Firenze e l’arte pubblica contemporanea: un problema di metodo e di merito


Negli ultimi giorni, un articolo firmato da Massimiliano Tonelli su Artribune ha acceso un dibattito acceso sulla qualità dell’arte pubblica contemporanea a Firenze, ponendo interrogativi sulla selezione degli artisti e sulla modalità di esposizione delle opere. Il focus della critica è rivolto alle installazioni di Emanuele Giannelli e Marco Lodola, posizionate in spazi di altissimo valore storico e simbolico, come il Duomo e la Chiesa di San Lorenzo.

Il cuore della questione, come evidenziato nell’articolo, non è solo la qualità delle opere, ma il metodo con cui sono state scelte ed esposte. Tonelli osserva in un suo articolo su Artribune che, nel caso di Giannelli, l’artista non vanta mostre in grandi musei internazionali, non è stato seguito da critici d’arte di rilevanza internazionale, né risulta nelle principali collezioni pubbliche e private.

Tuttavia, la sua scultura è stata collocata in uno degli spazi più prestigiosi della città, con un’esposizione fortemente sovraccarica di elementi comunicativi: nome dell’artista a caratteri cubitali, locandine, adesivi con il logo personale e persino il brand della società di comunicazione coinvolta. Il tutto più simile a un’operazione pubblicitaria che a un allestimento museale.

le opere di Giannelli e Lodola a Firenze
immagine web – le opere di Giannelli e Lodola a Firenze

La domanda che emerge è: perché avviene questo? Luca Rossi, critico d’arte contemporanea che da tempo seguiamo (ve ne abbiamo parlato qui), suggerisce che il problema sia la marginalizzazione dell’arte contemporanea nella percezione del pubblico. «Sanno che all’elettorato non importa e che non ha gli strumenti per distinguere tra “bello” e “brutto”», commenta Rossi. «Ma questa è un’illusione: l’arte contemporanea è onnipresente, ci circonda ogni giorno, e se il pubblico non sviluppa interesse e consapevolezza, il rischio è di ritrovarsi un contesto visivo invaso da opere di dubbio valore».

L’arte pubblica ha una responsabilità enorme: dialogare con lo spazio e la comunità che la accoglie. Esporre un’opera davanti al Duomo di Firenze non è come posizionarla in una galleria privata o in un centro commerciale. La qualità e il metodo di selezione diventano imprescindibili. Per questo, come sottolinea Tonelli, esistono procedure consolidate per garantire serietà e rigore: un curatore di alto profilo, un comitato scientifico autorevole, bandi pubblici trasparenti o short list di artisti di prim’ordine, un budget adeguato per la produzione e un allestimento curato nei minimi dettagli.

In questa riflessione, si può accostare la figura di Bartleby – l’enigmatico scrivano del racconto di Melville, interpretato da Giorgio Agamben in relazione a Deleuze – che con il suo «I would prefer not to» si sottrae all’ordine imposto dal sistema, rifiutandosi di eseguire meccanicamente il compito assegnato fino a lasciarsi morire. Questo gesto, apparentemente inconcludente e inattuale, si trasforma in un atto di radicale resistenza, una sottrazione alla logica dell’efficienza e della produttività. L’essere contemporanei, allora, non è solo una questione temporale, ma una postura critica: significa abitare il proprio tempo senza coincidere perfettamente con esso, mantenendo una distanza che consenta di vederlo con maggiore lucidità.

le opere di Giannelli e Lodola a Firenze
immagine web – opera di Emanuele Giannelli

Questo “carnevale” di opere e luminarie non è poi dissimile da quanto già abbiamo visto perfino dentro al museo, a Palazzo Strozzi con Marinella Senatore: installazioni luminose, le luci del fierone, qualcosa di spettacolarizzante che ha a che fare con il contemporaneo solo perché già presente nella vita del mondo, ma che è ben lontano dall’arte. L’effetto scenografico prevale sul contenuto e sulla ricerca, riducendo il linguaggio artistico a un dispositivo decorativo e commerciale.


Una critica stringente servirebbe per indirizzare la scelta tra il bello e il brutto, tra il giusto e l’ingiusto. In ogni campo dell’arte contemporanea, il rischio di scivolare nello scadente e nel già visto è davvero un attimo. Se queste regole vengono eluse, le strade preferenziali prendono il sopravvento e artisti come Lodola e Giannelli emergono non per merito, ma per dinamiche opache. L’arte pubblica è troppo importante per essere lasciata a manovre di visibilità e marketing: non si tratta solo di estetica, ma della qualità dello spazio che tutti abitiamo.

La domanda, dunque, non è se queste opere piacciano o meno, ma se siano il risultato di un processo trasparente, critico e meritocratico. E Firenze, con la sua storia e il suo prestigio, merita decisamente di meglio.

Fiorentina, un tempo pianista. Appassionata d'arte. Poi avvocato, scrittrice, lettrice. Tre indizi fanno una prova.