Post Print Media, l’Incisione come Dispositivo Post-Mediale alla Fondazione Il Bisonte
Post Print Media, in mostra alla Fondazione Il Bisonte di Firenze fino al 30 aprile 2026, Curata da Silvia Bellotti, segna il punto d’incontro tra l’eredità dell’incisione e la ricerca artistica attuale.
Post Print Media, in scena alla Fondazione Il Bisonte di Firenze fino al 30 aprile 2026, segna il punto d’incontro tra l’eredità dell’incisione e la ricerca artistica attuale. Curata da Silvia Bellotti, la mostra espone l’esito della terza edizione delle residenze d’artista, dove la grafica evade dal perimetro della riproducibilità tecnica.
La stampa si evolve in un dispositivo critico, un mezzo di trasformazione che agisce simultaneamente sul piano dell’immagine, del linguaggio e dell’impatto sociale. In questo contesto, l’eredità del segno non viene semplicemente replicata, ma funge da attrattore per le ricerche di Lori Lako, Leonardo Meoni, Bianca Migliorini e Chiara Ventura, i quali hanno spinto la poetica dell’incisione verso territori liminali, distanti dalla tradizionale bidimensionalità del foglio.
In un’epoca segnata dall’immaterialità del digitale, questa collettiva definisce la stampa come un linguaggio post-mediale, capace di agire sulla materia fisica, sul corpo sociale e sulla memoria storica. Il primo confine a cadere è quello tra matrice e superficie: le opere non si limitano ad abitare il supporto, ma cercano una fisicità plastica che sfida la percezione visiva e tattile.

Lo vediamo chiaramente nel lavoro di Leonardo Meoni, dove il superamento dei limiti tecnici avviene attraverso un’operazione in cui la superficie, incisa a tecnica diretta di punta secca insieme ai detenuti del carcere di Sollicciano, sostituisce la classica lastra di rame o zinco. In questo scambio, la pratica dell’artista e quella dei detenuti si fondono in un gesto unico, dove l’autorialità tradizionale viene messa in discussione a favore di un processo corale. Il lavoro reca in sé le tracce di un agire collettivo così stratificato da rendere impossibile rintracciare un autorialità definitiva.
Lo spettatore, privato di un unico centro focale, perde le proprie coordinate interpretative davanti a un’opera che non appartiene più al singolo, ma alla pluralità. Le figure emergono come rilievi fragili, quasi scultorei, dove lo scarto tra l’incisione e la carta marca l’assenza e il vissuto delle persone emarginate. L’opera diventa così una testimonianza vibrante di una socialità rimossa, rendendo visibile la tensione tra la reclusione del corpo e la libertà del segno.

Allo stesso modo, lo sconfinamento si fa politico e temporale nella ricerca di Lori Lako. Attraverso il passaggio dal blu cianotipico al seppia, l’opera integra estetica digitale e stampa anastatica per decodificare e destrutturare i motivi iconografici della propaganda bellica del XX secolo. Nel progetto “Pixel to Dust”, il peso simbolico di bandiere e repertori propagandistici si frammenta, sublimando in forme eteree e polverizzate. Per Lako, la stampa smette di essere riproduzione per farsi strumento critico, mettendo a nudo la manipolabilità delle identità collettive. Attraverso una pratica che combina gesti relazionali con la dissoluzione dei codici verbali, l’artista mette in discussione il potere del linguaggio visivo: le formule normative vengono smantellate e riassemblate, dando luogo a cambiamenti semantici che ci incoraggiano a riconsiderare parola e segno come uno spazio fluido di negoziazione in cui i significati si trasformano in nuove chimere della memoria.
La tensione tra archivio e presente è visibile anche in Bianca Migliorini, che sceglie di trascendere il dogma della perfezione tecnica adottando un’estetica del margine e dell’obsolescenza. La sua pratica rivendica l’errore e la bassa risoluzione come strumenti di indagine contro la nitidezza asettica dello schermo. Utilizzando supporti poveri come la carta blueback e mezzi analogici, l’artista stabilisce un rapporto trasversale e privo di gerarchie con il visibile.

La fotocopia viene nobilitata a traccia poetica, carica di una nostalgia Low-Fi che esplora il potenziale espressivo degli spazi marginali. La ricerca di Migliorini si concentra sulla cattura di istanti apparentemente fortuiti, come lo sguardo di un cane colto imperfettamente, trasformando l’immagine tecnica in un reperto di realtà non mediata, dove la sgranatura diventa il segno tangibile di una presenza autentica recuperata dal rumore visivo contemporaneo.
Infine, il confine del linguaggio viene scardinato dalla pratica di Chiara Ventura. Per lei la stampa è un campo di battaglia semantico e un’estensione del corpo sociale, un luogo dove analizzare i rapporti marcati da tensioni patriarcali e punti di rottura relazionali. Ventura integra elementi biografici e performativi, esponendo il proprio corpo come punto di partenza vulnerabile. Attraverso l’installazione e l’azione, l’artista si posiziona in spazi liminali dove si rende indifesa di fronte a potenziali attacchi, esaminando le risposte e le dinamiche di potere che ne derivano. L’incisione non è una tecnica accessoria, ma diventa l’estensione fisica della sua azione politica, un modo per imprimere sulla materia la traccia dei conflitti che definiscono l’identità contemporanea.

Oltre il perimetro fisico delle opere, il valore di Post Print Media risiede nella sua capacità di agire come un catalizzatore di reti istituzionali. Il progetto, realizzato grazie al contributo della Regione Toscana e Giovanisì (Toscanaincontemporanea2025), si configura come un investimento sul capitale umano che coinvolge partner d’eccellenza come l’Accademia di Belle Arti di Firenze e il Museo Novecento.
Un aspetto di questo superamento dei confini è la destinazione finale delle opere: parte della produzione confluirà infatti in collezioni di rilievo come l’Archivio del Centro Pecci di Prato e l’Istituto Centrale per la Grafica a Roma. È la dimostrazione che questa ricerca artistica merita di entrare stabilmente nel patrimonio storico collettivo.