Che s’hanno a dire du’ paroline su’i’ dialetto toscano?

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Quando si pensa a Firenze, oltre alle sue attrazioni turistiche, si pensa anche alla lingua. Un fiorentino si riconosce subito quando parla: vuoi per l’accento, la cadenza, le strutture particolari. C’è poco da fare: se uno “l’è di Firenze, ‘e si sente”.

 

Il 17 gennaio è stata la giornata del dialetto, considerato patrimonio culturale da tutelare, in quanto parte della nostra identità nazionale. Infatti, la maggior parte di essi, esisteva ancora ben prima dell’unità d’Italia e aveva uno status di vera e propria lingua.
L’italiano standard così come lo conosciamo noi è frutto di varie traformazioni ma affonda le sue radici proprio qui a Firenze, nella città di Dante, dove anche il Manzoni ritenne opportuno venire a sciacquare i panni, linguisticamente parlando. Questo perché il toscano (o meglio il fiorentino) è stato la base per costruire la nostra lingua fin dal ‘300 e, tra i tanti dialetti esistenti nel Belpaese, è di certo tra i più comprensibili (eccetto se capitate al bar del circolo durante la partita. Lì la padronanza dialettale è questione di orgoglio personale e guanto di sfida tra gli astanti, insieme al gottino d’ordinanza).
Naturalmente, come tutti i dialetti, anche il toscano ha le sue peculiarità e, da fiorentina dentro, mi sembra doveroso spenderci due parole: una città non la capisci veramente, se nn ne parli la lingua.
Tanto più che io, con le lingue, ci lavoro (e non fate battute: è inflazionata).
Uno degli insondabili misteri è il perché noi “strascichiamo” la c, ma a volte anche la t, la p, in mutevoli gradazioni a seconda della parola e del parlante.
Non lo so più quante volte i miei studenti mi hanno chiesto di ripetere “la Coca Cola con la cannuccia corta corta”‘. Peccato fosse sempre in orario scolastico e, pertanto, abbia accuratamente scandito ogni distinto fonema. Ma, a prescindere da questo, è indubbio che questa tendenza ce l’abbiamo innata. Perché lo facciamo? Le ipotesi storiche sono le più svariate: da una alquanto improbabile origine etrusca a esito di trasformazione da latino a italiano.
Resta il fatto che, il fenomeno c’è ancora e, addirittura, ha un nome proprio. Signore e signori ecco a voi la Gorgia Toscana: cioè la spirantizzazione di alcune consonanti (in particolare c, p, t) quando si trovano tra due vocali. Per esempio un fiorentino dirà senza problemi “casa” (scandendo bene la c) ma dirà “La hasa” solo per la presenza della vocale finale dell’ articolo che, in quanto dettaglio, fa appunto la differenza.
Sostanzialmente quindi sono le vocali che influenzano la pronuncia della consonante che, poveraccia, si trova in mezzo: tra incudine e martello (o tra vocale e vocale) non fa una bella fine, viene aspirata o, come diciamo noi, “strascicata” cioè portata dietro a strascico. Ecco, tutta colpa delle vocali: sono loro che detengono il potere, d’altronde sono sempre loro ad avere il compito di dare il suono alla parola, senza di esse infatti in italiano non è possibile pronunciare niente.
Ma la cosa cambia se, per caso, le consonanti sono raddoppiate (es: sacco): queste si aggregano e producono un suono consonantico bello chiaro e la spirantizzazione non avviene. Le vocali sono per così dire “neutralizzate” dal nesso consonantico: l’unione fa la forza, zero a zero, palla al centro e siamo pari.
Ovviamente questa caratteristica, insieme ad altre, ripetute più e più volte in una frase consente quella cadenza tipica che ci fa riconoscere come fiorentini o toscani in tutta Italia e non solo: un marchio che è anche un vanto. “So’ di Firenze e si sente, che t’ha capiho o no?”. 
Dialetto e città, in effetti, sono come “i’ pan con l’olio”: buoni da soli, ma che vuoi mettere insieme… è tutta un’altra cosa.


Ecco, se volete davvero conoscere meglio Firenze e i suoi abitanti, una cosa è certa: bisogna parlarci e “intenderli” (capirli). Da lì in poi vi assicuro sarà tutta in discesa. Perché se uno “gli’è di Firenze ‘e si sente e se ne vanta”, ipse dixit.

di Rita Barbieri

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