Pier Vittorio Tondelli a Firenze, tra fine e rinascita
Pier Vittorio Tondelli è stato uno scrittore, curatore editoriale, saggista e drammaturgo tra i più influenti intellettuali italiani degli anni Ottanta. In quel decennio visse alcuni anni nella nostra città.
Pier Vittorio Tondelli, se fosse vivo oggi, avrebbe compiuto settant’anni. Nato a Correggio (Reggio Emilia), Tondelli visse in diverse parti del mondo e scrisse tanto nonostante il suo tempo limitato – è morto, infatti, a trentasei anni a causa dell’AIDS. Tra i tanti posti a cui fu legato, c’è stata anche Firenze.
La città toscana compare in uno dei pezzi, secondo me, più significativi del suo ultimo romanzo, Camere separate del 1989. È infatti al Caffè Gilli, in piazza della Repubblica, che il suo alter ego Leo compie un gesto minuscolo ma decisivo: accetta di vedere qualcuno dopo la morte del suo compagno Thomas, decidendo quindi di riaprire, anche solo per un istante, la porta alla vita.
“Si sono trovati da Gilli, alle nove, per un bicchiere di spumante… Leo è impacciato, ma Rodolfo fa le presentazioni con il suo tatto consueto”.
Così comincia l’incontro con Eugenio, è un momento fragile, quasi sospeso, in cui la quotidianità diventa scena di un rito di passaggio. Leo, che per tutto il romanzo si muove dentro il lutto, sceglie, alla fine, di provare a non restare fermo. Non è ancora pronto ad amare, né a desiderare, ma comincia a riconoscere la possibilità di legarsi agli altri, di esistere di nuovo in relazione.
“Mi sento come una persona che non ha niente da dimostrare a nessuno… Ora, se permetti, aspetto che siano gli altri a sedurre me”.
Questa frase segna un punto di svolta. È la dichiarazione di una nuova etica del vivere: Leo non vuole più fingere, non vuole più costruire maschere, non cerca più di piacere. Accetta la propria vulnerabilità, la propria stanchezza, ma anche la possibilità di una rinascita lenta, discreta. Il Gilli diventa nella geografia del romanzo un luogo simbolico di ritorno al mondo, la soglia tra la memoria e il presente, tra la perdita e la ricostruzione. In questo gesto piccolo, quotidiano, c’è anche molto di Tondelli stesso. Come Leo, anche lui trovava nei luoghi e negli incontri la misura del suo equilibrio.
La Firenze degli anni Ottanta, dove vive dal 1984 al 1989, è il suo laboratorio affettivo e intellettuale, una città che gli permette di osservare, scrivere, reinventarsi. È qui che elabora la parte più matura della sua produzione, quella in cui la giovinezza non è più soltanto ribellione ma anche riflessione, memoria, elegia.
In Un weekend postmoderno, in un testo del 1986, Firenze diventa non solo un paesaggio ma un personaggio. Tondelli la percorre e la racconta come un organismo complesso, fatto di luce e di notte, di mondanità e silenzio.
“La scena giovanile fiorentina era esuberante. Mostre, party, feste, disco, rassegne cinematografiche, avanguardie teatrali, sfilate di moda; in una parola, il trend fiorentino anni Ottanta esplodeva. Mi sembrava di trovarmi nel posto giusto al momento giusto”.
Pier Vittorio Tondelli

Nel passo, decisamente attuale, in cui descrive la “discesa dal Forte Belvedere a Porta Romana”, riconosce nella città due anime: quella turistica, chiusa “nella teca di cristallo del ricordo”, e quella segreta, viva, notturna, dove la bellezza si mescola al senso della fine.
“Firenze allora si sarebbe dispiegata come l’immagine dell’Occidente stesso, un Occidente avviato inesorabilmente verso la morte… e nella notte, le facciate illuminate di Santa Maria Novella, San Miniato, il campanile di Palazzo della Signoria, la grande cupola di Brunelleschi… Altro non mi sarebbero apparse che pietre tombali, monumenti ai quali si accendono le torce e le luci votive”.
È un passaggio potentissimo, che racconta la doppia anima di Tondelli e della sua Firenze. Da un lato l’estasi estetica, dall’altro la consapevolezza della fine. Firenze, in quella notte lucida, diventa per lui il simbolo dell’Occidente che declina, un cimitero di bellezza in cui le opere d’arte sono reliquie di un passato che non sa più rigenerarsi. Ma anche in questa visione apocalittica, la città non è mai morta del tutto: continua a vibrare, a chiamarlo, come scrive nella parte conclusiva del brano, “una città da cui non riesco a tenermi lontano, che mi richiama con forza alla sua vita, alle sue notti, alle sue discese”.
Negli anni in cui Tondelli vive a Firenze, la città è una capitale europea della cultura giovanile. Il Tenax, i teatri dei Magazzini Criminali, il Tabasco, i locali dell’Oltrarno, le gallerie, i bar diventano punti di incontro per artisti, musicisti, scrittori, performer. È una Firenze in trasformazione, dove il Rinascimento convive con la new wave, dove la bellezza antica incontra il linguaggio della notte, della musica, della sperimentazione.
Tondelli osserva tutto: le vetrine di via Tornabuoni, i ragazzi delle periferie, i militari in libera uscita, i turisti, gli intellettuali, i corpi liberi e inquieti della scena queer. Ai tavolini dei caffè come il Gilli, il Paszkowski, le Giubbe Rosse annota gesti, voci, attese. La piazza della Repubblica, come scrive in Un weekend postmoderno, è un teatro che cambia attori a ogni ora del giorno: la mattina le signore eleganti, il pomeriggio gli studenti, la sera i nottambuli, la notte i sopravvissuti.
“Di ora in ora” – scrive – “la piazza cambia scenario umano, cambia colore, cambia storia, fino al grande mescolamento della notte”.
È in questa mescolanza che Tondelli riconosce la vera modernità di Firenze: una città capace di mescolare sacro e profano, storia e presente, desiderio e malinconia. Una città che non si lascia mai definire del tutto, che è insieme memoria e laboratorio. È la città dove si confronta con la perdita reale e simbolica e dove comprende che l’unica risposta possibile è la scrittura, intesa come forma di cura. Come Leo, anche lui cerca una “famiglia senza donne né figli”, fatta di amici, di legami elettivi, di comunità. È in questa Firenze affettiva e silenziosa che trova il modo di riscrivere il dolore, di renderlo linguaggio.

Quando, in Camere separate, Leo sceglie di incontrare Eugenio, non è ancora pronto ad amare, ma è pronto a ricominciare a vivere. La città gli offre il suo spazio di mediazione, la bellezza come condizione del possibile. Il Caffè Gilli che Tondelli conosceva bene, e dove spesso scriveva, diventa così un simbolo di rinascita: un luogo dove la vita, anche solo per un’ora, torna a scorrere. Nel 2025, a settant’anni dalla nascita di Tondelli, tornare a quella scena è come ritrovare il cuore del suo mondo. Firenze, per lui, è il corpo della rinascita, il luogo dove la solitudine si fa presenza e dove il dolore si trasforma in racconto.
Seduti oggi al Gilli, guardando la luce che si riflette sulle vetrine, possiamo immaginare Leo, e con lui Tondelli, in quell’attimo preciso in cui, dopo tanta riluttanza, si concede di nuovo al mondo. Un bicchiere di spumante, un dialogo esitante e la vita che ricomincia, sommessamente, da un tavolino di piazza della Repubblica.
Cover: Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli