Da Pasolini a Lowery: Perdersi per ritrovarsi

Medea di Pier Paolo Pasolini eThe Green Knight di David Lowery: dove il rito smarrito segna il destino dei protagonisti.

L’anima è difficile. Più piccola e raccolta di quanto vorremmo e assieme più vasta nei suoi confini, premuti da ogni parte da ciò che la supera, la esclude e al quale ci si vorrebbe consegnare, al prezzo magari di scomparirvi. Ci torna addosso quando e come. Ci chiede abbandoni ed elargisce conforti e incertezze sue e sacrifici, certo. Meglio sbarazzarsene, ridurla ancora. Del resto, l’esistenza non è proprio questo processo isolante? La coscienza non è suo sinonimo. In questa ci si relaziona a sé stessi o al Sé che percepiamo restituito dagli altri – più o meno concreti o astratti in istituzioni –, dalle loro aspettative. Non v’è abbandono o terrore in essa ma costante tensione o rilassamento.

Medea di Pier Paolo Pasolini è un film-soglia del 1969, appena trascorso il Sessantotto. Se l’Orestea “appuntata” del 1970 doveva essere l’investigazione su un grandioso procedimento collettivo, la traduzione dei tabù ancestrali nella democrazia, e Edipo del 1967 sprofondava nel trauma di inconscio primordiale così smaccatamente autobiografico, la tragedia di Euripide, il mito della maga barbara che viene abbandonata dal Greco di cui si è innamorata e contro il quale si vendica in modo atroce, nelle parole di Pasolini “potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano ad esempio, che vivesse la stessa catastrofe venendo a contatto con la civiltà occidentale materialistica.” Per il regista questa rovina imponeva agli antichi linguaggi rituali una “accelerazione artificiale, un oblio ingiustificato”; così gli fa eco Medea: “Non pregate Dio perché benedica le vostre tende. Non ripetete il primo atto di Dio. Voi non cercate il centro. Non segnate il centro. No! Cercate un albero, un palo, una pietra”.

Cosa si perde e cosa si guadagna in questo diverso atteggiamento che riduce il cosmo a una serie di risorse? Per protagonista Pasolini volle la regina della lirica, Maria Callas, deliberatamente senza farla mai cantare, “strozzandola”, puntando tutto sulla faccia, così spesso ossessivamente in primo piano, ossia l’esperienza personale e multigenerazionale impressa in essa di donna greca ritrovatasi al centro del jet-set, sedotta e abbandonata a sua volta dal miliardario Onassis che le preferì la vedova Kennedy. Per un Giasone razziatore, smaliziato, agonistico (“competitivo”) ecco dunque Giuseppe Gentile, campione olimpico, la Colchide è l’Anatolia e Corinto la geometrica candida Piazza dei Miracoli a Pisa, genesi della società borghese, del capitale, del “messo via” anziché dell’offerta anche brutale, sanguinosa che apre il film col suo sacrificio umano che si innesta nei cicli delle stagioni e che pare più relato all’immolazione stessa di Cristo di tanta civiltà che poi a quel cristianesimo si sarebbe continuata a richiamare.

Quella di Medea è perciò una catastrofe forse inevitabile, non per questo meno straziante e mortifera, dove l’anima si riduce appunto a coscienza, il mito si fa dramma borghese come Ibsen o Pinter, un uomo e una donna che si accusano sui cocci di una relazione. Anche questo succede quando abbandoniamo il nostro sogno per quello altrui, per la seduzione di un linguaggio nuovo più facile, immediato così vincente. Cosa succede poi quando tutto ciò infine ci tradisce e lascia più nudi e soli di prima, in sospeso tra due mondi? Conforto forse, se è possibile recuperarlo, il sogno antico, quello che ci avvolgeva prima, a tornarci. Forse non si può, di qui il doppio finale per il film, dove le magie della vendetta sono solo una fiaba consolatoria ormai; ad altre armi bisogna ricorrere nel tempo razionale e lineare dei rapporti umani.

Il Green Knight di David Lowery è tratto da un poema anonimo medievale, molto caro a J. R. R. Tolkien che oltre a tradurlo gli dedicò pure un importante saggio incentrato proprio sui diversi “giochi” cui è sottoposto il protagonista. Ser Galvano accetta di ricevere lo stesso colpo che infliggerà a un misterioso Cavaliere fatato, al quale ha spiccato la testa e che mozzata gli ribadisce l’impegno preso. I giorni di Galvano sono contati, dunque. Cosa farà? Non sarà l’unica gara ad attenderlo lungo la via. A differenza di altri poemi cavallereschi in prosa o poesia (si pensi a certi capolavori di finezza di Chrétien de Troyes che però risultano perlopiù noti agli studiosi) questa è una storia che continua ad echeggiare e suscitare risposta, certamente per la sua cornice fantastica – sebbene cornice non sia la parola adatta. “Non sono un cavaliere” ripete Galvano nel film, sebbene tale venga appellato. Non lo è ancora così come non ha ancora qualcosa da raccontare su sé stesso. Le due cose coincidono. Il film del 2023 non è semplicemente “un” fantasy, gli appassionati delle parabole più tradizionali che ci si aspettano dal genere potrebbero restare delusi. In esso “c’è tutto”: dalle magie ai giganti, ma pronunciato come in accento diverso, con indugi e accelerazioni.

Perché i personaggi femminili sono spesso interpretati dalle stesse attrici?

Perché la lady del castello fa eiaculare Galvano sulla stoffa che dichiara essere magica e perché renderlo invulnerabile? Perché tutta una serie di figure ripete il medesimo gesto, dalla madre Morgana ad Artù al castellano con la sua feroce allegria, le sue domande misteriose – “Hai mai visto un falco uccidere un cavallo?”– i suoi scambi di doni in una dimora che dovrebbe già essere tutta sua, fino al Cavaliere stesso? Cosa vuol dire il verde onnipresente, oppressivo? “Verde è ciò che rimane quando l’ardore svanisce, quando la passione muore, quando moriamo anche noi”, spiega la lady.

Non solo un film fantasy ma film “sul fantasy”, dunque, al pari del Munchausen di Terry Gilliam e della fonte originale che a sua volta accennava un sapiente impianto metanarrativo, col suo incipit nelle feste di Natale e re Artù che si aspetta un qualche racconto prodigioso, ed eccolo verificarsi. Vedere un mondo medievale e fiabesco iuxta propria principia – un po’ come The Northman di Eggers, e insieme una riflessione sul tempo e la morte al pari d’una grande fonte di ispirazione quale Il Settimo Sigillo di Bergman. Per raccontare appunto il recupero del mito e del rito, il loro valore sempre attivo nella vita individuale e comunitaria e che sopravvive laddove forse non sappiamo più cercarlo eppure continua ad attirarci.

Variante decisiva è fare di Morgana e del suo mondo alternativo, femminile, “pagano”, la madre di Galvano medesima e non una semplice oppositrice di  Artù che qui è vecchio legnoso secco, impugna a fatica la spada, appaiato a una Ginevra a sua volta anziana, vertici di un modo che si impolvera e che per rinverdire appunto abbisogna d’una storia nuova, di qualcuno che si metta in moto, “in gioco”. “È solo un gioco” ripete Gawain come a ridurne la portata e la pretesa, ma Artù gli rammenta che va comunque completato.

Partecipando così a una dinamica che si rinnova e che ci immette in qualcosa più grande di noi, come nascere e morire. Il Gawain originale pressoché resisteva a tutte le prove relate alle cinque punte sullo scudo di Camelot eccetto l’ultima decisiva per poi riscuotersi e accettarne il prezzo con coraggio. Quello di Lowery approda alla medesima conclusione fallendo assai più miseramente in tutte le precedenti. Il fulcro della gara è accettare di perdere, comunque. Occorre fallire, già stiamo fallendo perché già stiamo morendo. Ecco perché altra fonte di ispirazione è anche L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese, in un possibile finale alternativo anche qui, dove “tutto va bene”, anche troppo e proprio per questo va male, perché fondato su una bugia, un falso mito di sé stessi e dell’eroismo come vittoria ad ogni costo dinanzi agli altri.

Sottrarsi a questo, accettare un esito assai meno luminoso e perfetto, ammettere il limite e la vergogna e la vigliaccheria, solo così, perdendo, si vince davvero. Così ci torna incontro infine la nostra anima, come nella poesia di John Ashbery Paura della morte, “un altro me stesso che accenna col capo un brusco saluto: “Be’, ce n’hai messo di tempo, ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta”.