teatro della Pergola

La Pergola declassata: quando la cultura diventa campo di battaglia politica

Lo storico teatro fiorentino perde lo status di Teatro Nazionale e due milioni di euro di fondi pubblici. Una decisione che solleva interrogativi sul rapporto tra arte e potere, sulla libertà culturale e sul diritto dei cittadini a un’arte civile, ma non ideologica.

Il Teatro della Pergola è molto più di uno spazio scenico: è un monumento vivo della cultura italiana, nato nel 1652 in via della Pergola come primo teatro dotato di palchi sovrapposti, un’innovazione che segnò l’inizio del teatro all’italiana. Lì Verdi diresse per la prima volta il suo Macbeth (1847) e Eleonora Duse vi portò il teatro di prosa a nuovi vertici. Con i suoi quasi mille posti, le decorazioni storiche e una perfetta acustica, ha da sempre ospitato il meglio della scena nazionale, con una programmazione che ha saputo coniugare tradizione e innovazione.

Eppure, proprio questo patrimonio è ora al centro di una vicenda amara e profondamente politica: la Fondazione Teatro della Toscana – che comprende, oltre al Teatro La Pergola, anche il Teatro di Rifredi e il Teatro Era di Pontedera – è stata declassata da Teatro Nazionale a teatro della città, perdendo circa due milioni di euro in finanziamenti statali. Una decisione contestata, da cui tre membri della commissione ministeriale si sono dimessi per protesta, e che appare come il frutto di uno scontro politico tra il Comune di Firenze e il governo, nato dopo la nomina di Stefano Massini (drammaturgo italiano di fama internazionale, autore di The Lehman Trilogy, con cui ha vinto il Tony Award, opera rappresentata nei maggiori teatri del mondo) a direttore artistico da parte della sindaca Sara Funaro (PD), scelta osteggiata dal ministero guidato da Alessandro Giuli, vicino a Fratelli d’Italia e diventato titolare del dicastero della Cultura pur senza laurea – lo si dica senza punta di giudizio, ma solo nel doveroso rispetto del significato del valore insito dell’istruzione.

Teatro della Pergola di Firenze. Cristian Ceccanti & Ivan Rossi fotografi @ Foto D'Arte Firenze per la campagna di documentazione fotografica dei lavori di restauro.
Teatro della Pergola di Firenze.

Lo stesso Giuli – il ministro della Cultura – è colui che, una volta nominato, ha fatto rimuovere da Wikipedia ogni riferimento al suo passato nell’ultradestra neofascista, negando così ai cittadini il diritto di conoscere la sua storia e alimentando dubbi sulla trasparenza con cui si intende governare la cultura pubblica.

Lo stesso Giuli, recentemente, in occasione della chiusura della due giorni “Spazio Cultura” a Firenze – una sorta di raduno degli “stati generali” della cultura meloniana – ha risposto in modo piccato alle critiche arrivate dai David di Donatello da parte dell’attore Elio Germano e della comica Geppi Cucciari. Invece di aprire un dialogo con il mondo dello spettacolo, ha scelto di salire in cattedra, lanciando bordate come queste: “La sinistra pensava che la cultura fosse roba loro”, “avevano intellettuali e li hanno persi, si sono poi affidati agli influencer, ora gli sono rimasti i comici e basta”, mentre “noi abbiamo fatto del MiC il ministero del popolo della Cultura, facendo uscire la cultura dalle stanze polverose dei salotti”.

Parole che suonano come un vero e proprio manifesto di conflitto culturale, anche se resta difficile capire quale sia esattamente quella presunta élite intellettuale di destra a cui Giuli fa riferimento: in Fratelli d’Italia, infatti, non abbondano filosofi, scrittori o studiosi di rilievo riconosciuti a livello nazionale o internazionale. Eppure, il ministro non demorde.

Stiamo guidando la cultura da autentici patrioti”, ha dichiarato Giuli, autocelebrandosi, e sostenendo che “oggi il 30% degli italiani si riconosce non solo in un governo stabile e proiettato al futuro, ma anche in un’identità culturale che fino a poco tempo fa veniva considerata una sottocultura antisistema”.

Il foyer del Teatro La Pergola, disegnato nel 1855 dall’architetto Baccani con colonne rivestite di una preziosa marmoridea

Questa “sottocultura”, a quanto pare, ha rapidamente conquistato spazi di potere, pur senza offrire veri riferimenti intellettuali di valore. Anzi, il nuovo corso sembra irritarsi proprio di fronte a chi fa cultura con ironia e pensiero critico. Giuli non ha infatti resistito a prendere di mira Elio Germano, attaccandolo direttamente:

“C’è una minoranza rumorosa che si insinua persino nei più alti luoghi istituzionali, come il Quirinale, per parlare a vuoto e in solitudine — mi riferisco a Elio Germano”.

A Geppi Cucciari, altra voce indipendente e ironica, ha riservato una battuta pungente:

“Al mondo del cinema stiamo dando una riconfigurazione, scusa Geppi se uso la parola riconfigurazione”.

Il ministro appare sempre più deciso a fare della gestione culturale un campo di scontro politico anziché uno spazio di dialogo tra idee e linguaggi diversi. Con una certa intolleranza, sembra infastidito da chi esprime posizioni diverse, soprattutto se provenienti dal mondo artistico e intellettuale. Ma senza un vero seguito di intellettuali, questo “ministero del popolo” rischia di trasformarsi più in un megafono ideologico che in un luogo aperto alla cultura di tutti.

Ma l’arte non è proprietà dello Stato, né della politica. È uno spazio di libertà che ogni cittadino ha diritto di vivere senza filtri ideologici. È uno strumento civile, ma non deve farsi propaganda. E l’artista, come l’intellettuale, dovrebbe rispondere alla società, non al partito.

Davanti a questo scenario si avverte nostalgia per figure libere come Giuseppe Prezzolini: pensatore scomodo, vicino a correnti nazionaliste nei primi anni del Novecento ma sempre distante da ogni dogma. Conservatore senza partito, critico verso ogni forma di propaganda, Prezzolini vedeva nell’arte un mezzo per interrogare il presente, non per manipolarlo. Rifiutava tanto l’arte “pura” quanto quella “militante”, e chiedeva agli intellettuali di contribuire al rinnovamento culturale con onestà, dubbio e rigore.

Il caso della Pergola non è solo una questione di fondi o programmazioni: è un sintomo. Di un’epoca in cui il confine tra competenza artistica e controllo politico si fa sempre più labile. Ma l’arte non può – non deve – diventare un campo di occupazione. Chi la governa deve farlo con rispetto, senza imporsi come giudice di legittimità culturale.

Foto: Teatro della Pergola di Firenze. Cristian Ceccanti & Ivan Rossi fotografi @ Foto D’Arte Firenze per la campagna di documentazione fotografica dei lavori di restauro.

Fiorentina, un tempo pianista. Appassionata d'arte. Poi avvocato, scrittrice, lettrice. Tre indizi fanno una prova.