Urban Lives: intervista ad Ivana De Innocentis

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Urban Lives è un progetto che nasce per documentare e raccontare l’arte urbana attraverso la parola e l’immagine.

 

Ivana De Innocentis + Void a Sant_Ilario d_Enza (RE) Foto di Ronin in the Dark

Ciao Ivana, raccontaci perché hai sentito questa necessità?
“Il mio interesse è nato agli inizi degli anni ’90, a Roma. All’epoca andavo in giro con la mia macchina fotografica a caccia di graffiti sognando già di realizzarne un progetto, sfogliavo fanzine e mi esercitavo a disegnare lettere su un mare di fogli di carta.
Ma non ne sapevo molto e soprattutto non avevo nessuno con cui condividere questa passione. Quando dai graffiti si è gradualmente passati ad altre forme e tecniche di arte di strada la curiosità è diventata passione e la passione un’urgenza di comprendere e raccontare questo movimento. Sentivo di voler e dover colmare un vuoto informativo nazionale, poiché i pochi altri progetti editoriali presenti online in Italia puntavano soprattutto a nicchie specifiche, spesso con una terminologia complessa e troppo tecnica, tagliando quindi fuori i non “addetti ai lavori”, e una quasi totale assenza di esperienze sul campo.
Ho sempre pensato che per descrivere fedelmente i fenomeni underground sia necessario viverli sulla propria pelle. Per questo è nato il mio sito Urban Lives“.

Ivana De Innocentis e Guerrilla Spam al MAAM Roma – Foto di Chiara David

Hai dato vita a Urban Lives perché credi che la street art e tutto quello che vi ruota intorno sia un fenomeno sociale oltre che artistico e che fosse necessario raccontare le varie correnti che la determinano ed i suoi protagonisti su cui spesso c’è poco approfondimento e scarsa conoscenza?
“Non ho mai ambito a fare di Urban Lives una guida per appassionati o un manuale sulle diverse correnti dell’arte urbana. Di didascalico c’è ben poco, al centro dei contenuti presenti sul sito ci sono i miei reportage, con informazioni sparse e raccolte di pareri e opinioni dei protagonisti dell’arte di strada. Interviste a parte, tutto è scritto in chiave personale ed emozionale. Considero l’elemento narrativo, tanto nel blog quanto sui social network, quello che contraddistingue maggiormente il mio stile e il mio progetto editoriale”.

Raccontaci un po’ nel dettaglio il progetto. Dove e quando nasce e chi ha condiviso con te questo percorso?
“Nel 2016, dopo essere entrata in contatto con alcuni writer e artisti della scena torinese, ho deciso di inaugurare il sito Urban Lives. L’obiettivo principale era appunto quello di documentare e raccontare, nella maniera più semplice e accessibile possibile, le forme più genuine e spontanee dell’arte di strada. Questo mi ha lentamente condotto a una ricerca mirata al graffitismo, tra interviste, viaggi all’estero e tanti incontri con writer di fama nazionale e internazionale, tra cui i noti 1UP crew e Berlin Kidz di Berlino. La raccolta di storie e testimonianze, il racconto della vita quotidiana dei writer, la partecipazione attiva ad “action” e graffiti jam, il resoconto dei miei viaggi e progetti ed eventi da me organizzati, sono col tempo diventati i principali contenuti del mio blog. Nel corso di questi anni ho avuto il saltuario, ma prezioso supporto e contributo di collaboratori, sia fotografi che redattori, ma da diversi mesi mi sono trasferita in Grecia e sono tornata a gestire da sola tutti i contenuti, sia in italiano che in inglese”.

Officine Reggiane, Reggio Emilia – foto di Ivana De Innocentis

Le nostre storie credo che si somiglino molto. Io sono partita dalla parola e dal giornalismo per farmi contagiare dall’arte e approdare all’immagine. Qual è stato il tuo percorso e come ti sei avvicinata alla street art? Credi sia essenziale che queste due vie di comunicazione dialoghino tra loro con lo stesso obiettivo?
“Provenendo dal mondo della comunicazione e del giornalismo online ho certamente fatto tesoro delle mie conoscenze professionali per gestire e sviluppare il progetto Urban Lives. Ho preso ispirazione dai reportage di viaggio per raccontare e descrivere “i luoghi della street art”, tanto in Italia quanto all’estero, ponendo l’accento su piccole realtà, artisti meno noti, quartieri periferici e disagiati e luoghi fatiscenti o abbandonati. Rivestendo i panni della giornalista ho investigato su alcuni temi caldi dell’arte urbana, sempre dando ampio spazio ai protagonisti, che in alcuni casi mi hanno rilasciato dichiarazioni o addirittura scritto articoli. Da un punto di vista curatoriale e logistico le mie skill lavorative mi sono state utili per la curatela di interventi artistici, per l’organizzazione di piccoli e grandi eventi e iniziative di graffiti writing e per alcune residenze artistiche”.

Nella società in cui viviamo è più importante parlare per immagini o pensi che sia necessario riscoprire la bellezza e l’approfondimento attraverso la scrittura e la lettura? Unite insieme possono divenire una vera e propria bomba culturale?
“Trovo interessante che nella mia community di seguaci, sia italiani che non, ci siano sia utenti che mi seguono solo su Instagram, fruendo quindi solo di contenuti visivi, sia coloro che mi seguono anche sul blog. Non posso non augurarmi che la “bomba culturale” continui ad essere seguita e apprezzata e che io possa riuscire a trovare il tempo, la volontà e i soldi (NDR Urban Lives è un progetto indipendente autofinanziato) per continuare a viaggiare, a scrivere, a condividere foto”.

Jam naturalistica lungo l_Adda – foto di Psiko Patik

Urban Lives si pone come obiettivo quello di documentare l’intero percorso creativo che lega l’artista all’opera, svelandoci interessanti ‘back stages’, anzi in questo caso ‘back paints’. Uno sguardo nuovo che non si focalizza solo sull’opera finita, ma segue l’intero iter di creazione dell’opera e permette di cogliere le varie sfumature dell’io dell’artista, la scelta del luogo dove andare ad operare, l’istinto che si libera al momento della creazione. È questo l’obiettivo del vostro progetto? Porre l’attenzione sull’atto creativo e sulle dinamiche che si innescano al momento della realizzazione dell’opera, valorizzare in qualche modo l’istinto che si libera sul muro?

Assolutamente sì, uno dei miei obiettivi è quello di mostrare la vita quotidiana dell’artista/writer, le difficoltà pratiche, tecniche, economiche e sociali, e ovviamente anche documentare le varie fasi del processo creativo. Su Instagram, ad esempio, non pubblico mai le foto del “pezzo” finito, ma sempre e solo il work in progress. Trascorrere del tempo insieme agli artisti, conviverci e viaggiare insieme mi ha permesso, in questi tre anni, di avere un quadro più completo delle loro vite e della loro produzione artistica. Le dinamiche che si innescano, poi, possono essere le più disparate e sono felice di aver seguito attivamente situazioni e persone diverse: dai progetti di rigenerazione urbana e sociale, alle azioni vandaliche del writing e del bombing notturno alle sperimentazioni artistiche nei luoghi abbandonati. Dietro ogni opera, dietro ogni graffiti, dietro ogni tag c’è una storia da scoprire”.

Che forza ha e potrebbe avere la street art? Quanto sta rivoluzionando la concezione di arte e quanto invece c’è ancora da fare per far comprendere il valore sociale di questo fenomeno al pubblico che la andrà ad osservare e soprattutto alle istituzioni? Che vie si potrebbero trovare da questo punto di vista?
“Prima di parlare di valore sociale è necessario fare una distinzione tra l’arte di strada in quanto espressione artistica e il graffiti writing. Personalmente mi interessa poco scrivere di arte pubblica o commissionata, seppur certamente definibile oramai quale movimento artistico contemporaneo. In questo caso infatti, al di là dello studio della superficie e degli elementi architettonici, cambia davvero poco se si parla di una tela in galleria o un muro, a cambiare è l’attitudine dell’artista. L’unica forma di arte pubblica che continuo a seguire è quella a supporto di progetti sociali ben strutturati, purtroppo in netta minoranza rispetto ai tantissimi festival e interventi commissionati sparsi in Italia. A queste, soprattutto da un anno a questa parte, preferisco infatti le azioni spontanee di dissenso e il graffiti writing. Una volta un writer ha dichiarato che il suo intento principale era quello di essere dappertutto, di “rompere le palle” alla gente. Non spetta a me giudicare se sia bello o brutto, giusto o sbagliato, ma trovo che questa attitudine ribelle meriti di essere conosciuta, testimoniata e magari contestualizzata”.

Quanto è importante che l’intervento artistico sia collegato al luogo in cui andrà ad inserirsi? È necessario che ci sia uno scambio culturale e soprattutto umano con le persone del posto prima e dopo la sua realizzazione?Un’altra forza della street art è quella di creare connessioni, non solo sul muro grazie ai tanti eventi e jam che permettono ad artisti provenienti da tutto il mondo di conoscersi e condividere, ma anche e soprattutto sul web e in particolare sui social, dove si innescano ogni giorno collegamenti e si creano scambi di competenze. Che forza possono avere i canali social ed il web in questo senso se utilizzati con le giuste modalità per perseguire questo obiettivo?
“La forza dell’arte di strada è proprio il potere comunicativo, l’impatto che ha sulla comunità e sul tessuto urbano. Trovo affascinante che questi interventi artistici abbiano spesso un legame con il territorio, che sia politico, semantico o tecnico. Ma trovo ancora più interessanti le dinamiche relazionali, come dicevi tu anche lo scambio umano e culturale. Per questo, nel corso di viaggi o di alcuni eventi non autorizzati o indipendenti da me organizzati, ho sempre cercato di fare rete, coinvolgendo artisti di città o paesi diversi e chiamando fotografi, appassionati e amici. Di fronte a un muro ho visto nascere sia collaborazioni o progetti comuni che amicizie, è questa è una delle soddisfazioni più grandi. Io stessa mi sento ormai parte di una grande famiglia internazionale ed è una sensazione straordinaria.”

Sei in tour promozionale per il libro ‘Urban Lives – Viaggio alla scoperta della street art in Italia’, edito da Flaccovio Editore e pubblicato nel 2017. Il testo raccoglie tutte le varie tappe del progetto a giro per la penisola. Qual è l’esperienza italiana che senti più vicina e che ti porti nel cuore?

“Difficile scegliere, ma direi probabilmente la graffiti jam organizzata a Reggio Emilia (alle ex Officine Reggiane) nel maggio 2016 con il supporto degli artisti Reve+ e Collettivo FX. Quasi 100 artisti, da tutta Italia e qualcuno addirittura dall’estero, per dare vita, probabilmente, a uno dei più grandi raduni artistici non autorizzati. Un’esperienza emozionante, unica, comunitaria e forse irripetibile, che credo lascerà un ricordo indelebile in tutti coloro che vi hanno partecipato. Questa è solo una delle tante avventure raccontate nel libro, una sintesi di questi tre anni in giro per l’Italia, ricchi di scoperte, soddisfazioni e tanti momenti di creatività e gioia condivisa”.

Francesca Nieri 

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