Abbiniamo della birra al cibreo, piatto preferito di madame Caterina de' Medici
Beer & Wine 12 Dicembre 2016 4 min di lettura

Abbiniamo della birra al cibreo, piatto preferito di madame Caterina de' Medici

Nel nostro divagare gastronomico ci siamo chiesti: su’ di un classico cibreo alla fiorentina potremmo mai accostare della buona birra?

cibreo alla fiorentina

Abbiniamo della birra al cibreo, piatto preferito di madame Caterina de' Medici

Dice “Stasera, quasi quasi, mi faccio le uova”. A voler intendere che, non avendo granché voglia di complicarsi la vita in cucina, ci si affida a una preparazione agevole; o almeno a una materia prima che basti poco per rendere un pasto soddisfacente. Però, come nel caso di molti altri ingredienti, in sé (o all’apparenza) semplici da trattare, anche e forse soprattutto nel loro caso, occorre partire dal presupposto che “ci sono uova e uova”. Perché farle al tegame (benché pur non così banali neanche quelle) è un conto; mentre tutt’altra faccenda è impiegarle come “cardine” di un pietanza quale quella di cui ci occupiamo stavolta: il Cibreo. Tra le preferite di – anzi, tra le adorate da – Caterina de’ Medici (la quale si dice ne fece seria indigestione; e tentò di “esportarne il culto” in Francia, peraltro senza successo) – questa ricetta – per quanto ci consta – si sostanzia, più o meno, in un protocollo procedurale del genere.

Sul fuoco si mettono, con burro, delle rigaglie di pollo – nell’ordine: creste (spellate con acqua bollente, poi divise in tre parti), fegatini (tagliati in due) e testicoli (pudicamente designati come “fagioli”) – insieme a sale e pepe, nonché (all’occorrenza) brodo di carne, fino a giungerne a cottura. In un altro pentolino, deporre uno o due tuorli con farina, succo di limone e (ancora) brodo ben caldo, frullando il tutto e quindi unendolo alle interiora di cui sopra; quindi bollire e aggiungere – sempre se serve a rendere la massa convenientemente fluida – altro brodo. Infine servire e gustarsi il risultato con la dovuta calma.

Il boccone, benché morbido, avrà consistenza, sia proteica, sia lipidica; un profilo odoroso determinato dalle peculiarità veraci e sanguigne delle carni utilizzate; un gusto intenso (e persistente), di qualità prevalentemente dolce e sapida, con momenti di eventuale piccantezza e con l’acidità dell’agrume di rincalzo, a gestire sia la predetta materia grassa, sia le accennate acutezze nasali delle rigaglie.

Quale birra eleggere a compagna di un partner in tavola così particolare? Una che abbia altrettanta complessità e delicatezza di tocco, ugualmente legate a una bella energia organolettica. Una birra che nasca da una progettazione nella quale il rispetto di equilibri delicati sia il presupposto per ottenere esiti sensoriali a loro volta improntati alle sfumature sottili. La nostra scelta cade allora su una tipologia tipicamente belga: quella delle Saison, espressioni di una genesi storica tutta campestre. In essa, il corpo snello (dato da lieviti selezionati, inclini a consumare molta della dote zuccherina iniziale del mosto) esalta il grado alcolico, l’apporto amaricante eventuale dei luppoli (peraltro mai tale da andare in contrasto con la sapidità del piatto) e un’affilatezza acidula – utile a fronteggiare le paffutezze lipidiche del Cibreo – ottenibile attraverso varie leve (come il ricorso a frumento non maltato). Mentre l’arco olfattivo si avvale tanto di rigogliose note fermentative (frutta, fiori, spezie), quanto – non necessariamente, ma ammissibilmente – di aromatizzanti in aggiunta diretta: di nuovo fiori, di nuovo spezie, erbe o essenze vegetali varie.

E chiudiamo con alcuni suggerimenti puntuali. Dalla scuderia Mostodolce (Prato), la “Saison dell’Arco”, con i suoi 5.6 gradi alcolici; dal Birrificio degli Archi (di Viareggio, in collaborazione con il pub Diorama, di Firenze), la “Maison Saison”, da 5.9 gradi; infine, pur se non propriamente una Saison, ma un’esecuzione comunque improntata alle sensazioni prative, la “Math 16” dell’omonima gamma Math (Tavarnelle Val di Pesa), tarata sui 7 gradi e brassata con fiori di gelsomino.

Si tratta, come sempre, di interpretazioni ognuna delle quali esprime, al palato “ricevente”, una propria ben precisa personalità: gli effetti dell’incrocio combinato con il morso saranno dunque essi stessi diversi; la scommessa, in tutti i tre casi, punta sulla capacità delle bevute di garantire pulizia ed equilibrio al cavo orale; instaurando, attraverso i rispettivi profumi, un dialogo assonante – di matrice fortemente rurale – con quelli prodotti dal ruspante cibreo.

Foto di copertina presa da il giornale del cibo.it 

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