Jeff Koons a Palazzo Strozzi: no, non lo potevate fare anche voi

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Fino al 30 gennaio Palazzo Strozzi ospita la mostra Jeff Koons. Shine, dedicata a una delle figure più importanti e discusse dell’arte contemporanea a livello globale. Le sue opere assomigliano a giganti palloncini a cui un clown ha dato la forma di un cane o di un fiore. Ma c’è qualcosa di più e no, non lo potevate fare anche voi. Vi spieghiamo perché.

La mostra, a cura di Arturo Galansino e Joachim Pissarro, porta a Firenze una selezione delle più celebri opere di un artista che, dalla metà degli anni Settanta a oggi, ha rivoluzionato il sistema dell’arte internazionale. Sviluppata in stretto dialogo con l’artista, Jeff Koons. Shine ospita prestiti provenienti dalle più importanti collezioni e dai maggiori musei internazionali, proponendo come originale chiave di lettura dell’arte di Jeff Koons il concetto di “shine” (lucentezza) inteso come gioco di ambiguità tra splendore e bagliore, essere e apparire.

jeff koons palazzo strozzi firenze

Ma cosa fa di Koons un artista? Cosa rende i suoi lavori vere opere d’arte contemporanea?

Koons è autore di opere entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di unire cultura alta e pop e, che ci crediate o no, non mancano i riferimenti e le citazioni di capolavori dell’arte di tutti i tempi. Ma sono le citazioni del mondo del consumismo che hanno reso le sue opere una manifestazione perfetta della società contemporanea. E se è vero che “ogni forma d’arte è contemporanea” ma anche che “ogni forma d’arte è stata contemporanea” cerchiamo di capire perché Jeff Koons è un artista universalmente riconosciuto e non è vero che quello che ha fatto lui lo potevamo fare tutti.

La giusta chiave di lettura ce la dà lo stesso Koons quando dice: “Il lavoro dell’artista consiste in un gesto con l’obiettivo di mostrare alle persone qual è il loro potenziale. Non si tratta di creare un oggetto o un’immagine; tutto avviene nella relazione con lo spettatore. È qui che avviene l’arte.

Tradotto in altri termini questo significa che la fama di un’opera d’arte siamo noi a stabilirla. Più un’immagine riesce a diventare iconica e facilmente riconoscibile più sembrerà indiscusso il suo valore, proprio come succede per altre opere che tutti, ma proprio tutti conoscono e di cui magari non sanno neppure il nome o l’autore. E questo meccanismo Koons l’ha capito alla perfezione. Ha capito che la familiarità con un’immagine o con un oggetto è determinante per stabilirne il successo come opera d’arte.

Per questo l’artista americano celebra l’universo umano contemporaneo attraverso ciò che più lo rappresenta e in cui esso si vede maggiormente riflesso: gli oggetti, trasformandone la banalità in estasi del consumismo. Niente di troppo lontano da quello che Marcel Duchamp faceva a inizio Novecento con i ready-made.

Ma come si fa a trasformare un oggetto comune in un’opera d’arte?

Con la preziosità dei materiali, fuori dal comune e dall’ordinario, rendendoli qualcosa di unico. Così quello che noi solitamente immaginiamo come un oggetto in plastica è trasformato da Koons in un oggetto in acciaio inossidabile che dà l’idea di qualcosa di molto prezioso, tale da sembrare argento, ma in realtà è ciò di cui sono fatte le pentole con cui cuciniamo tutti i giorni. Infondo quello che conta è brillare, splendere, apparire, non essere, come la società contemporanea ci insegna ogni giorno.

L’esempio di opera maggiormente riuscita in questo senso è Rabbit, un’opera diventata così iconica che è l’unica dell’intera mostra che non può neppure essere fotografata tanto vale la sua immagine. Non si tratta altro che di un coniglio gonfiabile luccicante che ha l’enorme potere di essere manifestamente riconoscibile.

Ma Jeff Koons non è Re Mida e la sua bravura non sta solo nel fondere in materiali più o meno preziosi le sue opere, altrimenti forse l’avremmo davvero potuto fare anche noi. Oltre all’intuizione dell’importanza della riconoscibilità di un’opera per determinarne la fama, la sua più grande bravura è riuscire a scegliere gli oggetti e le immagini giuste. Riesce a vedere la forma classica e universalmente riconoscibile degli oggetti per il pubblico e a renderli quasi l’estrazione dell’essenza stessa di quello che rappresentano, rendendoli così opere d’arte nel tempo e fuori dal tempo.

Se gli artisti un tempo rappresentavano la natura, gli ambienti casalinghi, e più avanti la luce dei lampioni arrivati a illuminare per la prima volta le strade o i primi treni che sfrecciavano a velocità mai immaginate, ora Koons rappresenta ciò che costituisce il nostro contemporaneo: gli oggetti di consumo. Lo fa così bene che infondo tutti ne sono attratti senza nemmeno accorgersene o chiedersi il perché.

Insomma mi sa di no, non lo potevate fare anche voi.

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About Author

Sono nata in un caldissimo agosto del 1991 a Firenze e mi sono innamorata dell’arte da bambina, guardando un poster di Mirò appeso nel mio salotto. Da allora non ho mai perso questa passione che mi ha portato a laurearmi in Arte Contemporanea prima e poi in Critica d’arte affascinata sempre di più dall’idea che l’arte sia un linguaggio tanto universale quanto soggettivo, capace più di ogni altro di raccontare il nostro tempo