Da Magritte a Duchamp, visita a Palazzo Blu

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Siamo usciti da Firenze per andare a visitare con gli occhi della nostra collaboratrice Emanuela Alonzo l’interessante mostra sul surrealismo che si tiene a Palazzo Blu a Pisa fino al 17 febbraio 2019.

 

Prima di raccontarvi la mostra nei suoi dettagli una premessa sul contesto storico, artistico e sociale degli anni in cui gli autori hanno sviluppato le loro opere è d’obbligo.

Il 1929 è un anno che incide profondamente sulla storia dell’umanità e la parola che i libri di storia usano più spesso per caratterizzarlo è “crisi”. Ma altrettanto spesso i suddetti tomi ci ricordano che etimologicamente “crisi” deriva dal greco krìsis e sta a indicare una “separazione”, una “scelta”:
non solo, dunque, è la valenza negativa a contraddistinguere il vocabolo, ma anche la positività di un passaggio di stato, una fluidità, a tratti interrotta, di un processo risanatore di un nuovo ordine. È ciò che accade ai ragazzi del Surrealismo: nel 1929 André Breton, teorico del movimento, scrive il secondo manifesto del Surrealismo, che differisce dal primo (del 1924) per l’allineamento ufficiale al Partito Comunista Francese. mostra palazzo blu

La svolta politica crea delle fratture insanabili all’interno del gruppo: se la presa di distanza dal dadaismo, per definizione apolitico, aveva messo d’accordo tutti, l’insistere sulla definizione dell’identità in questo senso è all’origine di dubbi, diatribe interne, dissapori che si riveleranno permanenti (termina l’amicizia e collaborazione tra Breton e Desnos). Alcuni membri del gruppo si allontanano dal movimento, Desnos pubblica addirittura un contro-manifesto. Eppure in questa krìsis, in questa confusionaria fase di ridefinizione di confini, trovano spazio i grandi artisti che saranno manifesto del canone surrealista: Salvador Dalì irrompe sulla scena parigina e con Luis Buñuel produce il primo film surrealista, Un Chien Andalou, inaugurando una nuova fase e influenzando l’estetica degli anni a venire.

È questa la storia che la mostra a Palazzo Blu vuole raccontare: la storia della nascita, della crisi e del rinnovamento di un movimento che influenza tutt’ora l’immaginario dell’arte contemporanea e che probabilmente era destinato a continuare, data l’attualità dei suoi punti di forza: la sua orizzontalità, la dimensione intima e psicologica che qualunque fruitore può esperire nel rapportarsi alle opere, e la forza creativa che si propone di rompere la sovrastruttura e la ripetitività del quotidiano.

La prima sala si incentra sull’anno della crisi e sulle definizioni formali dei concetti basilari del pensiero surrealista: è un affollamento di oggetti curiosi, cadaveri squisiti, fotografie di paesaggi di indefinibile spazio-temporalità, giocosefototessere ottenute da macchine automatiche.

«Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale.»
(André Breton, Manifeste du Surréalisme)

mostra palazzo blu
È questa la definizione di Surrealismo: senza freni inibitori o scopi reali, lasciar correre l’associazione di idee – è chiaro il rimando al dadaismo. Tant’è che uno spazio è riservato ai precursori del movimento: figurano le opere di Duchamp, che sempre sarà una figura chiave e ponte tra i due pensieri, di De Chirico, con le sue pitture metafisiche di oggetti associati inaspettatamente, di Picabia. Proseguendo la mostra, ci si imbatte in opere che vengono perlopiù composte tra il ’29 e il ’35: tra capolavori di Dalì, un’esaustiva retrospettiva sul gruppo Le Grand Jeu (quattro liceali avvicinatisi a Breton che successivamente minacceranno la sua autorità e saranno espulsi dal movimento) e gli umani impossibili di Magritte, si entra nel vivo della rivoluzione tematica ed estetica della seconda ondata surrealista. I manichini di Man Ray e e i fotomontaggi di Štyrský reinterpretano la sessualità, uno dei temi più cari ai surrealisti; e ancora, le sculture inquiete di Giacometti, i collages di Max Ernst, l’atelier di Pablo Picasso vanno a completare la collezione di, all’incirca, centocinquanta opere, tutte provenienti dal Centre Pompidou di Parigi. 

La mostra si chiude con le testimonianze della cesura che il 1929 vuole significare per il Surrealismo: il pamphlet Un Cadavre, redatto da Desnos e Bataille, è l’accusa sferzante nei confronti di André Breton, il quale viene definito auto-prophéte e traditore del movimento, “falso fratello e falso comunista, ma vero commediante”.

Siamo nel 1930, la crisi è al suo culmine e nessuno dei protagonisti sa cosa accadrà in seguito: le vie di espressione artistica si moltiplicano (a quel punto si inaugura un vero e proprio filone cinematografico surrealista), gli intellettuali aderenti al movimento si schierano apertamente o dissentono, le amicizie e le collaborazioni si distruggono o si mescolano – e, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Breton sarà accusato di tradimento politico. Avrà due strade, rinnegare il comunismo o essere espulso: e sceglierà l’esilio.

Quando anni dopo tornerà a Parigi, non troverà più ciò che ha lasciato: la guerra ha sparpagliato il gruppo di intellettuali che aveva creduto nella rivoluzione delle immagini. Breton prova a ristabilire un ordine: re-incontra Artaud, prova a organizzare mostre con Duchamp. Ma la critica parigina considera ormai il surrealismo come un movimento superato: non gli resta che tentare di pubblicare nuove riviste (che riscuoteranno poco successo) e concentrarsi sulla sua ultima grande opera, L’Art Magique (uno sguardo retrospettivo sull’elemento magico nella storia dell’arte e sulla sua influenza sull’arte a lui contemporanea).

Sembra che il movimento sia arrivato al suo capolinea, senza soluzione di continuità.

Cosa ne è dunque della lezione surrealista? Cosa ne è di quell’ “azione efficace e disinteressata” che secondo Benjamin Peret, porta alla liberazione totale della mente?

Era il 28 luglio in provincia di Imperia. Alcuni giovani, di diverse nazionalità, sentivano la necessità di esprimere il proprio pensiero politico e filosofico, di sfondare la barriera della vita mediocre e borghese: avevano letto Marx e si riconoscevano debitori del dada e del surrealismo. Era il 1957, ed era l’anno della nascita dell’Internazionale Situazionista…

Foto e testo a cura di Emanuela Alonzo

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