Lumen e i 30 anni necessari per progettare il futuro
In una Firenze dove spazi culturali e locali rischiano di chiudere, il progetto di Lumen prova a dimostrare che la rigenerazione urbana richiede un orizzonte lungo.
A Firenze ci sono spazi che sembrano esistere solo per un po’. Aprono, funzionano, riempiono serate, attivano persone, poi restano sospesi in una zona grigia dove il futuro non è mai davvero garantito. Lumen, da questo punto di vista, è uno dei casi più interessanti degli ultimi anni. E forse anche uno dei più emblematici.
Nato all’interno dell’area dell’ex SERT della USL, su un terreno di proprietà del Comune di Firenze, Lumen ha preso forma nel 2021 attraverso una concessione temporanea legata alla manutenzione ordinaria e straordinaria dello stabile e dell’area verde circostante. Da allora, quello che all’inizio poteva sembrare un esperimento, ha progressivamente assunto i contorni di un presidio culturale, sociale e urbano vero e proprio.
Non solo una programmazione estiva, non solo concerti, dj set o appuntamenti serali, ma un luogo attraversato da pubblici diversi, capace di mettere insieme musica, talk, attività per famiglie, laboratori, sport, centri estivi e forme di socialità che a Firenze trovano sempre meno spazio.

Il peso di un orizzonte a breve termine.
Eppure, oggi, il tema non è semplicemente la sua riapertura. Lumen ha già riaperto a Pasquetta per un evento straordinario, e da maggio entrerà nel vivo della stagione estiva. La questione è un’altra: può uno spazio culturale costruire davvero qualcosa nel tempo se continua a vivere nella precarietà?
È per questo che Lumen oggi chiede una concessione trentennale come condizione necessaria per poter progettare il futuro. E no, non si tratta di un dettaglio tecnico o di una normale pratica amministrativa rallentata dalla burocrazia. Per chi lo gestisce, quella concessione rappresenta la soglia che separa la sopravvivenza dalla progettazione.
Senza un orizzonte stabile, spiegano, non è possibile pianificare investimenti, ammortizzare le spese, dialogare con le banche in modo credibile, né immaginare una trasformazione vera dello spazio. In altre parole: si può andare avanti e continuare a esistere, ma si resta inchiodati nella gestione dell’emergenza.

Oltre i bilanci: la sfida di trasformare lumen
Di tutto questo ne abbiamo parlato con Alessandro Bezzi, segretario dell’Associazione di Promozione Sociale Icchè Ci Vah Ci Vole, che gestisce Lumen, con Davide Romagnoli, vicepresidente dell’Associazione, con Alice D’Ettole e Matteo Geraci, responsabili della programmazione artistica, e con Neri Consumi e Sem Coccoletti, responsabili rispettivamente della cucina e del bar. Da prospettive diverse, tutti riportano allo stesso nodo: senza una visione lunga, uno spazio come questo può sopravvivere, ma fatica a evolvere davvero.
Quello che emerge è un paradosso chiaro e molto italiano. Lumen ha dimostrato di essere solido economicamente (come spiegato nella presentazione pubblica del bilancio, nel 2025 lo spazio ha mosso circa 800mila euro in entrata e in uscita), di avere pubblico, di attivare persone e di produrre impatto sul territorio. Alessandro lo dice in modo netto: la concessione attuale, dato che è rinnovata periodicamente, impedisce quel salto necessario per passare da spazio stagionale a progetto strutturato.
Il trentennale, quindi, è ben più di un traguardo finale. È il passaggio che permetterebbe a Lumen di cambiare scala: di accedere al credito, di investire sullo stabile, di immaginare nuovi spazi e nuove funzioni, di strutturarsi come realtà ancora più solida. Senza questo passaggio però tutto resta sospeso.

Oggi la concessione è impedita anche dall’esistenza di strutture all’interno dell’area, preesistenti rispetto all’arrivo dell’Associazione ma comunque ostative dal punto di vista amministrativo. È una situazione che rende evidente ancora una volta una contraddizione: chi ha riattivato uno spazio pubblico si trova a dover affrontare anche il peso delle condizioni ereditate. La trattativa con il Comune è aperta e Lumen si è detto disposto a farsi carico anche di interventi complessi pur di arrivare alla risoluzione, ma il nodo resta.
Abitare per rigenerare
Nel frattempo, come ricorda Davide, lo spazio continua a produrre effetti concreti in termini culturali, oltre che urbani. Dove prima c’era un’area abbandonata, oggi c’è un luogo frequentato, vissuto dalla città. Un presidio che ha contribuito a modificare la percezione della zona anche sul piano della sicurezza.
Su questo punto, la posizione di Lumen è chiara: la sicurezza non può essere affrontata solo con logiche emergenziali, controlli o chiusure. La presenza delle persone, la possibilità di frequentare gli spazi, di viverli in modo accessibile e condiviso, è ciò che Lumen prova a mettere in pratica ogni giorno, cercando di tenere insieme diritto al divertimento, diritto al riposo e qualità della vita urbana.

Un modello per la città: comunità, lavoro e sostenibilità
Ma forse l’elemento più interessante riguarda il rapporto di Lumen con la comunità. Lumen coinvolge attivamente il suo pubblico. Le proposte e le critiche che arrivano da chi frequenta lo spazio, vengono incentivate, stimolate, considerate parte integrante del progetto, divenendo elementi di miglioramento e di confronto. Molte delle attività, delle trasformazioni e delle evoluzioni dello spazio nascono proprio da questo dialogo continuo.
Ed è anche per questo che Lumen non vuole essere un caso isolato. Non si percepisce né si vuole percepire come un’eccezione, ma come un’isola dentro un arcipelago. L’obiettivo non è restare un’esperienza unica, ma contribuire a costruire un modello replicabile, capace di dialogare con altre realtà del territorio e di generare massa critica.
Questo approccio si riflette anche nella visione del Terzo Settore. Lumen propone un modello più responsabile, meno assistenziale, più autonomo. Un soggetto che si propone come interlocutore attivo, disposto a prendersi carico di responsabilità concrete in cambio di una reale possibilità di progettazione.
Dentro questa visione c’è anche il tema del lavoro. Lumen racconta di aver progressivamente superato il volontariato strutturale, introducendo una soglia minima di retribuzione e costruendo uno spazio in cui le persone, soprattutto più giovani, possano non solo lavorare, ma sperimentare, assumersi responsabilità, sbagliare, imparare.

Le parole di Neri e Sem restituiscono proprio questo: una squadra giovane che prova a costruire un’offerta coerente con il luogo, attenta al territorio, ai prodotti stagionali, alla qualità accessibile. Anche questo tassello fa parte del progetto, riflettendo un’idea più ampia di sostenibilità.
Una scelta politica per il futuro di Firenze
Eppure, nonostante tutto questo, si torna sempre al solito punto: per costruire progettualità complesse occorre tempo. Ed è questa, in fondo, la questione centrale. Una concessione lunga non servirebbe semplicemente a “salvare” Lumen. Servirebbe a capire cosa può diventare davvero, a dare finalmente una forma stabile a un processo che finora ha funzionato nonostante la precarietà, non grazie a essa.
Per questo il sostegno che Lumen chiede non riguarda soltanto chi già frequenta lo spazio. Riguarda tutta la città. Riguarda cittadine e cittadini che forse non ci vanno ogni settimana, che magari non ci sono mai andati, ma che possono comunque riconoscere il valore di un luogo che ha rimesso in moto un’area dimenticata e ha provato a farlo con la cultura, con il lavoro e con una forma di socialità sottratta a una logica di puro consumo.

La domanda, dunque, non è se Lumen riuscirà a sostenere un’altra stagione estiva. Come sottolineano Alice e Matteo, «il programma è già stato definito: Lumen si configura sempre più come uno spazio di espressione e valorizzazione della scena artistica locale».
La vera domanda è se Firenze ha davvero intenzione di sostenere nel tempo un progetto che ha già dimostrato le sue potenzialità. Perché senza prospettiva non c’è progettualità. E senza progettualità, anche le esperienze più vive rischiano di restare soltanto brevi parentesi.