Tempo di quarantena: dare un senso al contagio

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Le domande che ci facciamo, le risposte di filosofi, scrittori e intellettuali. Cinque testi importanti da leggere e su cui riflettere in questo periodo.

Da un giorno all’altro siamo passati da una consolidata routine, spesso fatta di ansia e troppi impegni, ad avere ore e ore per fare tutto quello che vogliamo. Eppure questo non ci ha dato la felicità perché ci ha messo davanti alla responsabilità di decidere delle nostre vite. Ci ha portato a farci a domande che fino a poco tempo prima non avevamo bisogno di porci.

In qualche modo la pandemia ha cambiato il dialogo che normalmente abbiamo con noi stessi. Non pensiamo più alla prossima riunione di lavoro, a organizzare vacanze e uscite con gli amici, l’orizzonte futuro si è improvvisamente azzerato.

Viviamo in un costante presente in cui risuonano preoccupazioni di ogni tipo: pratiche (quando finirà questa quarantena? posso uscire per andare alla posta a pagare una bolletta? Disdico l’affitto e torno a vivere dai miei?) e filosofiche (cosa dà senso alla mia vita e alle mie giornate? che cosa mi piace fare davvero? ce la farò a non impazzire da sola in casa per tutto questo tempo?).

Come mai prima ci ritroviamo in balìa dell’emotività e dell’angoscia. L’angoscia per un futuro che ha perso prevedibilità, che è impossibile da programmare. L’emotività che registra l’oscillazione tra emozioni di segno contrapposto: la convinzione che tutto si sistemerà e che questo tempo può essere una opportunità da sfruttare, e la tristezza, la depressione di scoprire che tutto quello che hai costruito potrebbe andare perso. Che forse bisognerà ricominciare da capo. Che da soli è tutto più difficile. Che siamo vulnerabili.

E se da una parte gli ordini di cannabis e alcolici a domicilio sono aumentati, segno che queste domande e questi pensieri qualcuno preferisce allontanarli, molti altri continuano a farci i conti. A volte trovando risposte soddisfacenti, a volte no. 

Arrovellarsi troppo in pensieri cupi non fa certo bene, ma se in questo tempo da inventare, tentativo dopo tentativo (lo yoga alla mattina, il giornale alla sera: o viceversa? imparo una lingua straniera o a fare il pane?) riuscissimo davvero a trovare una qualche risposta, sono sicura che quando il futuro tornerà a scorrere, riusciremo a muoverci con più sicurezza e tranquillità. 

Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di guide, personaggi carismatici a cui ispirarci, e ci troviamo a fare i conti con politici interessati solo alla ripresa economica e psicologici, virologici diventati ormai animali da palcoscenico che fanno il giro dei talk show. Eppure questo è il momento di credere nel potere della conoscenza e della cultura e di affidarci a coloro che gli hanno dedicato la loro vita. È per questa ragione che nelle ultime settimane ho cercato di intercettare su stampa, riviste e libri il pensiero di professionisti – filosofi, psicologi, scrittori – che possano darci un apporto essenziale a capire cosa sta succedendo e come possiamo reagire.

Photo by Anastasiia Chepinska on Unsplash

Paolo Giordano, Nel contagio

Lo scrittore premio Strega 2008 per La solitudine dei numeri primi, ha in realtà una formazione scientifica. Giordano ha un dottorato in Fisica e in questo piccolo libro coniuga scienza e letteratura per registrare quanto sta succedendo in questi giorni. Nei giorni del contagio, con il timore che una volta che sarà tutto finito, semplicemente volteremo pagina. 

«Non voglio perdere ciò che l’epidemia ci sta svelando di noi stessi. Superata la paura, ogni consapevolezza volatile svanirà in un istante – succede sempre così con le malattie» scrive Giordano.

«Abbassare R0 è il senso matematico delle nostre rinunce.» 

Il suo libro ci dà le basi scientifiche di che cosa è un’epidemia, come si sviluppa e come si può fermare. «L’umanità intera si divide per il virus in tre gruppi soltanto: i Suscettibili, cioè tutti quelli che potrebbe ancora contagiare; gli Infetti, cioè quelli che ha già contagiato; e i Rimossi, cioè quelli che non può più contagiare.» Questa divisione è comunemente chiamata modello SIR, mentre R0 (erre con zero), è il numero di persone che un contagiato può infettare. Una sigla già tristemente famosa attraverso i media. Ma questo valore in assoluto non significa niente, dipende se il virus ha le condizioni giuste per raggiungere i Suscettibili. E nel nostro mondo globale, dove aerei e mezzi di trasporto sono una vera e propria scorciatoia per le pandemie, le condizioni ci sono tutte. Per far sì che la pandemia si arresti l’indice R deve essere al di sotto di 1, «in quel caso la diffusione si arresta da sé», se invece è maggiore di uno, anche di poco, sta iniziando un’epidemia. 

Quindi il distanziamento sociale e la prudenza sono l’unica soluzione, al momento. «La decisione migliore non è quella presa in base al mio tornaconto esclusivo. La decisione migliore è quella che considera il mio tornaconto e contemporaneamente quello di tutti gli altri.»

«Un’infezione della nostra rete di relazioni.»

Infatti, la novità di questo contagio è che si pone come «un’infezione della nostra rete di relazioni.» E a nessuno di noi piace sentirsi tagliato fuori dal mondo, anche se solo per un periodo. Ma proprio in questa situazione di isolamento, scopriamo che: «Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio torniamo a essere una comunità.» E la comunità non è solo la famiglia, la città, la nazione è la totalità degli esseri umani. Perché non siamo tutti Suscettibili allo stesso modo, ci sono persone Ultrasuscettibili per condizioni mediche pregresse, per cause sociali ed economiche. Ecco che la nostra responsabilità non è più solo individuale ma diventa allargata, perché impatta anche su migliaia di altre persone.

«Se gli esseri umani che interagiscono fra loro fossero collegati con dei tratti di penna, il mondo sarebbe un unico gigantesco scarabocchio.»

«Il contagio è un sintomo. L’infezione è nell’ecologia.»

Deforestazione, allevamenti intensivi, incendi, estinzione di specie animali: l’aggressività dell’uomo nei confronti dell’ambiente ci mette in contatto con agenti patogeni che vivono tranquilli nelle loro nicchie naturali. Continuiamo a spingerci in luoghi inesplorati e selvaggi, distruggendo ecosistemi che neanche davvero conosciamo, costringendo i batteri a lasciare i loro organismi ospiti.

«I virus sono fra i tanti profughi della distruzione ambientale.»

Giordano ci invita a usare il tempo della quarantena per riflettere su questi fatti: «Siamo la specie più invadente di un fragile e superbo ecosistema.»

«Insegnaci a contare i nostri giorni»

Fino a poche settimane fa eravamo abituati a «imporre il nostro tempo alla natura, non viceversa.» A vivere con appuntamenti e scadenze prefissate, ad avere sempre una data di inizio e una data di scadenza. Ora, invece, si è instaurato una sorta di «pensiero magico» tramite il quale speriamo di poter tornare presto alla normalità. Ma per quanto ci sforziamo, non abbiamo nessun controllo sul futuro, e accanirsi in tali pensieri può portare a stati di angoscia. E allora cosa fare?

Giordano cita il Salmo 90:

Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio

Invece di contare le vittime, i ricoveri, e i giorni di isolamento dovremmo contare i nostri giorni per dargli un valore, anche se sono giornate difficili e non sempre serene.

«Possiamo dirci che la Covid-19 è un incidente isolato, una disgrazia o un flagello, gridare che la colpa è tutta loro. Siamo liberi di farlo. Oppure, possiamo sforzarci di attribuire un senso al contagio. Fare un uso migliore di questo tempo, impiegarlo per pensare ciò che la normalità c’impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremo riprendere. Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.»

Paolo Giordano, Nel contagio (Einaudi 2020), €6,99 in formato ebook, €10,00 in formato cartaceo. Il ricavato delle vendite finanzierà due borse di studio presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste: una riservata a dottori di ricerca in campo epidemiologico, l’altra a data journalist per un’indagine sull’epidemia di Covid-19.

Photo by engin akyurt on Unsplash

Roger-Pol Droit, Coronavirus, una esperienza filosofica

Roger-Pol è un filosofo francese che studia la filosofia del quotidiano e in questo video pubblicato dalla casa editrice indipendente spagnola Blackie Books, affronta i temi della libertà e del caso, quanto mai attuali in questo periodo di pandemia.

Droit attacca definendo l’epidemia in corso come uno «tsunami mentale», qualcosa che non minaccia solo la nostra economia e la nostra vita ma che si costituisce come una vera e propria esperienza filosofica. Certo non particolarmente rumorosa o visibile, ma sicuramente duratura e profonda. 

Qualcosa nelle nostre vite si è incrinato e ci porta a mettere in discussione le nostre certezze, a osservare le nostre mappe mentali abituali e, a volte, a cambiarle. Una esperienza filosofica allo stesso tempo planetaria e individuale, ma non si tratta di Covid-19 bensì del “caso”. Abbiamo cercato di controllare il caso, perfino quasi di ucciderlo e ora stiamo sperimentando a pieno, come non mai, l’enigma dell’aleatorietà. Dobbiamo fare i conti con l’imprevedibile, l’incontrollabile, l’incerto. 

«Visto da un altro angolo questo shock potrebbe essere chiamato “libertà”. Perché nel confronto con l’imprevisto, l’incertezza, l’ignoranza e il dubbio, questo virus ci pone di fronte a noi stessi, di fronte alle nostre decisioni, alle nostre azioni responsabili, di fronte alla nostra libertà, anche se può sembrarci paradossale».

È vero che dobbiamo sottostare a regole imposte, come restare a casa, ma è una nostra scelta se prendere precauzioni o no, se rispondere in maniera razionale o irrazionale. «Ecco il paradosso: l’aumento della pressione sociale intensifica la libertà, anche se sembra ridurla.»

Roger-Pol Droit, «Coronavirus, una esperienza filosofica» (Blackie Books). Link: https://www.youtube.com/watch?v=qmMmImN1OSg (video in francese con sottotitoli in spagnolo).

Photo by Max Kukurudziak on Unsplash
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Yuval Noah Harari, The world after coronavirus

Arriviamo ora a Yuval Noah Harari, il famoso storico e saggista di origini israeliane, noto in tutto il mondo per i suoi bestseller Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità (Bompiani 2014), Homo Deus. Breve storia del futuro (Bompiani 2017) e 21 lezioni per il XXI secolo (Bompiani 2018). Harari ha affidato al Financial Times le sue riflessioni sulle scelte che i nostri governanti si troveranno presto ad affrontare. 

Questo è il momento di essere lungimiranti e pensare al mondo che ci aspetta dopo il virus. Usciremo da una crisi non solo economica e sanitaria, ma anche politica e culturale e le decisioni che i nostri politici stanno prendendo avranno conseguenze a lungo termine sul nuovo assetto della nostra società. 

Le crisi hanno il potere di accelerare certi processi, basti pensare allo smart working e all’e-learning diventati realtà da un giorno all’altro, quando a cose normali ci sarebbero voluti anni per sperimentarli e diffonderli sul territorio.

Le due scelte importanti che ci troviamo davanti, secondo Harari, sono quella tra la sorveglianza totalitaria e la responsabilizzazione della cittadinanza da una parte, e tra isolamento nazionale e solidarietà globale.

Sorveglianza vs fiducia.

Dobbiamo accettare di essere sorvegliati 24 ore su 24 grazie a telecamere a riconoscimento facciale e app che controllano i nostri spostamenti e parametri vitali in nome della salute e della sicurezza? Che ne sarà del nostro diritto alla privacy? Come impedire agli stati di abusare di questa situazione? 

L’accesso ai nostri dati biometrici darebbe a governi e aziende una conoscenza totale sui nostri gusti, su quello che ci emoziona, dati che potrebbero essere facilmente sfruttati a fini di controllo politico ed economico. Il problema è che nessuno può avere la certezza che una volta finita l’emergenza i governi non continueranno a utilizzare questi dati. Inoltre la scelta tra privacy e salute, è una falsa scelta. Non dovremmo essere messi nella condizione di dover scegliere tra i due.

Un controllo centralizzato e la minaccia di severe punizioni non è l’unico modo in cui uno stato può convincere i cittadini a fare quello che è necessario.

«Quando le persone sono messe al corrente dei dati scientifici e quando le persone di fidano delle autorità pubbliche che gli forniscono questi dati, i cittadini possono fare la cosa giusta anche senza un Grande Fratello che li controlla. Una popolazione auto-motivata e ben informata è molto più potente ed efficace di una popolazione commissariata e ignorante.»

Purtroppo per arrivare a questo livello di cooperazione serve fiducia: nella politica, nella scienza e nei media. Una fiducia che in questi ultimi anni è stata scalfita da politici irresponsabili. Di solito serve tempo per ricostruire un rapporto simile, ma questi non sono tempi normali: «In un momento di crisi, anche le opinioni cambiano velocemente.»

La stessa tecnologia che può controllare una persona h 24, potrebbe fornire utili dati per il miglioramento della sua condizione e anche statistiche. La stessa tecnologia che può essere usata dai governi per controllare i cittadini, può essere usata dai cittadini per controllare l’operato dei governi.

Un piano globale

Sia l’epidemia che la crisi economica sono problemi globali che si possono risolvere solo con una cooperazione globale. Abbiamo bisogno innanzitutto di condividere le informazioni, di produrre e coordinare la distribuzione di dispositivi sanitari, ma anche quella del personale medico. I paesi meno colpiti dovrebbero inviare medici nei paesi che più ne hanno bisogno. E serve coordinamento sul piano economico (se ogni nazione cerca di risolvere il proprio problema, finiremo solo nel caos) e un accordo globale su come viaggiare (permettendo a figure chiave, come medici, scienziati, giornalisti e uomini di affare di continuare a fare il loro lavoro).

Per adesso niente di tutto ciò è stato fatto, siamo in uno stato di paralisi internazionale. Nelle precedenti crisi globali (la pandemia di ebola nel 2014 e la crisi economica del 2018), gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di leader globale, ma adesso la situazione è molto diversa. Ora che Trump pensa solo a salvare l’America: chi potrà riempire il vuoto lasciato dagli USA?

Se la disunità prevarrà sulla cooperazione, la crisi sarà molto più difficile da risolvere e potrebbe portare a nuove catastrofi in futuro.

Yuval Noah Harari, The world after coronavirus. (Financial Times, 20 marzo 2020.) Link: https://www.ft.com/content/19d90308-6858-11ea-a3c9-1fe6fedcca75

Photo by elCarito on Unsplash

Slavoj Žižek, Virus

Il filosofo sloveno famoso per le sue teorie sul comunismo e l’amore per il cinema, ha scritto un instant book uscito per Ponte alle Grazie ancora prima che in Italia iniziasse il lockdown. Il testo è stato poi aggiornato nei giorni successivi alla chiusura.

Non si impara niente dalla storia

Virus inizia con una nota non positiva sul nostro futuro: «Hegel scrisse che dalla storia impariamo solo che impariamo niente dalla storia, quindi dubito che l’epidemia ci renderà più saggi. L’unica cosa chiara è che demolirà i fondamenti della nostra vita, determinando non solo immenso dolore ma anche uno sconquasso economico probabilmente peggiore della Grande Recessione.»

Non basterà curare i malati, trovare un vaccino e riprendere con il vecchio sistema, secondo il filosofo è necessario chiederci che cosa non va nel nostro sistema, tanto da farci cogliere impreparati dalla catastrofe malgrado gli scienziati ci avvertissero da anni.

«Siamo una specie che non conta»

«Il punto non è affatto godere come sadici della sofferenza diffusa, perché favorisce la nostra Causa – al contrario, l’aspetto centrale su cui riflettere è il triste fatto che occorre una catastrofe perché impariamo a ripensare le più elementari caratteristiche della società in cui viviamo.»

Ed è proprio così, se mai qualcosa cambierà, sarà grazie a un virus che proprio noi abbiamo causato. Più ci rendiamo indipendenti dalla natura, più siamo più vulnerabili ai suoi capricci. Perché in realtà «nel più ampio ordine delle cose, siamo una specie che non conta.» Non si tratta di una vendetta orchestrata dalla natura ai nostri danni, è solo il normale ordine delle cose, e molti scienziati ci avevano avvertito.

«Una ricetta perfetta per un disastro.»

«Vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli», queste erano le conclusioni del manifesto situazionista degli studenti di Strasburgo del 1966, che Žižek commenta così: «Se c’è una cosa che ci hanno insegnato Freud e Lacan, è che questa formula è una ricetta perfetta per un disastro: il bisogno di riempire ogni momento finisce per soffocarci nella monotonia. I tempi morti sono fondamentali per rivitalizzare la nostra esistenza.» 

In effetti, se la quotidianità è davvero questa, non abbiamo poi molto da rimpiangere. Il filosofo coreano Byung-Chul Han ha addirittura coniato il termine di «società della stanchezza».

In questa società non esistono più vere classi sociali, perché quando la produzione è immateriale tutti ne possiedono i mezzi. E ogni lavoratore autonomo «è un lavoratore autonomo che si autosfrutta.» Secondo Han gli individui sono ormai “soggetti orientati all’obiettivo” che in realtà pensano a se stessi come «progetti che si modificano e si reinventano continuamente», una forma di compulsione e sottomissione molto più efficiente perché è dettata dall’interno e non dall’esterno. Il successo si ottiene tramite l’ottimizzazione.

Žižek non sposa del tutto l’analisi di Han perché ci sono ancora molti lavoratori sfruttati in catene di montaggio o nel settore dei servizi (badanti, camerieri…). Ma ci ha voluto far riflettere sul fatto esistono modi diversi di essere stanchi. In questo periodo di quarantena in cui medici, infermieri e farmacisti sono esausti e in prima linea, molti altri sono confinati a casa.

Una cosa è certa la “normalità” non sarà più quella di prima «non si potranno dare per scontate tutte quelle abitudini che scandivano la vita di ogni giorno, dovremo imparare a vivere una vita molto più fragile e sotto costante minaccia. Dovremo stravolgere completamente l’atteggiamento verso la vita, verso un’esistenza da condurre come esseri viventi tra altre forme di vita – in altre parole, se con “filosofia” intendiamo l’orientamento fondamentale nella vita, dovremo allora sperimentare una vera rivoluzione filosofica.» 

«Come si suol dire in tempo di crisi siamo tutti socialisti.»

Il cuore di questo breve libro è sicuramente l’analisi delle politiche che i vari stati stanno attuando e l’auspicio che si arrivi a una nuova forma di comunismo. Secondo Žižek nella storia abbiamo visto vari esempi in cui iniziative progressiste sono state prese da governanti di stampo conservatore («chi, se non de Gaulle, avrebbe potuto proclamare l’indipendenza dell’Algeria, chi, se non Nixon, avrebbe potuto riallacciare le relazioni con la Cina») perché se ci avesse provato un presidente progressista, lo avrebbero accusato all’istante di tradire gli interessi della nazione.

Qualcosa di simile è quello che sta succedendo negli Stati Uniti dove Trump ha imposto restrizioni alle imprese private affinché producano beni necessari a combattere l’epidemia. È un meccanismo che si è in qualche modo avviato: «non si tratta di una visione di un futuro luminoso, piuttosto di un “comunismo dei disastri”, un antidoto al capitalismo dei disastri» teorizzato da Naomi Klein.

Slavoj Žižek, Virus, (Ponte alle Grazie, 2020), € 3,99, disponibile in formato ebook.

Collettivo Malgré Tout, Piccolo manifesto in tempi di pandemia

Il Collettivo Malgré Tout che riunisce filosofi, psicoterapeuti, e attivisti francesi e italiani (Francia: Miguel Benasayag, Bastien Cany, Angélique Del Rey, Teodoro Cohen; Italia: Roberta Padovano, Mary Nicotra) propone un manifesto in cinque punti per riflettere sulla pandemia.

1. Il ritorno dei corpi

L’insorgere della pandemia ha fatto capire all’economia che ha bisogno di “schiavi vivi” per funzionare. Ed ecco che tornano a essere importanti i corpi, non quelli deterritorializzati e virtualizzati del neoliberismo, flessibili e pronti ad adattarsi alla struttura macro-economica, ma quelli imperfetti che la natura ci ha dato. «Dopo aver tentato di persuaderci che la sola “realtà” seria di questo mondo era determinata dalle esigenze economiche, i governanti di (quasi) tutto il mondo dimostrano che è possibile agire altrimenti, anche a rischio di mettere in crisi l’economia mondiale.»

Ma l’illusione neoliberista di una società composta da individui serializzati e autonomi, non deve trasformarsi in un altro racconto immaginario, quello del “siamo tutti sulla stessa barca”. Bene essere solidali, ma «sarebbe tuttavia un errore credere che il carattere collettivo della minaccia cancelli come per magia le disparità tra i corpi. La classe sociale, il genere, il predominio economico, la violenza militare o l’oppressione patriarcale sono altrettante realtà che situano i nostri corpi in modo diverso. Non lasciamoci incantare dalla romanticizzazione del confinamento che mira, strombazzando, a farci dimenticare queste differenze.»

2. L’emergenza di un’immagine condivisa

Rifacendosi alla distinzione operata da Leibniz di percezione e appercezione (la percezione opera una sintesi dei dati sensoriali a nostra disposizione, l’appercezione è l’atto riflessivo attraverso cui diventiamo consapevoli della percezione), il Collettivo sostiene che «per la prima volta, tutta l’umanità produce un’immagine della minaccia», che non è solo relativa a come è comparso e si è diffuso il virus, ma anche «alla fragilità dei sistemi ecologici, che è stata finora negata e schiacciata dagli interessi macroeconomici del neoliberismo.»

«La particolarità di questa appercezione comune sta nella cornice del suo emergere. Paradossalmente non è la pericolosità intrinseca della pandemia che la sta causando, ma piuttosto il sistema disciplinare che la accompagna. È questo dispositivo e non la minaccia in sé che ci mette in una nuova situazione.»

Il Collettivo si auspica che la soluzione non sia solo quella di trovare un vaccino ma di mettere in discussione l’ideologia produttivista.

3. Un’esperienza del comune

Nessuno si salva da solo, questo ormai è chiaro. «Da quando siamo confinati, ci siamo resi conto che siamo esseri territorializzati, incapaci di vivere esclusivamente in modo virtuale, mettendo da parte ogni elemento di corporeità.»  L’isolamento dimostra quanto sia importante la società e che non c’è vita individuale senza vita sociale. 

«In questo momento in cui i legami sono ridotti alla pura virtualità comunicativa, ci sembra fondamentale pensare i limiti di questa astrazione. Pensare a ciò che non è sperimentabile tramite Skype o qualsiasi social network. Insomma, pensare a tutto ciò che costituisce in fondo la singolarità propria dei nostri corpi e delle loro esperienze.»

4. Contro il biopotere

È quello che sostiene anche lo storico Yuval Noah Harari, il controllo che certe nazioni stanno esercitando sui propri cittadini in nome della salute, potrebbe diventare la prova generale di un futuro in cui il biopotere sarà una pratica autoritaria duratura.

«La servitù volontaria è al suo apice quando il braccialetto elettronico del prigioniero diventa un telefono acquistato a caro prezzo.»

Non dobbiamo permettere che la storia ufficiale si appropri di una narrazione sbagliata. «Non siamo in guerra. Questa visione virile e di conquista è essa stessa parte del problema.» Non abbiamo affrontato un incidente imprevedibile, non si tratta di imporre la nostra onnipotenza alla natura.

5. Pensare e agire nella situazione presente

Di fronte alla complessità del mondo, siamo tentati di delegare la nostra responsabilità individuale, il nostro potere agli scienziati e ai politici. Ma gli scienziati pur raccogliendo dati empirici creano delle narrazioni, lo stesso fa la politica. Ricordiamoci sempre di valutare con spirito critico tutto quello che ci viene proposto da queste narrazioni.

Nel cuore di questa situazione oscura e minacciosa, non dobbiamo solo sperare che “andrà tutto bene”, ma preparare le condizioni e i legami che ci permettano di resistere all’avanzata del biopotere e del controllo.

«È necessario che questa crisi non si concluda tra gli applausi scroscianti per una guerra vinta. Questo evento storico ci apre la porta all’appercezione comune dei vincoli di fragilità che costituiscono il nostro mondo.»

Piccolo manifesto in tempi di pandemia. Pour le “Collectif Malgré Tout” France: Miguel Benasayag, Bastien Cany, Angélique Del Rey, Teodoro Cohen. Per il “Collettivo Malgrado Tutto” Italia: Roberta Padovano, Mary Nicotra. 1 aprile 2020. Link: http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/04/01/piccolo-manifesto-in-tempi-di-pandemia/

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