Lilith: un collettivo di artiste emergenti a Firenze
Lilith: un collettivo di artiste emergenti unite dalla passione per l’arte e dalla volontà di dare una nuova voce alla pittura nel panorama contemporaneo a Firenze.
Dalla primavera dell’anno scorso è nato a Firenze, e più precisamente tra i banchi della Rossotiziano Art Academy di Scandicci, un collettivo di artiste provenienti da percorsi individuali e ambiti professionali diversi, unite però dall’amicizia e da un’intesa profonda, creatasi dallo scambio di idee all’interno del loro percorso formativo e dalla stessa fortissima passione comune, quella per l’arte, da loro coltivata come un’esigenza espressiva e come uno spazio di libertà.
Dalla loro connessione è nata un’identità condivisa, un gruppo e un movimento che vuole riscoprire i valori dell’arte classica per reinterpretarli in chiave moderna, offrendo una visione nuova e attuale del mondo a partire da emozioni universali. Tant’è che le sei componenti di questo gruppo, Stefania Pezzullo, Elena Peruzzi, Francesca Biffoni, Lisa Cecconi, Beatrice Massai e Caterina Lotti, hanno anche creato anche un manifesto, alla maniera delle avanguardie novecentesche, per mettere nero su bianco idee e valori condivisi, tra cui la volontà di riallacciarsi al classico come punto di partenza per reinterpretare la contemporaneità e la collaborazione paritaria tra uomo e donna.

Da qui nasce anche l’ispirazione per il nome del collettivo Lilith; nella religione mesopotamica, Lilith, è un demone femminile, legata al vento e alla tempesta, nella religione ebraica, invece, è la prima moglie di Adamo che si rifugia nel Mar Rosso per fuggire dal marito. Lilith, infatti, essendo stata creata da Dio dalla polvere, come Adamo, pretendeva di averne anche gli stessi diritti, che, però, le furono negati. Per il collettivo dunque Lilith non è solo una donna che si ribellò ad un uomo, ma è soprattutto figura pioniera di una rivoluzione che rifiuta qualsiasi forma di violenza, di imposizione, di etichetta, di demonizzazione o discriminazione di genere, contro tutte le imposizioni delle libertà individuali e sociali, oltre gli schemi culturali e religiosi.
La scelta del nome Lilith non è quindi correlata ad un desiderio di rendere manifesta la superiorità della donna sull’uomo poiché le componenti del gruppo sono estranee e distaccate dai concetti di femminismo e maschilismo, matriarcato e patriarcato. Credono piuttosto nella condivisione tra uomo e donna come strumento di confronto e sviluppo di una coscienza armonica condivisa e condivisibile.
Lilith dunque come simbolo di libertà assoluta e sfida ai limiti sociali e culturali che vogliono ingabbiarla, forza che nasce dalle zone d’ombra e che, attraverso l’arte, “porta alla luce le debolezze, le emozioni, gli istinti e le potenzialità che vivono nel profondo dell’anima e si uniscono nella bellezza intatta di una perfetta e singolare imperfezione” come il collettivo stesso scrive.
Il prossimo 8 marzo ci sarà la prima mostra del collettivo nonché la loro prima attività pubblica come gruppo: Legendary Women, in mostra dall’8 al 30 Marzo in P.zza Matteotti, Scandicci (FI) presenterà le donne dei miti viste attraverso gli occhi delle artiste e portate a nuova vita dal loro lavoro. Dee della mitologia greca e romana, a cui ogni artista si è ispirata scegliendo quella che più sentiva vicina a sé, e trasportate su tela (e non solo!) in uno stile figurativo contemporaneo. Ben 24 opere che mantengono l’identità artistica e il linguaggio espressivo di ogni autrice, in un dialogo che si nutre di contrasti, influenze, proprio come il collettivo stesso.

Abbiamo fatto due chiacchere con le ragazze di Lilith per saperne di più su questa imminente mostra e sul loro lavoro.
Perché una mostra sul Mito?
Il Mito è stata la prima ispirazione per questa mostra per almeno due motivi. Il primo è che attraverso di esso l’essere umano cerca da sempre risposte alle domande universali, indagando al contempo se stesso e la realtà, intelligibile e non, che lo circonda. In secondo luogo quello del Mito è un tempo ciclico, il tempo dell’eterno ritorno, e fa riflettere come molte delle paure, delle afflizioni e delle lotte che sono narrate nella mitologia classica siano per molti versi ancora parte delle nostre vite.
Quali sono i personaggi femminili che avete deciso di interpretare per questa mostra che apre al pubblico proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne?
I personaggi femminili che abbiamo scelto incarnano temi che ancora ci riguardano: la sopraffazione del più “forte” su chi non può difendersi, la lotta per la propria indipendenza ed emancipazione, la disuguaglianza nell’accesso alla conoscenza, l’emarginazione di chi non obbedisce alle ideologie della maggioranza, il tentativo di venire a patti con le proprie ombre.

Quali sono le tematiche che vi sta più a cuore trattare?
Ora più che mai, ci è sembrato importante riaffermare un dialogo con tutto quel rimosso che la società vuole nascondere sotto il tappeto preferendo esporre solo il volto edulcorato dei social, possibilmente privo di ogni chiaroscuro. Noi teniamo alle sfumature. Il disagio, la malattia, i vissuti e le emozioni dolorose che fanno naturalmente parte di ogni vita, hanno diritto di trovare espressione invece di essere rifiutati, perché è il solo modo di portarli alla luce, accoglierli e trasformarli in esperienze di rinascita. Attraverso i nostri dipinti, esploriamo temi universali che attraversano il tempo e lo spazio: la memoria, il rapporto tra passato e presente, la riscoperta delle radici culturali, la fragilità e la forza dell’animo umano. Vogliamo che la nostra arte sia un ponte tra tradizione e innovazione, un invito a riscoprire il valore della manualità, della riflessione e della connessione emotiva.
Con questa prima mostra cosa volete trasmettere al pubblico?
Siamo qui per raccontare storie, per evocare sentimenti e per proporre una nuova prospettiva sul presente attraverso il linguaggio pittorico. Il nostro è un viaggio verso un’arte che non si lascia omologare, che parla con sincerità e che restituisce all’essere umano il diritto di sentire, di pensare, di creare. Chiediamo a chi osserva di soffermarsi un attimo, concedendosi un viaggio interiore per riprovare il valore della sensazione e dell’emozione.