Dayton’s Legacy. Un reportage di TerraProject dalla Bosnia a 30 anni dalla guerra civile in Jugoslavia
Il collettivo fotografico fiorentino TerraProject celebra vent’anni di attività.
FUL presenta il loro ultimo lavoro dedicato ai trent’anni dagli Accordi di Dayton, che posero fine alla guerra civile in Jugoslavia, lasciando però la Bosnia ed Erzegovina sospesa in una condizione di cronica provvisorietà.


L’ombra della Jugoslavia da trent’anni si allunga sull’Unione Europea, perché ha lasciato un’eredità i cui numeri sono fantasmi che devono far paura nonostante la memoria rimossa: 130mila morti, 20mila dispersi, 2,5 milioni di profughi. Un paese moderno collassato e spazzato via da una guerra sporca – come tutte, peraltro – ma più crudele perché fratricida, spinta da nazionalismi e combattuta tra chi fino al 1991 aveva studiato, lavorato o fatto l’amore senza distinzioni di etnia e religione. La fine del regime socialista e la crisi economica negli anni Ottanta, la premessa. Poi il sentimento di odio tra la gente fu alimentato giorno dopo giorno da una élite politica che preferì fare la guerra anziché farsi da parte, sgretolando la positiva ma fragile statualità federale ideata dal maresciallo Tito. Il mondo stava cambiando, la Guerra Fredda volgeva al termine e, come ha detto la scrittrice italo-bosniaca Elvira Mujčić, “nel 1989 il muro è caduto a Berlino ma se lo sono preso in testa gli jugoslavi”. Le dichiarazioni di indipendenza da Belgrado delle repubbliche di Slovenia e Croazia il 25 giugno 1991 diedero il via alla tragedia, tuttavia è con la dichiarazione di indipendenza della Bosnia, il 5 aprile 1992, che il massacro assunse proporzioni enormi in un Paese etnicamente molto misto e diventato una polveriera. L’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica sono i simboli di quel conflitto. Gli Accordi di Dayton nel dicembre del 1995, mediati dal presidente americano Bill Clinton, misero fine al conflitto nei Balcani ma congelavano le conquiste territoriali dei serbi e dei croati, dando vita a uno stato artificiale composto da serbi, croati e musulmani costretti a una convivenza forzata con istituzioni condivise. Gli Accordi di Dayton inoltre lasciarono in sospeso la questione del Kosovo. Nella provincia autonoma di etnia albanese, che ambiva all’indipendenza dalla Serbia, nel 1993 era stato fondato l’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK). Il presidente serbo Slobodan Milosevic, che la guerra l’aveva voluta e provocata fu clamorosamente investito del ruolo di “pacificatore” a Dayton, finché qualche anno dopo la guerriglia dell’UÇK non lo spinse a un intervento armato nella provincia ribelle. Così, nel 1999, ci fu un’appendice alle “guerre jugoslave”, con addirittura terribili bombardamenti della NATO sulla Serbia per fermare l’occupazione militare.



Dayton’s Legacy prosegue l’indagine a lungo termine di TerraProject (Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli) sulle forme di democrazia artificiale: quei sistemi politici modellati e sostenuti da poteri esterni, dove la sovranità rimane spesso parziale e irrisolta. Facendo seguito al precedente lavoro del collettivo in Kosovo, questo progetto rivolge l’attenzione alla Bosnia ed Erzegovina, un Paese il cui quadro costituzionale e la cui identità politica non sono stati il risultato di una riconciliazione interna, ma appunto di un accordo internazionale imposto per porre fine a una guerra. Nel 2026, a trent’anni dagli Accordi di Dayton, la Bosnia ed Erzegovina rimane sospesa in una condizione di cronica provvisorietà. È uno stato costruito dall’esterno, amministrato attraverso la supervisione internazionale e il potere di veto, e tenuto insieme da vari attori internazionali anziché da un ideale condiviso di riconciliazione. Attraverso l’accesso a fragili spazi istituzionali e l’incontro con le generazioni più giovani, Dayton’s Legacy riflette sul costo umano e politico di un’autodeterminazione incompiuta. Il lavoro osserva come la governance esterna plasmi la vita quotidiana, l’identità e le aspettative, mentre le divisioni interne continuano a spingere il paese in direzioni opposte: tra le aspirazioni eurocentriche della Federazione di Bosnia ed Erzegovina e l’attrazione politica e culturale verso la Serbia e la Russia all’interno della Republika Srpska, alimentata dalla leadership sempre più autoritaria e destabilizzante di Milorad Dodik. La pratica fotografica di TerraProject, calma e disincantata, inquadra la Bosnia ed Erzegovina come un paesaggio in sospensione, un territorio ancora in attesa di diventare una casa, dove i personaggi si muovono in direzioni sparse, senza la guida di un unico e identificato centro gravitazionale.
Il lavoro è stato realizzato con il supporto del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Siena e finanziato dall’Unione Europea – Next Generation EU – Missione 4, Componente 1, CUP B61I24000450006.
Testo di Francesco Sani con un contributo di Valerio Grana
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