quello di Bihor. Bruciare calzature e abiti – in gran parte composti da materiali sintetici – libera sostanze tossiche, eppure la risposta giudiziaria è stata ancora timida al di là dei casi mediatici sollevati. La Romania dispone di un registro per le importazioni di rifiuti che ha dato buoni risultati; tuttavia, la mancanza di un registro delle aziende importatrici di beni usati – vuoto normativo su cui a Bucarest stanno lavorando – ha reso nel frattempo difficile capire dove finiscono i rifiuti tessili.

La ministra dell’Ambiente, Diana Buzoianu, il 20 marzo 2026 ha dichiarato: “I rifiuti non devono entrare nel Paese con la falsa etichetta di prodotti second hand”, confermando di fatto che per anni il sistema è stato privo di un quadro legislativo rigoroso. Secondo l’inchiesta di Rise Project, solo nel 2023 circa il 40% del materiale importato in Romania come bene usato si è rivelato in realtà rifiuto tessile non riciclabile, alimentando un mercato illegale che ha visto il respingimento di oltre 3.000 tonnellate di carichi alla frontiera.

Incuriositi dalla faccenda, abbiamo voluto approfondire e intervistare Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente e curatore dal 1994 del “Rapporto Ecomafia”. Fontana ci ha illustrato senza mezzi termini uno scenario in cui di fatto a Prato, nelle maglie di filiere virtuose nel riciclo di rifiuti tessili, si insinuano pericolose attività criminali collaterali.

Prato è uno dei distretti tessili più importanti al mondo, ma a che prezzo per l’ambiente? Quali sono le conseguenze reali dell’attività tessile sul territorio oggi?

<<Quello di Prato è un distretto in cui di fatto convivono filiere virtuose di riciclo di rifiuti tessili, soprattutto nel recupero di lana e cachemire e, purtroppo, vere e proprie attività criminali, al centro di inchieste importanti sviluppate in particolare negli ultimi due anni dalla Procura di Prato, guidata dal Procuratore Luca Tescaroli, come ha raccontato nel contributo all’Ecoforum organizzato da Legambiente Toscana sull’economia circolare che si è svolto a Montemurlo, uno dei Comuni più interessati dagli abbandoni di rifiuti.

All’origine di questi traffici, come ha spiegato il procuratore Tescaroli, c’è un vero e proprio sistema parallelo, con l’importazione illegale di ingenti quantitativi di prodotti tessili dalla Cina, imprese che evadono sistematicamente il fisco, caporalato, smaltimento illegale di rifiuti. Ma da Prato partono anche flussi illegali, soprattutto di abiti usati, che senza alcun trattamento vengono esportati verso l’Africa, in particolare la Tunisia, e l’Est asiatico, Thailandia in testa>>. 

Lo smaltimento illegale dei rifiuti tessili cresce a ritmi allarmanti: da 154 tonnellate nel 2023 a 819 tonnellate nel 2024, con 252 tonnellate già nel primo quadrimestre del 2025. Numeri e dati in contrasto con quanto affermato da Symbola (Fondazione che promuove e aggrega le qualità italiane, NdR), che colloca l’Italia al primo posto in Europa con il più alto tasso di riciclo sul totale dei rifiuti speciali: 91,6%. Dove sta la ragione? Chi guadagna da questo business illecito e come funziona davvero il sistema dello smaltimento illegale? E secondo lei, il trend continuerà o ci sono segnali di inversione?

<<La crescita esponenziale dei rifiuti tessili abbandonati nel territorio della provincia di Prato, insieme al fenomeno dei cosiddetti “bracieri” in cui vengono dati alle fiamme è il frutto delle attività di controllo fatte dalle forze dell’ordine, in particolare dal Nucleo di polizia ambientale e Forestale dell’Arma dei Carabinieri. È l’altra faccia di un distretto che ha anche storie d’eccellenza, proprio nelle filiere del riciclo, anche se quella dei tessili, rispetto ad altre filiere di rifiuti, è ancora molto indietro. L’ultimo rapporto dell’ISPRA stima che a fronte di una produzione di 15 kg per abitante se ne raccolgono in Italia solo 3,1kg.

A guadagnarci sono le imprese che invece di pagare la corretta gestione degli scarti tessili che producono si affidano a soggetti senza alcuna autorizzazione, che li scaricano direttamente nell’ambiente. Pseudo imprenditori che gestiscono impianti e fanno figurare un falso trattamento di abiti post raccolta, per spedirli, illegalmente, all’estero o sul mercato italiano. Ma anche organizzazioni criminali vere e proprie, sia di origine cinese che soprattutto camorristica. Se non si alza da subito l’attenzione, potenziando le attività di contrasto svolte dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, in particolare la Procura di Prato, con personale, tecnologie e risorse il fenomeno è inevitabilmente destinato a crescere. È indispensabile, però, anche un ruolo più incisivo dei Comuni interessati e della Regione Toscana. Ci sono segnali importanti, come ci ha raccontato lo stesso procuratore Tescaroli, ma non bastano>>.

Durante il sopralluogo della commissione ecomafie a Carmignano, è emerso il legame tra abbandono dei rifiuti e attività criminali organizzate. Come si intrecciano ecomafie e smaltimento illecito nel distretto tessile?

<<Quella degli interessi diretti della camorra nella gestione dei rifiuti tessili nel distretto di Prato, in realtà, è una storia nota da almeno quindici anni e che ha radici ancora più indietro negli anni. Le prime inchieste vengono fatte dalla Procura distrettuale antimafia di Firenze tra il 2009 e il 2010. Ma se ne occupa anche la Direzione nazionale antimafia, che segnala nel 2019, in una relazione trasmessa alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’illegalità nel ciclo dei rifiuti, altre inchieste sui traffici illeciti di abiti usati nel Lazio, in Basilicata e in Lombardia.

L’asse più importante degli interessi criminali è quello che si sviluppa tra Prato e il polo di Ercolano, in Campania, con un ruolo diretto di clan camorristici, che garantiscono la logistica, a partire dal trasporto, società di facciata per il “trattamento” e la disponibilità di mercati di sbocco>>.

La zona del torrente Filimortula, dove sono stati rinvenuti almeno dieci bracieri, utilizzati per incenerire rifiuti tessili, è stata ribattezzata la "terra dei fuochi di Prato".
La zona del torrente Filimortula, dove sono stati rinvenuti almeno dieci bracieri, utilizzati per incenerire rifiuti tessili, è stata ribattezzata la “terra dei fuochi di Prato”. 

Indagini e tribunali parlano di imprese tessili gestite da cittadini cinesi provenienti dal Fujian e dallo Zhejiang. Come hanno costruito un sistema così strutturato per smaltire illegalmente i rifiuti? E quali leve economiche o sociali hanno sfruttato? Cosa ci dice questo del tessuto sociale ed economico del distretto?

<<Quando si analizzano questi fenomeni non bisogna mai lasciarsi condizionare da spiegazioni solo di carattere, per così dire, etnico. Quella cinese è a Prato una comunità forte, radicata da anni, che va aiutata a contrastare i fenomeni d’illegalità, generati anche dalla collusione con altri soggetti criminali, italianissimi. Bisogna combattere con più decisione i flussi illegali di materie prime, importate dalla Cina, triangolate in Paesi dell’Europa dell’Est, soprattutto Ungheria e fatte arrivare a Prato aggirando l’Iva, con un’evasione stimata dalla magistratura in oltre un miliardo di euro l’anno.

Così come vanno smascherate le imprese “usa e getta”, che aprono, non pagano nulla in termini di tasse e contributi a chi ci lavora e chiudono repentinamente. E vanno moltiplicati gli sforzi per tutelare i diritti delle persone, sempre più spesso di altre nazionalità, sfruttate in maniera brutale e costrette a lavorare in ambienti insani>>. 

La Procura di Prato lamenta mancanza di uomini e strumenti tecnologici. Se le istituzioni avessero risorse adeguate, cosa cambierebbe nel contrasto allo smaltimento illegale? Quali interventi potrebbero fare la differenza sul campo? E quali ostacoli rimangono insormontabili?

<<Le prime risposte sono arrivate, con l’uso di droni, la possibilità, garantita dalle nuove norme entrate in vigore lo scorso anno, di contestare delitti per l’abbandono e la combustione di rifiuti, anche speciali, fare arresti in differita, grazie alle telecamere di controllo. Come abbiamo sostenuto la richiesta fatta dal Procuratore Tescaroli di istituire a Prato una sezione distaccata della Direzione distrettuale antimafia di Firenze e il monitoraggio, attraverso l’Osservatorio regionale sulla legalità, di quanto accade nel distretto tessile.

Del resto, anche la Regione Toscana aveva già segnalato la gravità della situazione in un ampio documento inviato alla Commissione parlamentare sull’ecomafia, utilizzato nella relazione approvata nel 2022 sui rifiuti tessili. Un gioco di squadra, in cui coinvolgere le associazioni di categoria, i sindacati, i consorzi che operano nelle filiere del riciclo che può fare davvero la differenza. L’ostacolo maggiore riguarda l’efficacia dei controlli a livello nazionale sulle importazioni di materie prime tessili e sulla gestione dei rifiuti post raccolta differenziata. C’è da sperare che, nel nostro Paese, entri quanto prima in vigore il decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica sulla responsabilità estesa del produttore>>.

Articolo di Francesco Sani e Sacha Tellini.

Foto di Gianmarco Caroti.