In buona sostanza: la comunità di Faltona

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Tra il consumo di sostanze e quella voglia di dire “basta”: una visita alla comunità di Faltona, specializzata nella riabilitazione.

Mugello, Borgo San Lorenzo, comunità di Faltona. In questo spazio immerso nel verde permeato di attenzioni quotidiane, confronti di gruppo e attività lavorative, trovano uno spazio a misura d’uomo tutte quelle persone che, volontariamente, hanno deciso di intraprendere un percorso in comunità per affrancarsi da un presente marcato dall’uso di sostanze. Quali esse siano non ha poi così importanza. Ciò che conta è decidere di farsi aiutare: senza questo primo, fondamentale, passo ogni mano tesa da parte degli operatori è destinata a non essere afferrata. A poco e niente servirebbe il lavoro di supporto dell’Associazione Progetto Arcobaleno (di cui vi abbiamo parlato qui), l’organizzazione che gestisce questa struttura residenziale, pedagogica e riabilitativa maschile, specializzatasi nel corso degli anni nell’aiuto a persone con disturbi alcol correlati o da abuso di alcol

Per questo motivo F. ha bussato alla porta della comunità tramite il Ser.D. (Servizio Dipendenze, ovvero i servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale), dopo aver terminato il percorso in una struttura diurna che non aveva portato i benefici sperati. F. ha scelto quindi di darsi una seconda opportunità, chiedendo aiuto. I mesi di permanenza – diurna e notturna – a Faltona dovevano essere inizialmente sei, in corso d’opera sono poi diventati dodici. 

Un giorno dopo l’altro vissuto all’insegna di una convinzione cristallizzata: «La comunità non ti salva la vita, ti dà però una chance per poterlo fare. Stare dietro al programma di recupero funziona: devi metterci molto del tuo. E i risultati non arrivano neanche subito. Non è un antidolorifico che prendi e mezz’ora dopo non hai più mal di testa. Ci vuole tempo e pazienza». Come gli altri ospiti, F. sa che l’alcolismo è una malattia che può essere curata, ma dalla quale non si guarisce mai completamente. Se il primo passo per riprendere in mano il proprio destino è chiedere aiuto, la prima consapevolezza da interiorizzare è proprio questa: l’alcolismo arriva per restare. È, a tutti gli effetti, una malattia cronica. Ma il percorso dentro la comunità può fornire gli strumenti più adatti per fronteggiare il richiamo della dipendenza, specialmente nei periodi in cui è forte e insidioso. 

Anche M. testimonia con la sua esperienza quanto sia importante decidere di farsi aiutare. La sua prima volta nella comunità di Faltona non è andata per il meglio. Dopo l’abbandono ha girato altre strutture, senza mai arrivare alla scadenza prevista in fase di inserimento: «Non mi volevo bene. Il primo passo per prendermi cura di me l’ho fatto quando mi sono finalmente lasciato aiutare. Quando sono tornato qui per la seconda volta ero denutrito; forse ero quasi alla fine. Ci vuole tanta energia e c’è bisogno di fare molti sacrifici, ma è l’unico modo per rimettersi in piedi». 

La presa di coscienza di una dipendenza che ti accompagnerà tutta la vita passa dall’accettazione della propria situazione. Così hanno fatto F., M. e gli altri ospiti che hanno accolto le loro fragilità. E così ha fatto anche G. quando ha chiesto aiuto al Ser.D., inaugurando un giro di colloqui che hanno portato a individuare la comunità di Faltona come la più adatta al suo percorso. Neanche lui era alla prima esperienza in una comunità di recupero. Questa volta, però, è differente rispetto alle esperienze precedenti; racconta infatti: «Ho finalmente cominciato a lavorare su me stesso. Non l’avevo mai fatto. È come se fosse scattata una molla dentro di me: non avviene mai se non vuoi. L’impatto che questa comunità ha avuto su di me è evolutivo. Sto imparando a gestire delle situazioni che prima non ero in grado di padroneggiare. O, per meglio dire, le fronteggiavo lasciandomi andare al richiamo delle sostanze. Adesso ho cominciato a muovermi in maniera un po’ diversa rispetto alle altre esperienze che ho fatto in strutture di questo genere. Per esempio, mi sto concedendo il lusso di sbagliare. Fino a qualche tempo fa di fronte a un errore mi rifugiavo nell’alcool, adesso cerco di stare nel dolore e di affrontarlo a testa alta. Per quanto, in alcune circostanze, sia più difficile che in altre; per esempio, quando mi confronto con le mie figlie. Non posso cambiare quello che ho fatto, ma posso provare a ricostruire qualcosa». 

La consapevolezza del percorso che G. sta maturando passa anche dal riappropriarsi di alcuni ruoli persi a causa dell’alcolismo. Uno su tutti quello del genitore. «Questo ruolo impone anche saper dire “no” ai propri figli e io, prima di oggi, non l’ho mai detto. Rispondevo sempre di “sì” perché volevo svincolarmi in fretta dalle varie situazioni per andare a bere. Acconsentire alle richieste delle mie figlie mi faceva credere di aver assolto al ruolo di genitore. Dire “no” a un figlio è sicuramente molto più difficile che dire “sì” e sto scoprendo adesso quello che significa.» 

La comunità insegna anche a non scappare dal dolore, a non cercare scorciatoie che riportano inevitabilmente al punto di partenza. L., fra i più giovani ospiti della comunità di Faltona, ha rotto il circolo vizioso quando ha capito che da solo non poteva smettere di abusare dell’alcool. Ha chiesto di essere aiutato, ha ascoltato e fatto tesoro dei consigli che gli sono stati dati: «Un fatto raro per un carattere testardo come il mio, che pensa di fare sempre la cosa giusta». Parla quattro lingue e ha scoperto di potersi trovare bene anche lontano dalla città, in mezzo al verde della natura mugellana, dove si sta mettendo in gioco per ricostruire la sua vita. 

Dare una seconda opportunità agli ospiti della comunità non sarebbe possibile senza le persone che ogni giorno guidano i percorsi degli utenti e li accompagnano nel loro viaggio. Gaia è una psicologa che lavora nella comunità di Faltona dal 2006. È direttrice terapeutica e operatrice. Stare in relazione con gli utenti le permette di lavorare molto su sé stessa. In poco tempo deve capire se ciò che emerge dal rapporto con gli ospiti riguarda lei, oppure loro: «Molte dinamiche che riguardano gli utenti coinvolgono anche noi operatori, magari in una forma diversa o che compensiamo in altro modo. Dalla nostra cerchiamo di fornire loro gli strumenti più giusti per riuscire al meglio nel loro percorso, senza però parlare di cosa sia giusto o sbagliato. Mi piace pensare che ci siano certi atteggiamenti che funzionano di più e altri di meno: quando non vanno, aiutiamo gli utenti a ristrutturarli o a impararne di nuovi». 

Il problema più grande che affronta chi passa da una comunità è generalmente la mancanza di una rete sociale: «Penso che l’interesse della società vada più verso la frammentazione che verso la costruzione di reti» specifica Gaia. Mancano i luoghi deputati alla relazione con l’altro e alla socializzazione, anche perché gli investimenti scarseggiano. «Il nostro è un settore che non produce, mancano i fondi perché nessuna politica si interessa a noi: non c’è un elettorato da soddisfare. Non ci sono investimenti a lungo raggio perché siamo visti come una spesa. Ma è una visione davvero miope: costiamo meno degli ospedali e delle carceri, che sono le alternative dei nostri utenti. A questo proposito sarebbe interessante costruire dei percorsi esclusivamente focalizzati sull’intensità di cura, sia in relazione all’aspetto sociale sia in relazione a quello sanitario, definendone di volta in volta il grado e quindi d’intervento» conclude Gaia. 

Anche se con pochi mezzi, il lavoro da fare è tanto. Ogni giorno c’è una grande responsabilità da assumersi: ne va del futuro degli utenti. Se le persone ospitate nella struttura riprenderanno possesso della loro vita dipende anche dal supporto degli operatori, che continueranno a tendere la mano a chi ne ha bisogno, nella speranza che non siano più i soli a farlo.

Foto di Gianmarco Caroti