La celiachia spiegata a chi pensa che il gluten free sia una moda
A Firenze il David si illumina di verde per sensibilizzare sulla celiachia. Ma tra mode healthy, disinformazione e contaminazioni, mangiare fuori resta una roulette russa.
In occasione della Settimana della celiachia, il 16 maggio (la Giornata Internazionale della Celiachia) il David di Piazzale Michelangelo si illuminerà di verde per “Shine a Light on Celiac”, l’iniziativa che accende una luce sulla celiachia e sull’importanza della sensibilizzazione e dell’inclusione. Bellissimo, molto simbolico e instagrammabile. Poi, però, vai a cena il giorno dopo e qualcuno ti chiede, serio: “Ma dai, non puoi mangiarne neanche un pochino?”. È lì che capisci che, nonostante le luci colorate, c’è ancora un buio pesto.
La roulette russa del fuori casa
Essere celiaci è una specie di roulette russa quotidiana fatta di ristoranti sospetti, buffet minati e piatti condivisi che diventano armi batteriologiche. Il problema è che molti conoscono l’etichetta “gluten free”, ma pochissimi sanno cosa significhi convivere con la celiachia. Io l’ho scoperto a 30 anni, e oggi passo metà del mio tempo a leggere etichette, l’altra metà a spiegare alle persone che no, la celiachia non è una dieta detox. Non è una moda alimentareper stare leggeri”, né la fase healthy di chi decide di eliminare i carboidrati per sgonfiarsi a tre mesi prima dell’estate. E soprattutto non è una scelta.

I numeri (e il “gender gap” del glutine)
La Settimana Nazionale della Celiachia esiste dal 2015 ed è stata creata dall’AIC (Associazione Italiana Celiachia) durante l’Expo di Milano. Quell’anno il tema era: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Un bellissimo slogan, che però si dimenticava di chi, con il cibo, deve combattere ogni giorno non per scelta ma per motivi di salute. Proprio per colmare questo vuoto, AIC decise di istituire una ricorrenza annuale che culminasse il 16 maggio: la Giornata Internazionale della Celiachia. Una data scelta per accendere i riflettori su una malattia che viene spesso trattata in modo superficiale, trasformando quella settimana in un momento cruciale per la sensibilizzazione e l’inclusione di chi, a tavola, non può permettersi distrazioni.
Anche perché i numeri non sono piccoli come si crede. In Italia si stima che le persone celiache siano circa 600mila, e il dato continua a crescere: negli ultimi decenni le diagnosi sono aumentate con una media del 7,5% ogni anno, anche se una grossa parte delle persone celiache ancora non sa di esserlo. Ma il dato curioso (e amaro) è che le donne vengono diagnosticate tre volte più degli uomini. Come se non avessimo già abbastanza complicazioni, ci mancava pure questa.
Quindi no, non stiamo parlando di una nicchia invisibile: stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone. Persone che però continuano a sentirsi dire: “Vabbè dai, per una volta che farà mai”.
Perché la celiachia è una patologia autoimmune. E ad oggi l’unica terapia medica esistente è eliminare completamente il glutine. Completamente. Non “solo un assaggio”, non “per una sera puoi fare uno strappo”. No.
La cosa assurda è che ancora oggi tantissime persone non sanno nemmeno che non esistono “gradi di celiachia”. Non sei poco celiaco o tanto celiaco. Se mangi contaminato stai male e basta.
Anzi, c’è di peggio: anche quando i sintomi non sono immediatamente evidenti, il danno avviene comunque. Quando una persona celiaca assume glutine, il suo sistema immunitario reagisce “impazzendo” e danneggiando i villi dell’intestino. Non è un mal di pancia passeggero, ma un attacco interno che logora la salute a lungo termine.
Per questo fare informazione corretta è fondamentale: per chi convive con questa diagnosi ogni giorno, per chi sta ancora cercando risposte ai propri sintomi e per creare finalmente maggior consapevolezza. Perché la disinformazione sulla celiachia fa ancora troppi danni, alimentando l’idea che, in fondo, sia solo una questione di “sentirsi gonfi”.

Il cortocircuito della moda del senza glutine
Negli ultimi anni il “gluten free” è dilagato ovunque: dai supermercati pieni di prodotti dedicati, ai ristoranti che lo scrivono in grande nei menù, fino a “wellness influencer” che parlano di eliminare il glutine come se fosse una sorta di purificazione spirituale. Da una parte questa attenzione ha aiutato tantissimo, sarebbe ipocrita dire il contrario. Oggi esistono più alternative, più locali preparati, più prodotti, più scelta.
Dall’altra parte però si è creato un cortocircuito enorme. Siamo circondati da una narrazione, spesso promossa da profili di nutrizione olistica e funzionale, che dipinge il glutine come il colpevole universale di ogni male e suggerisce che eliminare il grano sia la chiave magica per sgonfiare il corpo, ritrovare energia e vivere “clean”.
Peccato che sia un paradosso pericoloso. Spacciando il senza glutine come una scelta salutare a prescindere, si ignora la realtà: molti prodotti gluten-free confezionati, per compensare la mancanza di elasticità e sapore del chicco, sono spesso più ricchi di grassi e zuccheri dell’originale. Il risultato? Non solo non è una dieta dimagrante, ma se non si sta attenti si rischia l’esatto opposto. Eppure, questa pseudoscienza da social continua a passare l’idea che la nostra sia una dieta detox per scelta, rendendo invisibile chi, con il glutine, ci combatte per sopravvivenza.
Poiché il gluten-free viene percepito come un trend salutista, come fosse una dieta dimagrante, chi è celiaco finisce per essere preso meno sul serio. A me è successo più volte. Sono nuova in questo mondo ma mi sono già scontrata con tutto: locali super preparati che ti fanno sentire finalmente normale e altri dove sembri un cliente salutista particolarmente esigente e quindi un problema da evitare. Posti dove il cameriere ti rassicura perché magari ha un figlio celiaco, e altri dove sono stata praticamente “rimbalzata” perché non avevano soluzioni senzaG per me oppure perché non volevano che mangiassi il mio panino o la mia schiscetta pur prendendo da bere o consumando altro.
E quindi ti ritrovi a fare cose surreali: mangiare di nascosto, farlo prima di uscire, saltare direttamente la cena, oppure andare a cena e guardare gli altri mangiare mentre tu sgranocchi crackers di emergenza tirati fuori dalla borsa.
Una delle cose peggiori per me è anche il sentirsi sempre “quella difficile”. Quella che complica la scelta del locale, quella che fa troppe domande al cameriere, quando in realtà stai solo cercando di non stare male. E la gente continua a dire cose assurde: “Ma quindi sei allergica?”, “Anch’io quando mangio la pizza mi gonfio”, “Ma quanto sei celiaca da 1 a 10?”, “Vabbè, per una volta cosa vuoi che sia”.
No. La celiachia non è un’intolleranza passeggera, non passa col tempo, non permette di “sgarrare”. La dieta senza glutine è una terapia medica per i malati, non una moda salutista per tutti. E soprattutto non è una scelta di vita come essere vegani. Se servite qualcosa di contaminato a una persona celiaca la fate stare male davvero.

Modalità “Extreme”: vivere tra incognite e burocrazia
Il glutine è ovunque. Non solo in pane e pasta, ma nascosto in salse, salumi, dadi, piatti pronti, caramelle, birra e persino in prodotti che teoricamente non dovresti mangiare, tipo dentifrici. Sembra un videogioco impostato in modalità estrema. E poi c’è il capitolo burocrazia e costi:
- Il buono ASL: Le donne ricevono circa 90€ al mese, gli uomini 110€ (perché si presume che gli uomini mangino di più?)
- Il confine regionale: Attualmente puoi spendere i buoni solo nella tua regione. Se viaggi, paghi il triplo per un pacco di pasta o ti porti le scorte da casa.
- Kit di sopravvivenza: Viaggiare significa incastrare scorte di cibo ovunque. Un plauso a compagnie come EasyJet che permettono ai celiaci un bagaglio a mano extra (10kg) per soli alimenti senza glutine.
Bello il David verde, ma io vorrei solo una cena normale
Il 16 maggio il David si illuminerà di verde per l’iniziativa “Shine a Light on Celiac”: un gesto che serve a ricordarci che la celiachia non dovrebbe aver bisogno di un riflettore puntato addosso per essere finalmente creduta e non dover passare come un semplice capriccio alimentare.
Il vero senso di questa settimana è ricordare che dietro ogni etichetta analizzata al microscopio, ogni domanda “stressante” fatta al ristorante di turno, ogni telefonata preventiva, ogni attenzione in cucina e ogni prodotto controllato, non c’è una persona difficile che sta esagerando o che seguendo il trend healthy del momento. C’è soltanto qualcuno che sta cercando di vivere normalmente.
È proprio per questo che ho deciso di scrivere le guide “Sfiga di Grano” su F.U.C.K. Magazine. Non aspettatevi le classiche recensioni gastronomiche da critico raffinato che analizza la nota di fondo dell’impiattamento. Non me ne frega niente.
Il mio obiettivo è un altro: voglio segnalare i locali di Firenze dove puoi sederti, mangiare come una persona normale, senza interrogatori, ansia e senza sentirti un peso per nessuno. Posti dove la sicurezza non è un optional e dove il piacere di stare insieme non viene interrotto da un mal di pancia o da uno sguardo di sufficienza del cameriere. Semplicemente, posti dove finalmente puoi dire “FUCK” alla sfiga e al glutine!