16R Firenze, maglieria di lusso tra Folk e Pop

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La designer Romina Caponi ci racconta il suo percorso, i suoi progetti futuri e l’arte del tricotage.

Romina Caponi nasce a Pisa nel 1976. Si specializza in Knitwear Design al Polimoda di Firenze, per poi diventare senior designer del settore maglieria di Roberto Cavalli, con il quale instaura un rapporto professionale vivace e proficuo. Dopo aver lavorato con Versace, crea il proprio studio e da lì offre consulenze creative per importanti gruppi di moda e brand emergenti. 

Forte di queste esperienze lancia nel 2016 il suo proprio marchio di knitwear di lusso 16R, dove la R è quella di Romina e 16 il suo portafortuna, un numero che incontra ovunque, tanto da assumere per lei un valore magico. Le sue collezioni sono dei total look maglieria che aspirano ad esaltare bellezza e qualità, un mix vincente di arte contemporanea, particolari ispirati alle tradizioni folkloristiche e minimalismo chic, il tutto lavorato con metodi artigianali, a mano e a macchina.

16R è meglio conosciuto come 16R Firenze, per celebrare la città, ma anche perché per la stilista è importante rendere chiaro fin da subito che i suoi abiti sono prodotti a Km 0. La sostenibilità è infatti un elemento imprescindibile nella sua visione. La sede del laboratorio creativo di Romina è il Maglificio Caponi, azienda fondata dalla sua famiglia negli anni ’70 a San Miniato, paesino medievale e uno delle principali tappe della via “Francigena”. 

Affascinate dall’idea di arricchire le nostre conoscenze andiamo a trovare Romina nel suo atelier, dove ci accoglie sorridente, circondata da gomitoli delle lane più pregiate, cartamodelli e vecchie macchine da cucire. È di umore frizzante e indossa un elegante completo della sua prima collezione “Folk Pop”: la sua aura è totalmente moderna e cosmopolita, in linea con l’immagine che vuole comunicare del suo brand.

«Io non vedo la maglieria come un accessorio ma come un modo di vestirsi unico e ricercato che non segue le mode il tempo» da questa tua citazione traspare una grande passione per quest’arte. Potresti raccontarci l’origine di questo tuo amore, e di come l’hai concretizzato facendolo diventare un lavoro?

Sono nata tra i fili e le maglie! I miei genitori oltre al maglificio avevano anche un piccolo negozio monomarca al piano terra, mentre noi abitavamo al secondo e terzo piano. Da bambina il mio gioco preferito era quello di nascondermi nel magazzino sotto i teli di maglieria, rubavo i miei preferiti e li usavo per creare le mie piccole collezioni. I miei capi erano dei patchwork, fatti con scarti o ritagli, li trovavo bellissimi… sicuramente unici! L’unicità è un elemento che ho sempre cercato di mantenere anche in seguito, quando il gioco si è trasformato in lavoro. L’esperienza in veste di alunna al Polimoda mi ha dato la conferma che il mio desiderio di bambina poteva realizzarsi. Terminati gli studi, ho fatto uno stage in un’azienda di filati in cui ho assimilato le conoscenze pratiche, il valore e l’utilità di questa materia. Il mio primo vero lavoro però è stato nell’azienda di Roberto Cavalli dove in breve tempo, grazie alle mie capacità, mi sono guadagnata la sua fiducia. Questa collaborazione è durata diversi anni e tutt’oggi abbiamo un rapporto speciale.

Uno dei primi reperti di lavoro a maglia è la statua di Kore 670, una donna che sembra indossare un maglione come quelli che potremmo indossare noi oggi, risalente al IV secolo a.C., ma sappiamo che già nel Neolitico si usava intrecciare fibre naturali. È una tecnica più antica della tessitura e del cucito. Non ti chiediamo di tornare così indietro nel raccontarci la storia della maglieria, anche se per noi che siamo appassionate di storia sarebbe intrigante, iniziamo invece dagli anni ’70, quando nasce il maglificio Caponi. Com’è cambiato da quel momento il processo di produzione?

La nostra struttura è sempre stata a conduzione familiare e alla fine degli anni ’70 i nostri capi e le nostre maglie hanno fatto il boom. Era un’epoca in cui la moda riusciva a imporre delle tendenze molto forti nella società, ma in modo diverso rispetto a oggi: tutti volevano essere “all’ultima moda”, c’era un’individualità marcata ma i trend erano super seguiti. Creare abiti era un vero divertimento per gli stilisti, che avevano un ruolo fondamentale: non essendoci internet e i cellulari, la persone avevano necessità di esprimersi attraverso uno stile che li distinguesse e li unisse, c’era bisogno di avere un look giusto e perfetto, nuovo, gli stilisti lo creavano per loro. Da piccola spettatrice ammiravo questo entusiasmo e fermento con l’attesa di crescere per farne parte, da protagonista. Oggi le dinamiche si sono adattate alle nuove forme di comunicazione, alle esigenze umane e ambientali, per questa ragione è fondamentale recuperare una visione consapevole e misurata nella produzione. Si può dare più attenzione alla qualità e all’ambiente senza trascurare la personalità e lo stile.

Pensi che la moda debba veicolare un messaggio? Se sì, qual è il tuo?

Più che un messaggio, credo che la moda debba avere la capacità di regalare un sogno: la magia dell’essere senza confini e pregiudizi, di convivere con i nostri desideri e le nostre paure ma nel rispetto del proprio io.

La donna che vuoi vestire è una viaggiatrice, infatti le tue collezioni si muovono nel tempo e nello spazio in quanto alla scelta dei riferimenti culturali: hai ispirato i tuoi capi ai lavori del fotografo maliano Malick Sidibé, al circo immaginato da Fellini nei Clowns, alle opere dell’artista giapponese Yayoi Kusama. La tua ultima collezione “Native Naif” riprende i motivi e i materiali dell’abbigliamento della civiltà Incas, e dei dettagli che ricordano l’immaginario pittorico naif degli anni ’50. Puoi raccontarci di più?

I miei capi sono frutto della mia sensibilità, sono delle proiezioni di film in cui vorrei vivere o che credo di aver già vissuto, amori fugaci sognati sotto la luna e civiltà lontane a cui sento di appartenere. Amo identificare le collezioni con un personaggio o con un’atmosfera che mi ha ispirata. Ne faccio un sunto, scelgo un filo conduttore e ne creo una trama di maglia fino a realizzare l’abito. Ognuna di queste collezioni ha un valore speciale a cui mi sento profondamente legata.

Tra tutti i tuoi capi e accessori, qual è il tuo preferito? I nostri coups de coeur sono le stilosissime culottes di lana fatte a mano e il tuo classico, la eco fur.

Difficile scegliere, li amo tutti! Ho un debole per gli abiti plissé che ho ideato dopo un suggestivo viaggio in Andalusia: per crearli ho immaginato il movimento dei ventagli delle donne catalane e la pittura unica di Yayoi Kusama, artista che adoro. Sono affascinata dall’uso che fa della ripetizione grafica di un soggetto, considero questo suo gesto una sorta di mantra. Penso che la ripetizione ci faccia ritrovare noi stessi quando siamo persi. Anche la maglia è così, un ripetersi della stessa trama.

Un flash sulle tue ispirazioni: tre film, tre libri, tre canzoni, tre artisti.

Film: La ragazza con la valigia un film diretto da Valerio Zurlini con una splendida Claudia Cardinale, sicuramente 8 1⁄2 co-sceneggiato e diretto da Federico Fellini e Memorie di una geisha di Rob Marshall.

Libri: non amo i romanzi ma sono appassionata di libri filosofici e saggistica, fra i miei preferiti le poesie di Alda Merini, La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani, Il Piccolo Buddha di Mastrangelo Giovanni.

Canzoni: Be My Husband di Nina Simone, La vie en rose di Édith Piaf, Noah di Riopy.

Artisti: Yayoi Kusama, Costantin Brancusi e il fotografo maliano Malick Sidibé.

Sappiamo che negli ultimi mesi l’e-commerce è esploso, e che forse si imporrà su tutte le altre forme di commercio nei prossimi anni. Nonostante questo, ti piacerebbe aprire un negozio monomarca? Dove ti vedi tra 10 anni?

Questa dimensione mi piace per il momento, ma ho sempre sognato di aprire un punto vendita, magari dal nome: “Sartoria della maglia 16R” a Firenze, o sulla Quinta Avenue perché no…! Tra 10 anni mi vedo fare quello che sto facendo adesso, sempre meglio e con rinnovata energia.

Ultima curiosità: vuoi per il tempo libero, vuoi per la necessità di dedicarci ad attività rilassanti, in molte (e in molti!) abbiamo riscoperto il lavoro a maglia recentemente. Sferruzzare è decisamente benefico. Lo fai anche tu, o ti fa pensare troppo al lavoro?

Amo il tricotage ma sono una donna molto dinamica, quindi nel tempo libero preferisco dedicarmi al contatto con la natura, che per me è fondamentale, o stare con i miei cari e amici. Mi diverte molto però l’idea che anche le nuove generazioni si stiano appassionando a questa pratica che considero terapeutica. A tal proposito ho in programma di ideare un kit “fai da te” per la maglia, accompagnato da un tutorial disegnato da me in cui guiderò passo per passo le clienti nella creazione di alcuni dei miei pezzi.

www.16rfirenze.com/

Testo di Kristinn Kis e Viola Valery

Foto di Kristinn Kis

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