DALAI LAMA: “Sulla Terra siamo circa 7 miliardi: dobbiamo imparare a convivere”

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Martedì 19 Settembre, in un Nelson Mandela Forum affollato, si è aperto il Festival delle Religioni, che si è concluso il 23.

 

La manifestazione ha visto la partecipazione di importanti figure politiche quali, tra gli altri, il sindaco di Firenze Dario Nardella, il ministro Marco Minniti, oltre a esponenti religiosi e del mondo della cultura quali Vittorio Sgarbi, Piergiorgio Odifreddi e altri.
Sicuramente però, la personalità che ha attirato il maggiore interesse è quella di Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, che tornava a Firenze dopo quasi vent’anni dall’ultima visita, grazie al lavoro congiunto degli organizzatori: il centro buddhista di Pomaia Istituto Lama Tzong Khapa e l’ideatrice Francesca Campana Camparini.
Il discorso del Dalai Lama all’inaugurazione del Festival, centrato sul tema “Io sono: Libertà dentro la regola”, ha sottolineato l’importanza della cultura come veicolo di curiosità e di apertura verso l’altro e la reciproca comprensione, a discapito di un settarismo che deriva appunto dalla mancanza di questa. Sua Santità ha fatto notare che “sulla Terra siamo circa 7 miliardi di persone e non è possibile ‘eliminarne’ una parte perchè di difficile gestione. Siamo una comunità: bisogna convivere e imparare a farlo.” A questo proposito ha citato il caso dell’India dove sembrano coesistere, alquanto pacificamente, svariate confessioni religiose.

In questo, il ruolo della religione può essere importante: alla base infatti, tutte condividono gli stessi punti fondamentali quali il rispetto reciproco e la non violenza. Il Dalai Lama ha messo l’accento sull’ “onestà del praticante” che deve andare alle origini del proprio credo e portarlo avanti correttamente, senza farsi deviare dalle incursioni politiche e materiali. “Mi sconvolge sentire associare la parola ‘terrorista’ a un aggettivo che indica un’appartenenza religiosa. Se sei un terrorista, non sei un religioso. Sei un criminale. In tutte le religioni vale il principio ‘non uccidere’” e ha concluso ribadendo la necessarietà, in questo mondo così grande, di avere una molteplicità di fedi e dottrine, sostenendo l’impossibilità pratica di un’unica religione universale.
Sullo stesso filone si sono orientati i successivi interventi del giurista ebraico Joseph Weiler (ex rettore dell’Istituto Universitario Europeo), di Padre Enzo Bianchi (fondatore della Comunità Ecumenica di Bose) e dell’Imam di Firenze Izzedin Ezir (presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) che hanno concordato, seppure da punti di vista diversi, con le tesi proposte da Sua Santità.
Proprio al Dalai Lama, in cerimonia di apertura, il sindaco Dario Nardella ha conferito il sigillo della pace come riconoscimento ufficiale e, questo gesto, unitamente alla sua presenza al Festival ha provocato una manifestazione di protesta della comunità cinese di Firenze e Prato che, nel pomeriggio del 19, si è raccolta al Piazzale Michelangelo, portando avanti le proprie idee e mostrando striscioni con il carattere “Heping” (“Armonia e Pace”).


Matteo Ye, uno degli organizzatori, motiva così la protesta: “Il Dalai Lama si fa promotore di un messaggio di pace, mentre in realtà è il primo che non la vuole perché propone l’indipendenza del Tibet dalla Cina. Una divisione. Il Tibet è storicamente territorio cinese”.

Come è noto, dal 1959 il Dalai Lama vive in esilio in India, dove è stato costituito il governo esule del Tibet, in quanto la Cina si rifiuta di concedere l’indipendenza al popolo tibetano. Infatti, nonostante geograficamente e storicamente, il Tibet appartenga alla Cina (sia nella fase imperiale che in quella Repubblica Popolare) esistono caratteristiche culturali così distintive a livello linguistico (tibetano e cinese sono, per esempio, reciprocamente incomprensibili), sociale, rituale e religioso tali da far nascere i presupposti di una possibile autonomia che la Cina non è assolutamente disposta a dare: l’unione geopolitica è da sempre uno dei punti fermi del governo cinese, su cui non si transige.
Questo ha portato a dure lotte, repressioni e fenomeni di intolleranza e violenza (anche atroci) da entrambe le parti che, al momento, non hanno ancora trovato una soluzione, tantomeno pacifica. Ancora oggi si promuove e si professa una pace, un dialogo e una reciproca tolleranza che non c’è.
La protesta cinese è comunque passata decisamente in secondo piano rispetto al clamore suscitato dal Dalai Lama ma, alla luce delle dichiarazioni unanimi d’intenti sentite durante le conferenze, è interessante notare che ‘parlare di pace’ non sempre basta a contribuire a costruirla attivamente.
La strada verso la pace universale è lastricata di conflitti? 

Rita Barbieri

Ph – La Nazione / Emiliano Cribari

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