Intervista a Benedetta Lenzi, direttrice di IED Firenze
L’Istituto Europeo di Design è sbarcato in città nel 2009 e da un anno è diretto da Benedetta Lenzi. Abbiamo incontrato la direttrice, per fare un punto su questa scuola che ha l’ambizione di essere parte attiva della scena culturale fiorentina.
Benedetta Lenzi, ha assunto a settembre 2024 la carica dell’Istituto Europeo di Design (IED) a Firenze. Originaria di Montecatini Terme, si è laureata in Relazioni Internazionali nel 2007 e dopo la scuola di diplomazia a Roma ha iniziato a interessarsi al settore del cultural management. Ha conseguito un Master in Economia Culturale a Torino e lì per sette anni è stata exhibition manager di Operae, un festival indipendente di design. In seguito ha fondato BIA, la sua agenzia di place making culturale che vanta importanti collaborazioni di consulenza nel settore.
FUL magazine è stata ospite a IED e l’ha incontrata per fare una chiacchierata su questo suo primo anno alla guida di questa importante realtà formativa cittadina nel campo della creatività.
Da un anno è direttrice dello IED Firenze. Ha già fatto un primo bilancio di questa nuova esperienza?
Il bilancio è ancora aperto, è un’esperienza in cui sono ancora nella fase di ascolto e costruzione. In questo momento voglio fare un bilancio su quanto lo IED sia riuscito ad aprirsi alla città e a diventare parte attiva della vita culturale di Firenze, e in questi termini è positivo.
Ho osservato molta partecipazione della community della scuola e il consolidamento di una rete di relazioni sul territorio, facilitando un sistema di network tra docenti e studenti e quello che sta fuori.
Molti ragazzi escono dalla formazione spaesati su quello che li aspetta nel mondo del lavoro. Nello specifico quali connessioni sviluppa IED con il territorio?
Rendersi conto dello scollamento tra l’aspetto formativo e le professioni – che spaventa molto i ragazzi – è il compito di una scuola come IED, che deve accorciare la distanza tra il momento della formazione e quello che viene dopo. A mio avviso bisogna iniziare fin da subito a “portare fuori la scuola” e intrecciare i corsi con progetti concreti in collaborazione con soggetti pubblici, privati, culturali o aziende, sia a livello locale che internazionale. Ad esempio ogni anno facciamo una mostra a Palazzo Strozzi, un progetto nell’ambito del Master in Curatorial Studies.
Quindi gli studenti non solo hanno l’occasione di confrontarsi con una delle più importanti istituzioni per l’arte contemporanea in Italia, ma anche di imparare a leggere il proprio lavoro non come un esercizio individuale, ma come contributo a un contesto collettivo Abbiamo collaborato pure con il Museo di Sant’Orsola, con Pitti Immagine, con il festival di musica elettronica di Torino Club To Club, con la rivista di moda Numéro, ecc…
Tutto questo da’ allo studente la possibilità di costruire relazioni e a IED di non rimanere autoreferenziale. Abbiamo anche un programma che si chiama “Campo Aperto” che pone la scuola sul piano delle istituzioni culturali, restituendo valore al territorio.

Quali competenze ritiene debba approfondire oggi un ventenne interessato a una carriera nel mondo delle professioni creative?
Uno studente deve allenare ovviamente tutta una serie di competenze tecniche, verticali nella sua disciplina. Se si occupa di moda deve saper creare un cartamodello, insomma quello che è tecnico lo deve maneggiare bene. Però, è necessario anche uno spirito critico di lettura della complessità del mondo che sta fuori la scuola: è la capacità di intercettare e interpretare dei linguaggi che sono anche distanti dalla disciplina in sé.
Chi studia la moda non deve saper parlare solo di moda, bensì interfacciarsi con discipline anche perimetrali. Un ventenne che si affaccia al mondo creativo deve saper progettare non solo oggetti o immagini, ma relazioni e processi. E’ questa la vera competenza del futuro e significa allenare senso critico, immaginazione sociale, capacità di dialogo e di co-creazione.
Allo IED vengono a studiare molti ragazzi stranieri, alcuni rimangono in Italia e contribuiscono all’ecosistema del nostro Paese. Nel momento in cui si parla di “fuga di cervelli” degli italiani, l’Italia è pronta ad accogliere e valorizzare i talenti in arrivo?
L’Italia si deve allenare ad essere inclusiva per essere attrattiva di studenti stranieri e, se la scuola li mette in relazione con gli attori locali, loro saranno spronati a rimanere qua a lavorare. Parlando di Firenze, a mio avviso, per tradizione lo è, la sua storia è fatta di stratificazioni, di incontri e contaminazioni.
Questa città è simbolo di accoglienza culturale da sempre, anche in passato chi veniva si relazionava con il territorio e c’è tutt’oggi una circolazione di intelligenze che arricchisce tanto chi arriva quanto chi accoglie.
Cosa avete in programma in termini di sostegno al diritto allo studio?
Ci rendiamo conto che viviamo un momento complesso per le famiglie in Italia, solo quest’anno lo IED ha investito un milione e mezzo di euro sulle borse di studio, un impegno concreto per rendere l’accesso alla formazione più equo e inclusivo.

In futuro pensate di aumentare l’offerta formativa delle aree disciplinari?
Più che aumentare il numero di discipline, credo che la necessità sia farle parlare tra loro. Oggi l’ottica di sviluppo della formazione deve essere transdisciplinare, ancora di più se si parla di formazione di professionalità creative. Mi interessa mettere a confronto linguaggi diversi. Lo studente vuole essere competitivo sul mercato del lavoro e occorre che riesca da subito a trovare la sua identità professionale. Ma la cosa più interessante è poter attingere ad altri settori che si pensava di non poter integrare nel percorso di studi.
Abbiamo lavorato per Pitti Uomo con Bill Kouligas, il produttore musicale fondatore dell’etichetta Pan Records, che è pure un apprezzato designer di moda. Gli abbiamo chiesto di lavorare con gli studenti di moda, di grafica, di comunicazione e di design su un progetto che è risultato in un’installazione bellissima di design generativo.
Quello che rende IED interessante è che lo studente ha comunque accesso a una community di docenti e professionisti che portano prospettive differenti, favorendo un apprendimento che va oltre il singolo corso. Puoi iscriverti a Fashion design e scoprire che collaborare con chi studia video, fotografia, grafica apre possibilità inattese E questo, a mio avviso, deve avvenire all’inizio del percorso formativo, non solo come specializzazione finale.
Il design è una disciplina che influenza la società, la cultura e l’economia. Quali sono le sfide del design in ottica di uno sviluppo sostenibile?
Se pensiamo al design come un progetto di “bene comune”, allora non è più solo un prodotto o un servizio fine a se stesso, ma un processo che nasce per rispondere ai bisogni reali delle persone e dei territori. Il design deve sviluppare una capacità di lettura profonda dei problemi della società contemporanea, integrare nella modalità progettuale dei valori che sono fondamentali: l’accessibilità, l’inclusione, la pluralità di linguaggi e prospettive…
Si tratta di considerare anche le dimensioni sociali e culturali, significa pensare a chi è più fragile, a chi rischia di essere escluso. In questo senso il design deve farsi pratica di responsabilità.
Cover photo: Benedetta Lenzi, foto ©Kristinn Kis