Ache77, parlare con gli occhi

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Intervista allo street artist adottato da Firenze a cura di Francesca Nieri

Voglio iniziare da quello che per la prima volta mi ha fatto soffermare davanti alle tue opere… I tuoi occhi… lo sguardo magnetico dei tuoi volti che richiama e attira i passanti. Cosa racchiudono gli occhi e come riesci a ‘parlare senza parlare’ attraverso i tuoi lavori?

Gli occhi sono il punto d’incontro tra spettatore e opera, ma anche tra artista e spettatore, sono lo specchio dell’anima, un canale attraverso il quale puoi leggere veramente una persona. Perché in realtà la comunicazione verbale, conta meno del 10%. Ho scelto gli occhi di questa modella per veicolare il mio messaggio perché mi sono ritrovato nella sua micro-espressione; per me è un alter-ego e un invito alla resistenza e resilienza dell’anima. L’opera nasce in Romania in seguito a delle proteste di strada sotto l’hashtag #resist, ma in questo caso resistere diventa sinonimo di subire, ‘Quanto resisti ancora?’, ‘Quanto sopporti ancora?’. Un invito quindi a prendere una decisione, fare una scelta, cambiare il corso delle cose.

intervista ache 77

Uno sguardo che fa riflettere, forse troppo, e che può diventare in alcuni casi anche fonte di fastidio. La scorsa primavera-estate abbiamo assistito ad una sorta di ‘censura’ delle tue opere che sono state oscurate da bande nere proprio all’altezza dello sguardo. Sei riuscito a dare una spiegazione a questo gesto?

Questa profondità dello sguardo ha una valenza soprattutto introspettiva e può quindi arrivare a toccare senza filtri l’animo di chi lo osserva. I miei occhi e i miei personaggi non sono altro che un invito diretto agli altri a incontrare se stessi, sono come dei ‘portali’ attraverso i quali andare al di là, in altre dimensioni. Forse è vero, potrebbero dare anche fastidio, tutto dipende dall’apertura della persona che li osserva e dalla propria onestà. È difficile confrontarsi con la propria ipocrisia. Il gesto di oscurare gli sguardi dei miei lavori non lo considero una censura, lo considero un intervento libero in uno spazio pubblico, al pari del mio. Se questa persona si sentiva infastidita da quegli occhi la posso capire, ma mi chiedo perché non accadano gesti simili durante le campagne elettorali quando hai intorno solo occhi che mentono.

Ti esprimi attraverso la tecnica dello stencil e della serigrafia utilizzando materiali di ogni tipo e realizzando le tue opere su superfici di ogni grandezza. Qual è stata l’immagine/opera da te realizzata che senti più tua e perché? Quale invece il materiale che ti rispecchia di più?

Ho acquisito negli anni abilità in vari tipi di tecniche, quindi non mi fermo solo a stencil e serigrafia, ma ho sperimentato anche la xilografia, il block print. Preferisco la tecnica dello stencil perché per me è un metodo di meditazione in movimento; come materiale mi piace molto la carta per la sua fragilità e perché quando arrivi a incidere modelli intricati devi avere sempre una cura particolare nei movimenti che fai, diventa un materiale prezioso. Mi piace anche il metallo in quanto superficie grezza e per il suo contrasto tra pulito e sporco, tra quello che era e quello che può essere. Quanto all’immagine che mi rappresenta di più, lascio un pezzo di me stesso in tutte le opere che realizzo, che si fanno carico di un dialogo tra me e l’esterno e spesso rispecchiano i periodi e gli stati d’animo del momento in cui le ho realizzate. Anche nello sguardo dell’immagine che ho scelto, quello della mia opera forse più conosciuta, non molti sanno che lo sguardo è mio, mi rispecchia.

L’attività dello stencil artist prevede più fasi… c’è il lavoro più intimistico di incisione della matrice, l’epifania dell’immagine che si palesa sul supporto, la scelta della location più adatta in strada dove vai a posizionare le opere che, nel tuo caso, non avviene mai senza significato… Quale di queste fasi ti rappresenta maggiormente?

Ogni fase ha la sua bellezza, mi piace sia l’approccio più intimistico in studio che vivo come rituale, sia la fase di restituzione all’esterno. La fase di incisione o intaglio è un’occasione per incontrare me stesso, per staccare dal resto del mondo ed entrare nel mio, poi ritorno e porto nel mondo esterno quello che ho ritrovato nel ‘distacco’. Per me è un percorso e la fortuna vuole che il mio viaggio arrivi anche agli altri. Anche in strada provo sempre a dare un senso ai miei interventi, cercando di reinterpretare quello che viene spesso percepito come vandalismo o ‘macchia sul muro’ e di valorizzare i segni preesistenti.

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Ti dividi tra Romania, dove porti avanti da anni progetti culturali e festival, e Italia, dove sei socio fondatore della prima galleria di arte urbana fiorentina ‘Street Levels Gallery’, oltre a proseguire la tua attività personale. Quali delle due realtà a livello artistico si avvicina maggiormente all’idea di arte che hai in testa?

In Romania ho portato avanti a livello organizzativo molti progetti, perché mi ero stancato di vedere organizzare eventi solo perché la street art cominciava ad essere di moda. E, visto che avevo la possibilità, le risorse e le competenze, ho preferito essere io promotore di questo tipo d’iniziative cercando di alzare un po’ l’asticella. Una cosa mi ha portato all’altra, ho fatto un internship a Firenze nello studio che c’era prima che fosse aperta la galleria; ho conosciuto altri compagni di viaggio e abbiamo deciso di intraprendere questo percorso che ci ha portati all’apertura della Street Levels, che per me è la vita. Ogni realtà mi ha quindi arricchito, sono due facce diverse della stessa medaglia e adesso ho una visione più completa di quello che è il lavoro dell’artista e di cosa significhi progettare e portare avanti sotto tutti i punti di vista eventi di questo tipo.

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L’arte può e deve farsi carico di un messaggio ulteriore e non fermarsi alla sola estetica?

Non vincolo l’arte, ogni artista la usa come pensa sia meglio per lui e per gli altri. A me è sembrato giusto a un certo punto, come artista, ‘rendere’ qualcosa alla società, perché sono tante le persone che investono fiducia, apprezzamento e anche denaro in quello che faccio. E non c’è niente che ha più valore delle idee per fare questo. Se riesci a dare uno spunto di riflessione sulla società è già molto.

Dopo un 2018 ricco di soddisfazioni che ti ha visto tra i protagonisti della Biennale di Firenze alla Fortezza da Basso con una satira rivolta agli ‘Angeli del Bello’ e realizzare una mostra al Palazzo del Parlamento in Romania, divenendo il primo street artist a varcare quella porta, cosa ci dovremo aspettare nel prossimo futuro?

I progetti non mancano, anzi, certe volte sono anche troppi. Mi limito solo a dire che sto preparando una mia personale qua alla Street Levels Gallery per la seconda metà dell’anno.

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Francesca Nieri

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