Sócrates: il Dottore, la rivoluzione e i colpi di tacco

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«Perché un medico che ama la vita, la birra e la samba non potrebbe essere un grande calciatore?» Gianni Minà

Tra i grandi personaggi storici, artisti, intellettuali, idealisti, trascinatori, rivoluzionari, che hanno vissuto e operato a Firenze, nel corso dei secoli, ce n’è uno speciale, poco raccontato, poco esaltato, forse incompreso e inespresso. Si tratta di un calciatore, ma non di un semplice giocatore. Il calcio, si sa, volenti e nolenti, è una passione estrema dei fiorentini, croce e delizia di una città aggrappata a sogni di gloria, abituata a mire di grandezza, uno sport chiacchierato e biasimato, che fa parte, di diritto, di un patrimonio culturale autentico.

In un meriggiare assorto dell’estate 1984, i dirigenti della Fiorentina annunciano l’acquisto di un certo Sócrates, un centrocampista particolare che arriva dal Brasile: un campione, un genio folle, ma anche un filosofo e un dottore. Belém, stato di San Paolo, Brasile, 19 febbraio 1954, in un ospedale popolare viene alla luce Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, al grande pubblico sarà noto come Magrão e soprattutto come Doutor. Il padre del Dottore è un uomo della favela ma illuminato, vince un concorso pubblico ed è in grado di garantire educazione e benessere alla sua famiglia. Legge molto, legge i classici, per questo pensa di chiamare uno dei suoi figli Sócrates, anche se non seppe mai quanto ci azzeccò. 

Un ricordo nitido per il Dottore sarà quello della notte in cui suo padre bruciò decine di libri proibiti, banditi dalla dittatura che segnò gli anni ’80 di un grande paese, un regime che rinchiuse nelle carceri intellettuali, studenti, musicisti, operai e oppositori. Sócrates cova ideali rivoluzionari fin da piccolo, inizia a giocare a pallone per divertirsi, come milioni di ragazzini nel Brasile, che soffre e resiste. Gioca, ma nel frattempo studia. 

Coltiva la sua vera passione, quella della medicina. È molto alto, magro, ma anche dotato di un talento naturale: capisce come si sviluppa il gioco prima di tutti gli altri, per questo lo chiama il Botafogo, club storico del calcio brasiliano. Ha 19 anni e si presenta con il padre al colloquio con una grande società che vuole fortemente ingaggiarlo. Si renderà disponibile soltanto la domenica, perché gli altri giorni deve dedicarsi ai suoi studi, così disse: «Il Brasile, in questo momento, ha più bisogno di medici che di calciatori».

Ma il Dottore è troppo intelligente. Un certo Edson Arantes do Nascimiento, meglio conosciuto come Pelé, dirà di lui: «È il giocatore più intelligente della storia del calcio». Sócrates capisce che calcio e politica s’intrecciano in un connubio intelligibile, se si vuole cambiare le cose, bisogna farlo in modo eclatante. In Brasile, dove semplici assembramenti di più di 5 persone erano vietati, gli unici elementi per agire sul sociale erano il calcio e il carnevale. Il Dottore utilizzerà benissimo entrambi. Così decide di giocare. Decide di cambiare le cose.

Arriva al Corinthians, club storico del campionato paulista, la squadra del volgo, del popolo. Guida il club al trionfo, attraverso un percorso che riempirà le pagine dei libri di storia. Sarà il leader della celebre “Democracia Corinthiana”, esperimento senza precedenti che prevedeva la partecipazione di tutti i membri del club alle decisioni societarie, dal calciomercato agli orari degli allenamenti, e tutto questo nel bel mezzo di una dittatura. Votano tutti, il capitano, l’allenatore, la giovane promessa, il dirigente e il magazziniere, in una democrazia reale che ricorda gli esperimenti socialisti di un consiglio di fabbrica. Il paese si sconvolge e si stravolge, la Democracia Corinthiana sarà una delle leve che farà catapultare la dittatura nel dimenticatoio, ripristinando la Repubblica e la giustizia.

Sócrates capisce che il gioco del calcio è un veicolo di comunicazione perciò si fa portavoce del cambiamento sociale e diventa un punto di riferimento che travalica lo sport. È il capitano del grande Brasile del 1982, la squadra di Zico, Cerezo e Falcão. Vince in patria e non può essere ostacolato: non si può arrestare il capitano della Nazionale, ma è un personaggio scomodo e si trova costretto a emigrare. Per il suo esilio personale Sócrates sceglie Firenze, per lui arrivano offerte da tutta Europa, soprattutto dall’Italia, dalla serie A, all’epoca il campionato più competitivo e importante. Sceglie Firenze per la bellezza, per l’arte. 

Sócrates
© Augusto Titoni

Si presenta con un italiano pressoché perfetto, dichiarerà di averlo imparato dopo aver letto Quaderni del carcere di Antonio Gramsci: un biglietto da visita che parla forte e chiaro. Arriva accompagnato da grandi clamori, in una Viola con mire espansionistiche. È la Fiorentina degli Antognoni e degli Oriali, dei Gentile e dei Passarella, una squadra piena di talenti, un pollaio, forse, troppo colmo di galli. 

La prima cosa che vede sono le Alpi, non aveva mai visto le montagne in vita sua, un paesaggio che incornicia il tipico ritiro di una squadra italiana, fatto di sudore e fatica, di corse senza pallone e salite. Le salite, ripide e scoscese. Sócrates non le sopporta e non le capisce. In un momento di sconforto chiederà a Giancarlo Antognoni: «Scusa Capitano! Ma voi in Italia giocate in salita?». Soffre il freddo e i campi pesanti, il tacco di Dio, com’era conosciuto in Brasile, grazie alla sua prodezza preferita, non s’impasta con l’ambiente, non si adegua e sentenzia: «Il cavallo che corre sull’erba non corre sulla sabbia».

I compagni dicono che conta i giorni che mancano per ritornare a casa, li segna su un calendario, parla poco, ma conquista e ammalia tutti nello spogliatoio, ha un carisma speciale ed esercita la sua professione di medico. Giovanni Galli racconta: «Un giorno mia moglie Anna stava male, aveva un po’ di febbre, lo dissi a Sócrates che mi rispose che la sera sarebbe venuto a visitarla, prima di cena. Alle dieci e mezzo ancora il dottore non era arrivato, allora decidemmo di andare a letto. A mezzanotte e mezzo suonano al campanello. Era lui. “Sono venuto a visitare Anna, poi devo andare a cena.” Questo era Sócrates…». 

Esagerava con la birra e con le sigarette, soprattutto a Carnevale. Il Carnevale era la sua seconda passione dopo il Brasile, il palcoscenico della libertà. Per lui aveva un significato molto speciale, anche se i suoi compagni di squadra non lo potevano capire. Gli chiedevano perché esagerasse così tanto durante quel periodo di festa. Lui rispondeva semplicemente: «Che male c’è? Tanto finisce tutto il Mercoledì delle Ceneri». Fu un professionista, non mancò d’impegno e di sostanza, ma venne meno la sua classe, la sua libertà di espressione, il suo tacco. La “saudade” lo tradì e lo obbligò a fare ritorno in patria. 

«Un calciatore in Italia è come un idolo del rock, intoccabile. Non ha contatti con i suoi tifosi, e la gente subisce un pesante condizionamento dai mezzi di comunicazione.» Questa la sintesi perfetta del calciatore più intelligente della storia: sognare, lottare, saper sbagliare. Anche il Dottore però ha sbagliato. Ha esagerato, con le sigarette e con l’alcol, come prima e più di prima e se n’è andato presto. Se n’è andato a modo suo. Con una delle sue profezie.

Quando, anni prima della sua morte, gli fu chiesto che cosa ne pensasse della fine della vita, Sócrates rispose che sognava di andarsene di domenica, col Corinthians campione. Fu così che domenica 4 dicembre 2011, mentre il Corinthians conquistava la vittoria nel Brasilerão, il Dottore esalò l’ultimo respiro, mentre in campo tutti i calciatori, prima di festeggiare, alzarono il pugno destro in segno di rispetto, per onorare colui che li aveva ispirati, salvati e liberati. Per celebrare Sócrates Brasileiro Sampaio De Souza Viera, il Magrão, il Doutor, il leader della Democracia Corinthiana che fece il Brasile.

Illustrazione di Augusto Titoni profilo Ig qui

Questo articolo è uscito su FUL 43, se vuoi acquistarne una copia segui il link qui

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