Il vino, “la molecola della civiltà”
Il vino come racconto dell’umano, tra mito, filosofia e bellezza.
Nel cuore del Mediterraneo, lungo le rotte della storia e della cultura, c’è una sostanza che accompagna da millenni la civiltà umana: il vino. È proprio da questa consapevolezza che prende vita La Molecola della Civiltà – Il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza, il nuovo libro di Francesco Sorelli, pubblicato da Davide Falletta editore. Un saggio atipico, che scorre come un racconto e vibra come un canto corale. Un’opera densa, stratificata, emotiva.
Francesco Sorelli — autore fiorentino, esperto di comunicazione e ambasciatore del Consorzio Chianti Rufina — compone un testo che ha l’ambizione di raccontare l’intero percorso esistenziale del vino come metafora dell’umanità: dalle sue origini nelle civiltà mesopotamiche alla contemporaneità globale, passando per miti, religioni, rivoluzioni agricole e svolte culturali.

Un’epopea liquida lunga ottomila anni
Il vino è stato protagonista di tavole regali, di sacrifici religiosi, di miracoli cristiani e di balli dionisiaci. È stato fonte di ispirazione per poeti e croce per asceti. È entrato nei libri sacri e nei taccuini degli anarchici. È simbolo di un’identità collettiva che si rinnova di generazione in generazione, ma sempre a partire da una vite che affonda le radici nella terra e si protende verso il cielo.
Nel libro di Sorelli, questa epopea non si racconta per date o cifre, ma per visioni. La Molecola della Civiltà è una narrazione ad alta densità culturale e poetica, in cui convivono Sidduri e Dioniso, Noè e Cristo, Goethe e Camus, Pavese e Pasolini, fino a Mary Poppins, Vinicio Capossela e i Pink Floyd.
Il vino diventa così l’espressione sensibile dell’esistenza, il codice di lettura di tutto ciò che ci attraversa: la fragilità, la gioia, l’attesa, l’eccesso, la fine.
Tra resistenza contadina e pop culture
Una delle intuizioni più felici del libro è il continuo dialogo tra alto e basso, tra epica e quotidiano. Il vino è cantato come rito e sostanza, ma anche come oggetto tangibile del presente, che porta con sé i segni delle mani che lo lavorano, dei paesaggi che lo crescono, delle comunità che lo vivono.
In questo senso, La Molecola della Civiltà si fa anche manifesto di una certa resistenza culturale: quella del gesto lento, della terra che ha bisogno di tempo, dell’artigianalità che resiste all’omologazione. Una difesa del “fare con cura” in un’epoca che divora tutto.

La scrittura di Sorelli — colta, ironica, a tratti lirica — tiene insieme tutto questo. È prossima alla narrazione orale, ma ricca di riferimenti e di pensiero. E mentre ci guida tra aneddoti, riflessioni filosofiche e citazioni letterarie, riesce sempre a restare umanamente vicina. Come un brindisi condiviso, come una chiacchierata a fine giornata.
La felicità è un atto semplice
Alla fine del libro, ciò che resta è un sentimento profondo: che il vino, più che un prodotto, sia un pretesto per parlare della vita. Del desiderio di trovare bellezza nel quotidiano, dell’urgenza di dare senso a gesti semplici. Della possibilità di salvare l’umanità — o almeno di renderla più gentile — attraverso il gusto, il ricordo, la lentezza.
Il vino, insomma, come molecola che ci ricorda chi siamo. Non perché ci racconti il passato, ma perché ci restituisce il presente in tutta la sua pienezza.