Perché vale ancora la pena andare all’opera

Dalla Mascarade Opera di Firenze, un esempio virtuoso di come l’opera lirica possa ancora formare talenti e appassionare il pubblico

Giovedì 30 ottobre siamo stati invitati a Palazzo Corsini al Prato per assistere a Broken Vows. Rivalry and Infidelity, lo spettacolo curato dalla Fondazione Mascarade Opera.

E diciamolo subito: ci siamo ricreduti su (quasi) tutto quello che pensavamo dell’opera lirica.

Perché no, non è per pochi. No, non serve conoscere la musica o aver studiato canto. E no, non è necessario presentarsi in smoking o abito da sera. Quello che è vero, invece, è che l’opera si porta dietro una reputazione che non le appartiene: quella di essere uno spettacolo per vecchi, difficile, distante. In realtà è un’esperienza viva, potente, ironica, piena di passioni e di drammi. E soprattutto, sorprendentemente contemporanea.

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©Marco Borrelli

Un giovedì sera tra duelli, gelosie e tradimenti

Nel programma: Idomeneo e Così fan tutte di Mozart, e I Capuleti e i Montecchi di Bellini. Sul palco sette giovani artisti provenienti da ogni parte del mondo – Benjamin Gautier, Anna-Helena MacLachlan, Mariam Suleiman, Taylor Wallbank, Vuyisa Xipu, Jamie Andrews e Rebeka Dobracev – tutti allievi del programma biennale di Mascarade Opera.
Un cast di talenti internazionali che, con grazia e intensità, ha restituito all’opera la sua natura più autentica: quella di uno spettacolo popolare, in grado di parlare a chiunque, in qualunque lingua.

Il pubblico era quasi interamente straniero. E questo ci ha fatto riflettere: da tutto il mondo si viene in Italia per studiare la nostra lingua e l’opera, ma noi italiani sembriamo essercene dimenticati.

Altra cosa che ci ha colpito è stata la messa in scena. Contemporanea, essenziale, quasi spogliata di tutto ciò che nell’immaginario comune “fa opera”: niente scenografie monumentali, niente costumi pomposi, nessun gonnone ottocentesco che ti aspetti di vedere quando senti nominare Mozart o Bellini. Tutto era ridotto all’osso: pochi elementi, abiti minimali, un palco libero che lasciava spazio ai corpi, alle voci e al racconto.

Per chi frequenta l’opera da anni forse è normale, ma per chi ci entra da spettatore inesperto (come noi, onestamente) è spiazzante. In senso buono. Hai la sensazione di lasciare fuori il mondo e accetti senza pensarci troppo che si canti invece di parlare, che la storia passi attraverso la voce più che attraverso grandi movimenti di scena. All’inizio sembra strano, poi ti accorgi che il coinvolgimento arriva proprio da lì, dall’intensità della voce che riempie lo spazio e che porta avanti la storia, e ciò ti permette di seguire il flusso emotivo senza chiedersi troppi “perché”.

Abbiamo scoperto che l’opera ha un modo diretto, quasi fisico, di arrivarti addosso. Poi certo, è questione di gusti. Ma l’idea che sia un linguaggio antiquato, distante o “per pochi”, dopo una serata così, regge sempre meno. 

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©Eugenia Cesari

La crisi (molto italiana) dell’opera lirica

L’opera in Italia, negli ultimi trent’anni, è stata letteralmente smontata pezzo per pezzo. Dal 1996 – anno in cui la legge n.367 ha trasformato gli enti lirici in fondazioni di diritto privato – lo Stato si è progressivamente ritirato dal suo ruolo di tutore e finanziatore, scaricando sui teatri responsabilità economiche che pochi potevano sostenere.

Il risultato? Una lenta desertificazione: teatri indebitati, produzioni ridotte, artisti costretti a emigrare per poter vivere del proprio mestiere. Il tutto in un Paese che ha inventato il melodramma e che, paradossalmente, oggi lo tratta come un intrattenimento di nicchia.

Come ricordò nel 2020 Gianluca Floris, l’allora presidente di Assolirica, «Lo Stato ha fatto con l’Opera Lirica quello che non fa con, ad esempio, i suoi siti archeologici. Cosa direste se lo Stato da oggi dicesse: “Bene, se i Fori imperiali non riescono a reggersi con restauri e manutenzioni attraverso i soli biglietti di ingresso, per me potete chiudere”?»

È un paradosso tutto italiano: da un lato lo Stato riduce il proprio sostegno economico e culturale all’opera, dall’altro ne celebra il valore simbolico ottenendo, nel 2023, il riconoscimento UNESCO come patrimonio culturale immateriale.

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©Marco Borrelli

Fortunatamente, qualcuno resiste

Ed è qui che arrivano realtà come la Fondazione Mascarade Opera. Con sede a Firenze, a Palazzo Corsini al Prato, fa parte della New Generation Foundation, una struttura no-profit che ogni anno offre a dodici giovani artisti internazionali un programma biennale completamente finanziato: formazione intensiva, alloggio, borsa di studio, esibizioni dal vivo e collaborazioni con teatri partner.

È un modello che funziona perché riesce a unire la formazione artistica alla possibilità concreta di costruirsi una carriera, cosa tutt’altro che scontata in Italia. Mascarade non si limita a insegnare tecnica e repertorio: costruisce percorsi reali, dà spazio ai giovani, crea connessioni. In un Paese dove per molti cantanti l’alternativa è trasferirsi all’estero, il fatto che a Firenze ci sia un programma di questo livello è un segnale virtuoso. E pensare che l’opera lirica è nata qui, e per secoli è stata sinonimo di “Italia” nel mondo: il nostro biglietto da visita culturale insieme a pittura, scultura e architettura…

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©Marco Borrelli

Le ragioni per tornare all’opera

La prima è la più ovvia: la musica. Poche cose sanno emozionare come una voce che riempie la sala senza microfono. Poi ci sono le storie. Diciamolo: molte opere non finiscono bene. Ma non è forse questa la loro forza? Le passioni impossibili, i tradimenti, gli addii struggenti: quello che oggi chiameremmo “drama” esisteva già molto prima delle serie Netflix. All’opera trovi tutto: chi mente, chi muore, chi fugge, chi uccide, chi vince, chi perde. E, spesso, chi ride. C’è tragedia e commedia, e il bello è che non serve cambiare canale.

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©Marco Borrelli

I prossimi spettacoli di Mascarade Opera

La stagione di Mascarade Opera prosegue con appuntamenti di grande rilievo. Sabato 29 novembre, nella chiesa di Santa Felicita, si terrà il concerto di gala I Capolavori di Musica Sacra dei Medici, con la prima assoluta di un nuovo lavoro del compositore Nico Muhly, presente in sala.

Dal 28 al 30 novembre, I Capolavori Sacri dei Medici animeranno Firenze con un weekend dedicato alla riscoperta dei tesori musicali dell’epoca medicea. Tra i protagonisti il Vox Medicea, l’ensemble inglese Cornett & Sackbut Ensemble e la prima mondiale di un mottetto di Nico Muhly, che sarà presente in sala. Dirige Mark Spyropoulos.

Il ciclo si chiuderà giovedì 11 dicembre, nella chiesa di San Salvatore in Ognissanti, con Voci di Luce, concerto di Natale ispirato alla tradizione inglese delle Nine Lessons and Carols: un rito nato al King’s College di Cambridge che intreccia letture e canti corali, restituendo alla musica la sua dimensione più spirituale e condivisa.