A chi appartengono i muri di una città?
Una parete può cambiare l’aspetto di un edificio. Può renderlo riconoscibile, trasformare la percezione di una strada, raccontare qualcosa del quartiere in cui si trova o diventare parte dell’identità di un’azienda. Ma quando possiamo davvero parlare di arte pubblica?
È una delle questioni che emergono parlando con Andrea Montagnani, in arte MozzArt, tra i fondatori di Wallscape Creative Studio, realtà fiorentina nata dall’incontro di esperienze provenienti da graffiti, writing, street art, fotografia e grafica e che vede tra i suoi protagonisti anche Vincenzo Di Martino, in arte Ninjaz, e Cosimo Grandoli, in arte Cionsi.
Wallscape lavora oggi tra urban art e wall design, collaborando con enti pubblici e aziende private e intervenendo su superfici che possono raggiungere dimensioni monumentali. Nel suo percorso ci sono il grande intervento realizzato a Bibbiena, il museo a cielo aperto di Capannoli e, più recentemente, il progetto di urban design di via Pacinotti a Firenze.

Al centro del lavoro dello studio c’è il rapporto tra l’opera e il luogo nel quale viene realizzata. Un tema che porta inevitabilmente a interrogarsi anche sul significato che attribuiamo oggi alla rigenerazione urbana e sul ruolo che l’arte può avere nel modificare non soltanto l’aspetto di uno spazio, ma anche il modo in cui viene percepito e vissuto.
Ne abbiamo parlato con Andrea Montagnani.
Dai graffiti a Wallscape
Partiamo da Wallscape. Quando vediamo uno dei vostri grandi murales, vediamo il risultato finale, ma dietro c’è un lavoro molto più articolato. Chi siete, come nasce lo studio e come si sviluppa concretamente un progetto, dal primo incontro con il committente fino alla realizzazione dell’opera sulla parete?
Arriviamo dai graffiti e dal writing, dalla fotografia e dalla grafica, dalla street art. Wallscape è il risultato di tanti anni di ricerca e di lavoro collettivo.

Negli anni la nostra concezione si è sviluppata e i concetti di graffiti e crew non erano più sufficienti per quello che volevamo fare. Da qui è nata l’idea di creare uno studio creativo che potesse uscire anche dai canoni prettamente artistici e occuparsi di progetti commerciali.
Ci concentriamo sull’urban art e sul wall design per enti pubblici e privati, seguendo passo dopo passo le esigenze del cliente. Ogni progetto artistico ha un obiettivo preciso: parlare del territorio e della storia del posto in cui operiamo, dare un messaggio positivo che possa essere di ispirazione per le nuove e le vecchie generazioni e fare in modo che l’opera sia una testimonianza diretta della comunità.
I vostri interventi hanno spesso dimensioni molto importanti e devono necessariamente confrontarsi con l’architettura e con il contesto che li circonda. Come nasce il soggetto di un murale? Quanto c’è della vostra identità artistica e quanto, invece, deriva dalla storia dell’edificio, del quartiere o delle persone che vivono quello spazio?
La nostra identità artistica è sempre presente in ogni opera. Adoriamo sperimentare e non fossilizzarci, quindi realizziamo opere più grafiche e semplici e altre più ricche di dettagli, in stile realistico e figurativo. Diciamo che ci piace adeguarci all’edificio che abbiamo davanti e al tipo di obiettivo che l’opera deve avere.
Nel caso del murale più grande della Toscana, che abbiamo realizzato a Bibbiena nel 2023, la necessità era quella di restituire colore all’edificio e realizzare un’opera astratta. Abbiamo quindi cercato di raccontare una storia attraverso i colori e semplici elementi grafici.

Nel caso di “Eden”, le opere realizzate a Capannoli, parliamo invece del territorio e del legame con le proprie radici attraverso un collage di elementi grafici, illustrativi e realistici. In quel caso siamo stati immediatamente ispirati dalle pareti dell’edificio.

Quando l’arte diventa rigenerazione
Si parla molto di rigenerazione urbana, a volte utilizzando questa espressione quasi automaticamente. Dal vostro punto di vista, quando un intervento artistico riesce davvero a rigenerare uno spazio? È sufficiente trasformarne l’aspetto oppure deve riuscire anche a cambiare il rapporto che le persone hanno con quel luogo?
Ogni progetto artistico ha un obiettivo preciso: parlare del territorio e della storia del posto in cui operiamo, dare un messaggio positivo che possa essere di ispirazione per le nuove e le vecchie generazioni e fare in modo che l’opera sia una testimonianza diretta della comunità.
Purtroppo l’arte pubblica troppo spesso è soltanto testimonianza dell’artista e del curatore, ma non rappresenta la comunità. È anche per questo che la nostra arte e i nostri progetti cercano di distinguersi: per noi opera e comunità devono diventare un’unica grande opera partecipata.
Dobbiamo capire che c’è molta differenza tra arte pubblica e arte privata fatta su pareti pubbliche. Purtroppo sempre più spesso vengono realizzati progetti seguendo soltanto i gusti di chi li cura, facendo nascere opere che sono tutt’altro che una testimonianza del luogo e del legame con la comunità. Questo rischia di creare un distacco sociale, che è esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere l’arte urbana.

La rigenerazione, però, non riguarda necessariamente soltanto gli spazi pubblici. Esistono capannoni, stabilimenti, sedi aziendali e grandi edifici privati che possono avere un impatto enorme sul paesaggio urbano. Quanto stanno comprendendo le aziende che un intervento di urban art può trasformare un immobile anonimo o deteriorato in qualcosa capace di comunicare un’identità e, allo stesso tempo, restituire qualità al contesto che lo circonda?
Molte aziende stanno iniziando a realizzare interventi sulle proprie pareti per diversi motivi. Sicuramente operazioni del genere rendono gli spazi aziendali più vivibili e attrattivi, sia per i clienti sia per chi lavora all’interno dell’azienda, e permettono anche di distinguersi dalla concorrenza.
Le aziende molto spesso sono grigie e anonime e realizzare un restyling pittorico che parli della propria identità permette di differenziarsi dalle altre. Oltre a questo, l’azienda restituisce al luogo in cui opera un contributo all’abbellimento del tessuto urbano e paesaggistico.
Quando il committente è un’azienda privata entra inevitabilmente in gioco anche la comunicazione. Dove passa il confine tra un’opera di urban art e una grande operazione di branding? Come fate a evitare che un murale diventi semplicemente una pubblicità dipinta su una facciata?
Molte volte è inevitabile che un intervento per un brand sia privo di una componente di pura arte e risulti prevalentemente commerciale. La creatività e l’aspetto artistico sono comunque sempre presenti, ma in forme diverse.
Lo studio creativo nasce proprio dall’esigenza di scindere il lavoro commerciale dalla ricerca artistica individuale dei nostri artisti.
Dalla Toscana a Firenze
Negli ultimi anni avete lavorato molto in Toscana, intervenendo in contesti anche molto diversi tra loro. Quali sono i progetti che consideri più significativi per capire il vostro modo di lavorare e quali trasformazioni avete visto prodursi, concretamente, dopo la realizzazione delle opere?
Sì, abbiamo lavorato molto in Toscana. Avendo sede a Firenze ci concentriamo principalmente in questa regione, anche se stiamo lavorando bene anche all’estero e nel resto d’Italia.
Nei tre anni di vita dello studio, i progetti che riteniamo più importanti sono sicuramente l’opera più grande della Toscana a Bibbiena, in provincia di Arezzo, e il museo a cielo aperto di Capannoli, in provincia di Pisa. Due lavori completamente diversi l’uno dall’altro, ma entrambi molto significativi.
In realtà ogni opera ha la sua importanza. Ogni lavoro è unico e rilevante e porta sempre con sé una trasformazione professionale, personale e artistica.
Arriviamo a Firenze, la città in cui hai iniziato una parte importante del tuo percorso e dove siete tornati recentemente con nuovi interventi, tra cui quello di via Pacinotti. Ci racconti questi ultimi lavori? Come sono nati, cosa avete trovato prima del vostro intervento e cosa avete voluto lasciare a chi oggi passa davanti a quelle pareti?
Il nostro studio nasce a Firenze, anche se il nostro lavoro non si concentra soltanto qui. È sempre interessante lavorare a Firenze, ma purtroppo è anche molto difficile. Negli anni è stato privilegiato un certo tipo di arte urbana che non ci rappresenta molto.

Speriamo di poter realizzare più opere a Firenze e di riuscire a restituire qualcosa di valore intrinseco alla città.
In via Pacinotti la pavimentazione è stata la protagonista del progetto di urban design curato da Lumen. Abbiamo voluto rappresentare in maniera astratta quei giochi che facevamo da piccoli, quando guardando il pavimento bastavano delle forme per iniziare a immaginare qualcosa.
Forme semplici e colori diventano così un invito al gioco, non soltanto per i bambini, ma per tutti quelli che attraversano quello spazio.

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