Giulia Scalzini: il vino come dialogo tra ricerca, territorio e libertà espressiva
Dalla ricerca accademica alla vigna di famiglia a Bolgheri, il percorso di un’enologa e agronoma che sceglie di fare vini identitari, lontani dai modelli precostituiti, in un dialogo continuo tra conoscenza tecnica e sensibilità interpretativa, dove vigna e cantina parlano la stessa lingua.
di Marco Provinciali @marcoprovi
Giulia Scalzini è una di quelle figure che incarnano una nuova generazione di professionisti del vino: solidi nella formazione, curiosi nello sguardo, liberi nell’interpretazione. Enologa e agronoma, dopo un percorso di studi e ricerca che l’ha portata da Pisa al Piemonte, dalla Sicilia alla Francia, è tornata in Toscana per lavorare nell’azienda di famiglia, Poggio al Grillo, affiancando l’attività produttiva a quella di consulenza. Il suo lavoro si muove tra vigna e cantina, tradizione e sperimentazione, con un’idea di vino che non rincorre modelli precostituiti ma nasce dall’ascolto del territorio e delle persone che lo abitano. Un approccio che oggi trova riconoscimento anche nel suo ingresso nel Consiglio del Consorzio Bolgheri DOC, in un momento cruciale per l’evoluzione della denominazione.

Il tuo percorso formativo e di ricerca ti ha portata da Pisa ad Asti, Marsala, Alba e poi in Francia, lavorando su vitigni e approcci molto diversi. In che modo queste esperienze – soprattutto la ricerca sull’innovazione in enologia – hanno cambiato il tuo modo di pensare il vino oggi?
Ogni tappa del mio percorso mi ha lasciato qualcosa di profondo, che oggi ritrovo nel modo in cui penso e faccio vino. A Pisa ho costruito le basi, il rigore in vigneto e la curiosità per i processi che rendono il vino quello che è. Ho avuto la fortuna di poter mettere in pratica subito quello che imparavo e ho sempre cercato di fare doppia vendemmia nella mia cantina e in quelle dei produttori che stimavo, per arricchire il mio bagaglio di esperienze più che potevo. Però avevo anche voglia di scoprire cosa c’era oltre il territorio in cui sono cresciuta e sono partita per un viaggio attraverso terre e sensibilità diverse, che mi ha insegnato a guardare il vino da angolazioni sempre nuove. Ad Asti e Alba ho capito quanto la solidità della tradizione piemontese, quel rispetto quasi religioso per la materia prima, possa convivere perfettamente con l’innovazione. In Sicilia, invece, ho incontrato l’energia del cambiamento: lì il vino diventa una sfida quotidiana con la natura e si impara presto che l’innovazione non è tecnologia fine a se stessa, ma sensibilità e adattamento. Finita la Magistrale, sono tornata in Piemonte per il Dottorato di Ricerca in innovazioni in enologia. Lì ho imparato ad applicare il metodo di ricerca nella vita quotidiana, ma anche il rigore scientifico, la pazienza e la coerenza del lavoro ben fatto. Lavorare per tre anni con il gruppo di ricerca in enologia dell’Università di Torino su uve, tecniche e territori diversi – tra cui la Valtellina che è sempre nel mio cuore – è stato un grande moltiplicatore di esperienze e sono onorata di aver fatto parte di risultati accademici dal grande valore applicativo a livello internazionale. In Francia, infine, ho trovato un modo diverso di guardare al vino: più intellettuale forse, ma anche più libero. È lì che ho capito che innovare non significa fare qualcosa di nuovo a tutti i costi, ma avere il coraggio di cambiare prospettiva. Tutte queste esperienze hanno lasciato un’impronta nel mio modo di lavorare: oggi vedo il vino come una forma di dialogo continuo tra conoscenza tecnica e sensibilità interpretativa. In questo modo il vino diventa un linguaggio per raccontare storie e territori e per esprimere noi stessi.

Da due anni sei rientrata in Toscana per lavorare nell’azienda di famiglia, occupandoti sia di vigna che di cantina, affiancando anche attività di consulenza. Che cosa significa, per te, essere allo stesso tempo enologa e agronoma oggi, e quanto questa doppia visione incide sulle scelte produttive quotidiane?
Tornare in Toscana è stato un po’ come chiudere il cerchio. Dopo tanti anni in giro, rimettere le mani nella terra di casa mi ha fatto riscoprire l’aspetto più umano e quotidiano del mestiere. Lavorare sia in vigna che in cantina mi obbliga ogni giorno a un esercizio di equilibrio: la mente dell’agronoma osserva, misura e prevede, quella dell’enologa ascolta e asseconda. Sono due voci diverse che però parlano la stessa lingua.
Credo che questa doppia anima mi aiuti a essere più coerente nelle scelte: sapere cosa vuoi ottenere in cantina cambia il modo in cui lavori nel campo e capire davvero la vigna ti rende più rispettosa quando il mosto diventa vino. Mi piace pensare che questa doppia visione porti a una maggiore consapevolezza, soprattutto nelle decisioni quotidiane – dalla raccolta alla gestione dei tempi di macerazione. L’obiettivo resta sempre lo stesso: rispettare la materia prima e farla parlare con equilibrio e chiarezza.
Poggio al Grillo è un’azienda che sceglie di fare vini molto personali, lontani da certe letture più “classiche” del Bolgheri: penso all’uso dell’anfora per il rosso o al nuovo rosato L’isola che non c’è. Che rapporto avete con il territorio e con le sue aspettative, e quanto conta per voi produrre prima di tutto i vini che vi piacciono davvero?
La nostra azienda è nata dalla passione e intuizione del mio babbo che decise di piantare Aleatico, un vitigno pieno di fascino e personalità. Intorno a questa idea, passo dopo passo, è cresciuto tutto il resto. Da lì il percorso è continuato con il Petit Manseng e con il recupero di vecchi vitigni toscani a bacca bianca: un lavoro lungo, culminato in una selezione massale nata da un vigneto antico del vicino.
Pur trovandoci a Bolgheri, terra di grandi rossi, fino al 2021 producevamo solo un rosato, un bianco e un passito. Non per voler andare controcorrente, ma perché era la strada naturale di ciò che ci appassionava. A un certo punto però sentivamo che mancava un maggiore dialogo con il territorio circostante. Così, nel 2018, abbiamo piantato Merlot, Cabernet Franc e una piccola parcella di Sangiovese, coltivato ad alberello, nella parte più alta dell’azienda, dove la collina guarda la valle di Casavecchia, tra boschi e vento. Il nostro obiettivo era chiaro: creare un vino che raccontasse Bolgheri, rispecchiando noi e il nostro angolo di territorio.
La scelta dell’anfora è stata spontanea: volevamo che il vino evolvesse in libertà, senza influenze aromatiche esterne. Prima di arrivare alla DOC abbiamo sperimentato per due annate, con “prova il primo” e “prova il secondo”. Quando ci hanno detto che il vino sembrava “l’incontro di tre amici (i tre vitigni) che parlano di un grande progetto”, abbiamo capito di essere sulla strada giusta. Oggi “Il guado delle casaline” è un Bolgheri Rosso apprezzato per la sintesi che ha saputo trovare tra l’identità territoriale e la ricerca di uno stile contemporaneo e innovativo.

L’isola che non c’è, invece, è la nostra più grande scommessa. Crediamo da sempre che un rosato, se fatto con rispetto e convinzione, possa avere la stoffa di un grande vino. Questo è un discorso che avevamo già portato con il nostro primo vino, il Rosatico, e che con l’Isola trova il suo compimento e la sua massima espressione. Ci siamo infatti permessi tutto quello che con i rosati di solito non si fa: una vigna dedicata, macerazione, affinamento in anfora sulle fecce senza solforosa e a seguire in bottiglia, rigorosamente scura e con sughero monopezzo. Solo 333 bottiglie per una tiratura limitatissima.
Alla fine, per me il terroir non è solo clima o suolo, ma soprattutto persone. Sono loro a dare voce ai luoghi. Questi vini sono il nostro modo di raccontare la collina che abitiamo ogni giorno, un frammento di territorio espresso attraverso la nostra sensibilità e il desiderio di custodirlo nel tempo.
Il tuo ingresso nel Consiglio del Consorzio Bolgheri DOC arriva in un momento importante del tuo percorso e di quello aziendale. Che responsabilità senti rispetto a questo ruolo e che idea di Bolgheri vorresti contribuire a raccontare e costruire, guardando al futuro della denominazione?
L’ingresso nel Consiglio del Consorzio rappresenta un impegno che richiederà grande responsabilità e ascolto e che arriva in un momento di forte crescita, ma anche particolarmente opportuno, in cui il percorso personale e quello del territorio sembrano incontrarsi con naturalezza. Già la mia attività di consulenza, infatti, mi ha portata in questi ultimi anni a guardare a Bolgheri in modo più ampio, non solo dal mio personale punto di vista: ogni azienda con cui collaboro mi invita a leggere il territorio da una prospettiva diversa, ad ascoltarne le molte voci e le loro singolari declinazioni. È proprio questa pluralità, sia umana che territoriale, che mi piacerebbe contribuire a valorizzare. Bolgheri negli anni ha raggiunto una grande solidità e riconoscibilità che abbiamo la responsabilità di mantenere e continuare a far crescere. Il mondo del vino però non consente a nessuno di stare fermo e le sfide da affrontare per rimanere al passo con i tempi sono tante. In questo scenario spero di riuscire a mettere il mio bagaglio di competenze al servizio di questo sforzo collettivo e di contribuire a valorizzare le varie sfaccettature di questo territorio, coniugando l’identità della denominazione con le diverse sensibilità espressive. Il futuro del territorio, secondo me, risiederà proprio in questa capacità di evolvere per rispondere alle sfide della contemporaneità senza perdere coerenza e autenticità.
Articolo proveniente dal numero invernale del magazine F.U.C.K. (Florence Urban Cocktail Kitchen)