L’intervista ai curatori di God is Green, il festival di sostenibilità ambientale di Manifattura Tabacchi

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Si è chiuso God Is Green, il festival dedicato alla sostenibilità e al futuro realizzato e prodotto da NAM – Not A Museum, il programma d’arte contemporanea di Manifattura Tabacchi.

SUPERCATASTROFE – Quali storie per la fine del mondo è stato il titolo di della quarta edizione curata da NERO, con la partecipazione di Medusa, Not, Parasite 2.0, Threes, Andreco, Clara Ciccioni, Federica Timeto e Miriam Tola.

Abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo Gigotti e Valerio Mannucci di NERO, curatori del festival, per scoprire tutte le novità di questa terza edizione del festival.

Quest’anno, per la terza edizione del festival God is Green, ideato da Manifattura Tabacchi e dedicato alla sostenibilità e al futuro, è stato scelto il titolo SUPERCATASTROFE – Quali storie per la fine del mondo. In questo titolo c’è un riferimento alle parole della filosofa americana Donna Haraway che parla strategie utili a «sopravvivere in un pianeta infetto». In che modo questa edizione del festival si inserisce in questa tematica?

In realtà titolo e sottotitolo evocano diversi temi. A volerli spacchettare potremmo dire che il progetto tocca tre questioni di fondo: la più evidente riguarda la catastrofe e fa riferimento a un certo pensiero contemporaneo che riflette in modo nuovo su quella che sembra essere la fine del mondo, almeno per come lo conosciamo. L’idea che si tratti di una “super” catastrofe, una sciagura dai mille volti e dai contorni indefiniti, che ci coinvolge tutti e di cui siamo in buona parte causa, ci avvicina poi al pensiero di un’altro importante filosofo contemporaneo, Timothy Morton, e alla sua “filosofia dopo la fine del mondo” o alla sua idea di “ecologia senza natura”. Il pensiero di Haraway, se vogliamo, si nasconde nella parola “storie” che compare nel sottotitolo: così come ci insegna la studiosa americana, dobbiamo essere in grado di immaginare nuove storie, pensare nuovi mondi, ipotizzare inedite strategie di convivenza in un pianeta, appunto, “infetto”.

È il concetto di Antropocene il filo conduttore che lega il dibattito tra i vari esponenti del festival – artisti, pensatori, attivisti e operatori culturali. Un concetto che Manifattura Tabacchi ha affrontato anche grazie alla collaborazione con Palazzo Strozzi e il suo fuorimostra per l’esposizione Tomás Saraceno ARIA. Ma cosa si intende per Antropocene e come viene affrontato questo macro tema in questa edizione di God Is Green che avete curato? 

L’idea di Antropocene è il punto dal quale siamo partiti nel concepire il progetto, quasi un concetto di fondo che se a molti appare come un’idea nuova e inedita, per altri ormai è un termine con il quale non è più possibile definire in modo esaustivo il periodo che stiamo vivendo – vedi ad esempio la fondamentale distinzione che Donna Haraway inserisce con il concetto di Chthulucene. In ogni caso, mettendo da parte le questioni terminologiche, l’Antropocene è per noi un primo passo verso una presa di coscienza collettiva, come a dire: se siamo d’accordo che questa era geologica è stata influenzata principalmente dalla presenza degli esseri umani sul Pianeta, allora siamo già un passo avanti. Da qui in poi, è tutto da inventare.

Questa edizione di God Is Green è sicuramente un’edizione particolare; intanto segue a un lungo periodo di riflessione e forse anche di maggior consapevolezza da parte di tutti dell’emergenza climatica in corso e poi viene dopo una pandemia che ha messo in luce quanto il nostro pianeta e tutti noi siamo in grave pericolo. In questo senso SUPERCATASTROFE vuole essere un ulteriore spunto di riflessione o di critica? O piuttosto il punto di partenza per considerazioni ulteriori che scavalchino concetti ormai abusati e superati nel dibattito mondiale sull’emergenza climatica?

La mostra non ha nessun esplicito indirizzo di tipo sociale, politico o legato all’attivismo ambientalista, ma prova a riflettere in modo nuovo su quella che, come appunto notate, sembra ormai una narrazione scontata. Siamo tutti consapevoli, apparentemente, che ci sia una reale e profonda crisi ambientale e climatica, ma continuiamo ad agire e pensare in modo abbastanza inerte rispetto a questo. Tutto sembra basarsi ancora su una retorica progressista che vede nel “buon senso” la soluzione ai disastri del presente. Si parla spesso di attenzione, di responsabilità individuale, di fare “ognuno il proprio”, nell’illusione che gettare la plastica nel cestino giusto sia la strada per risolvere i problemi globali a cui siamo di fronte. La realtà è che se non cominciamo a pensare in modo realmente nuovo a questi problemi, su un piano filosofico, politico, sociale e culturale, allora la fine è assicurata. Siamo sull’orlo del precipizio, invece di girarci dalla parte opposta rispetto al baratro, abbiamo bisogno di guardarci dentro.

Il festival prevede dieci giorni di installazioni, musica, testi e lecture all’insegna dell’ibridazione tra arte, architettura, editoria e scienza. Come avviene questa commistione all’interno delle varie attività previste per il pubblico?

La mostra e gli incontri sono stati pensati e curati da noi di NERO insieme ad una rete di realtà e di persone che in Italia si stanno occupando in modo realmente nuovo di queste tematiche. Le loro ricerche sono state declinate in una serie di contenuti che sono tutti, nel loro insieme, visibili e consultabili in mostra. La selezione dei numerosi video che è possibile vedere disseminati negli spazi di manifattura è a cura di Medusa, newsletter che parla di Antropocene, di organico e inorganico, di ambiente e di esseri umani, cercando di capire a cosa corrispondano queste parole e come comunichino oggi. La parte del suono, una specie di sound collage/colonna sonora che accompagna l’esperienza della mostra, è stata curata da Threes Productions, un gruppo di organizzatori e curatori che tra i vari progetti produce Terraforma, il festival internazionale dedicato all’incrocio tra musica e sostenibilità ambientale. C’è anche una biblioteca ideale della fine del mondo, a cura di Not, la nostra rivista online e collana di libri dedicati alla teoria, alle politiche radicali e al pensiero speculativo, che raccoglie testi di ogni tipo, tutti accomunati da uno sguardo originale sulla relazione tra esseri umani e pianeta. Infine l’allestimento della mostra è stato pensato da Parasite 2.0, collettivo con base a Milano, Bruxelles e Londra che indaga lo stato dell’habitat umano attraverso un ibrido di architettura, design e arte. Ad accompagnare il percorso di mostra, nei giorni di inaugurazione, ci sono stati anche alcuni talk. Il primo ha visto le ricercatrici e studiose Clara Ciccioni, Federica Timeto e Miriam Tola, confrontarsi proprio sulla nozione di Antropocene in relazione al pensiero di Haraway; mentre il secondo incontro, tenuto dall’artista e ingegnere ambientale Andreco, ha esplorato la relazione tra arte, scienza, ambiente e futuro nel pieno della crisi ambientale e pandemica.

In SUPERCATASTROFE assume grande importanza il concetto di “iperoggetto” che fa sì che l’esposizione sia coinvolgente per il pubblico e lo porti in un ambiente immersivo. Ma cosa s’intende esattamente con il concetto di “iperoggetto” e come si applica in questo specifico caso nell’ambito di God is green?

La suggestione dell’iperoggetto ha influenzato il formato stesso della mostra: un display di tanti, incoerenti, frammentari, a volte contraddittori, contenuti che si presentano in modo interdipendente all’interno di un grande contenitore dai confini sfumati. Partendo dall’idea di collaborazione, come descritta nella domanda precedente, abbiamo pensato che i diversi piani (video, suoni, testi, allestimento e parole) dovessero compenetrarsi e diventare un tutt’uno. Il fatto che la mostra sia popolata di tanti, addirittura troppi contenuti, si ispira ad una delle caratteristiche essenziali degli iperoggetti descritti da Morton, ossia alla loro intrinseca inafferrabilità. Così come il riscaldamento globale o la pandemia sono esempi tipici di iperoggetti di cui non riusciamo ad avere piena comprensione, forse proprio perché come esseri umani “ne siamo parte”, così anche la mostra sfugge alla completa comprensibilità, per creare una suggestione, e restituire la complessità dei fenomeni di cui stiamo parlando senza arrivare a semplificazioni o sintesi. Insomma, una costellazione contraddittoria e sfuggente di allegorie speculative, anatemi neoprimitivisti, survivalismo, dotte analisi scientifiche e fughe in avanti sull’orlo del precipizio.

Anche l’allestimento ricopre un ruolo importante all’interno del festival; è ad opera del collettivo di arte e architettura Parasite 2.0 e usa scarti e rifiuti rielaborati e impiega pigmenti fluorescenti. Che apporto dà questo allestimento sicuramente non comune e site-specific?

Come dicevamo ognuno degli elementi che compongono la mostra, dai contenuti all’allestimento, ha una relazione organica con gli altri. L’allestimento è forse il collante essenziale di questo esperimento, e rende visibili (a volte invisibili) i numerosi contenuti. Lo fa però in modo particolare, senza creare gerarchie e senza guidare troppo lo spettatore, che è libero di muoversi negli spazi in modo proprio. Rappresenta inoltre di per sé una riflessione sulla relazione tra esseri umani e natura: lo spazio è disseminato di rifiuti e pigmenti fluo, che gli spettatori involontariamente si trascinano per lo spazio, modificandolo attivamente, anche senza rendersene conto.

Ph by: Akoi1, 2019

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Lucrezia Caliani

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo

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