Tempo sospeso: intervista a un performer di Marina Abramović

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È in corso a Palazzo Strozzi la prima retrospettiva italiana sull’artista Marina Abramović. Intervista a Francesco Pacelli, uno dei performer della mostra.

Se ne è parlato molto sia perché è la prima mostra di un’artista donna a Palazzo Strozzi, sia perché è la prima retrospettiva in Italia, sia perché la Abramović con le sue performance suscita sempre forti reazioni. Nell’arco della sua carriera è diventata famosa per avere usato il suo corpo come materia artistica: si è gettata contro muri, è rimasta seduta per ore fissando negli occhi altre persone, ha dato la possibilità al pubblico di toccarla, addirittura ferirla, ha vissuto in una specie di casa del grande fratello sotto gli occhi di tutti giorno e notte, doccia e bagno per 12 giorni. E se ha potuto fare tutto questo è perché ha sviluppato una resistenza fisica e psicologica estrema.
Non solo è stata la prima a sdoganare la performance art tra le arti tradizionali ma ha inventato la re-performance. Ora infatti, a 72 anni, le performance che un tempo ha sperimentato su di sé tornano in vita grazie a un cast di performer. Giovani artisti italiani e internazionali che sono stati selezionati su circa 140 candidati in due giorni di audizioni.

Francesco Pacelli è uno di loro. Trentasettenne originario di Napoli è stato una giovane promessa del calcio fino a che, a 19 anni, ha dovuto mollare per un problema al ginocchio.
Incuriosito dal teatro si trasferisce a Milano e sostiene l’esame per entrare alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi. Si presenta per l’esame di ammissione al corso di recitazione, ma grazie alla sua spiccata fisicità e senso del movimento, viene invitato a entrare al Corso professionale per coreografi, performers e danzatori. Un corso unico nel suo genere, presente solo a Milano, che si ispira al teatrodanza di Pina Bausch.

Si potrebbe pensare che in Italia non ci sia grande richiesta di questo tipo di performer e, invece, al termine dei tre anni di corso, Francesco ha subito cominciato a lavorare girando l’Italia e l’Europa con varie compagnie. Quando gli è arrivata la voce che Marina Abramović stesse organizzando il casting per la sua mostra fiorentina, non ha esitato un secondo e ha mandato il curriculum. L’hanno chiamato e il resto è storia. Lo trovate fino a fine gennaio tra i performer che si alternano nelle re-performance della retrospettiva.

Francesco Pacelli nella re-performance di “Cleaning the Mirror”

I performer sono stati preparati con workshop del metodo “Cleaning the House” elaborato negli anni da Marina. Il workshop è organizzato e aperto a chiunque lo voglia provare dal Marina Abramović Institute in varie sedi e periodi dell’anno.
Ai partecipanti viene chiesto di digiunare per l’intera durata del ritiro e astenersi dal parlare. Lo scopo è quello di dimenticarsi le distrazioni della civiltà contemporanea e riportare la mente a uno stato di quiete, in cui l’individuo è completamente rivolto verso la propria interiorità. Grazie a una serie di esercizi si cerca di migliorare la concentrazione e la resistenza, alcuni possono essere visti o sperimentati proprio durante la mostra come: Nightsea Crossing, in cui Marina e Ulay stanno seduti uno di fronte all’altra per ore, o Counting the Rice in cui i visitatori della mostra sono invitati a lasciare da parte cellulari e tablet, indossare delle cuffie isolanti e contare chicchi di riso e lenticchie. Altre pratiche che fanno parte del workshop sono fissare negli occhi un’altra persona, esercizi di slow motion, l’osservazione di un colore. Una specie di reset interno, necessario agli artisti per sostenere le lunghe performance in totale immobilità e silenzio.

Ma torniamo a Francesco e alla sua presenza all’interno della mostra. Che impatto ha avuto sulla tua vita professionale e personale questa esperienza?
«Un impatto molto intenso che continua a risuonarmi dentro ogni giorno. Al di là del fatto che questa esperienza è arrivata in un momento delicato ed energeticamente negativo della mia vita, a causa di alcuni problemi legati a Milano – dove abito da circa 15 anni, una città che ti avvilisce sotto molti aspetti – questa esperienza è stata un dono. Un fulmine a ciel sereno si dice solitamente. Beh per me è stato il sereno in un cielo di fulmini.
Tutto mi è servito per rinascere sotto molti punti di vista. È stato un regalo prezioso. E la stessa città di Firenze mi sta facendo “risorgere” (ma guarda un po’).
Quello che dice Marina è assolutamente vero: «Se voi mi concedete il vostro tempo, io in cambio vi darò un’esperienza». Un’esperienza reale, tangibile. Una volta che la conosci e la fai tua, ti si imprime dentro come un trasferello e non puoi fare altro che ascoltare e osservare i milioni di sfumature di colore che esso contiene, arricchendoti di meraviglia. E resta lì. Perché si radica ovunque: nel corpo, nella mente, nello spirito. E diventa parte di te. Si dice che l’anima pesi 21g. Dopo l’esperienza con Marina credo che la mia pesi intorno ai 25g!

Marina Abramović “The Hero” (video) 2001. Amsterdam, LIMA Foundation. Courtesy of Marina Abramović Archives e LIMA, MAC/2017/050:02 Ph: TheMahler.com. Courtesy of Marina Abramović Archives.

Dell’impatto che ha a livello artistico non c’è bisogno di dire troppo. Marina Abramović è un tassello fondamentale dell’arte mondiale. Dell’arte che arriva a tutti e a tutto. Dell’arte che fa parlare di sé, nel bene e nel male. Ciò che ha fatto resterà per sempre. E già solo questo la rende immortale. Lavorare per lei è un onore. Ri-performare le sue opere è avvincente, emozionante, smuove e sradica dinamiche interne che non mi sarei mai immaginato di conoscere.
Dalle viscere allo stomaco. Dallo stomaco al cuore. E dal cuore si sparge ovunque. È un qualcosa che non ha freni. Ci si sente parte della storia. E allo stesso tempo ci si sente soli, con se stessi e spesso questo basta e avanza perché ritrovare se stessi è già un traguardo eccezionale.»

Che cosa provi mentre stai interpretando Cleaning The Mirror o quando qualcuno ti sfiora durante Imponderabilia?
«Non vedevo l’ora arrivasse il mio turno di re-interpretare Cleaning the Mirror. Sapevo che quella performance avrebbe smosso altri livelli dentro di me. Cinque ore di performance che sono sembrate soltanto due. Ti perdi totalmente. È davvero un viaggio. Il tempo diviene una sospensione in movimento. Uno scheletro che diventa tutto: una storia finita, un genitore andato via prima del tempo, Te stesso… Cleaning the Mirror è un viaggio in cui accade che «Rifletti per riflettere e provieni dal tuo stesso riflesso».

Inizi a pulire come se stessi cantando una ninna nanna. Come se cullassi i ricordi. Quelli belli e quelli brutti. E sorridi tra un omero e lo sterno. O piangi silenziosamente tra le orbite del viso e un naso che non esiste più. Intrecci le tue dita alle sue e ti colpisce che la sola differenza in quel momento sia la pelle che riveste le mani. Sei tu che muovi lo scheletro ma molte volte è lo scheletro che muove te, e quando è capitato è stato davvero intenso. E in tutto questo tornado di emozioni c’è l’elemento dell’acqua, già simbolo potente di per sé. Ma è acqua sporca. Non riuscirai mai a pulire davvero. Ma continui a farlo, e nonostante la ripetizione del gesto del pulire, dello sgrassare – a tratti davvero maniacale – il tutto assume un significato sublime, come di una nostalgica accettazione del destino di entrambi, che vive esattamente in quelle ore, in una dolce condanna.

Questa performance mi commuove particolarmente. È ipnotizzante. Ed ogni volta è un viaggio differente. Un’altalena che oscilla tra due estremi: la forza e la fragilità.

Per Imponderabilia il discorso è leggermente diverso. Nonostante tu sia concentrato e ancorato negli occhi del partner di fronte, hai comunque modo di valutare le persone. È davvero un “esperimento sociale”. Da come attraversano i nostri corpi si possono capire tantissime cose: le loro fragilità, le loro attitudini. La loro timidezza o la loro franchezza. In alcuni percepisci la sfida, in altri addirittura la frustrazione. Ed è molto interessante captare anche come nonostante oggi la nudità è ormai a portata di click, nella vita reale desti ancora “fastidio”. Molte persone infatti non passano, preferiscono fare il giro ed evitare il contatto. Io li vedo come tanti Don Abbondio che, con il viso rivolto verso il basso, non fanno altro che evitare i sassolini che incontrano lungo la propria strada. Non è questione di età. Anzi spesso a non passare sono proprio i giovani più che gli adulti o gli anziani. E questo fa riflettere molto. Ovviamente non è solo una “repulsione per il nudo in quanto tale”, sicuramente per alcune persone diviene difficile attraversare quello sguardo che si crea tra i due performer. Si ha effettivamente la sensazione di “rompere” qualcosa. Un filo. Un ponte. Un canale energetico che è palpabile, molto visibile per chi si avvicina. Molti visitatori si godono davvero quel passaggio. Lo ascoltano. Lo attraversano. Lo vivono, e sicuramente lo faranno loro per sempre. E queste persone sono rare. Altri visitatori infatti cercano invece solo di “rubare il video o lo scatto” da postare sui social. Ecco, quelli avranno immortalato il momento in un telefono, ma non avranno sicuramente scolpito nulla dentro di sé.

Quando performo Imponderabilia mi sento vivo. Nonostante l’apparente immobilità dentro di me corre un flusso dirompente di cose. Corre e saltella la testa. Corre e saltella la concentrazione. Corre e saltella lo spirito. E mi sento veramente libero perché sono nudo. Non esiste nessuna maschera con la nudità. Nessun filtro. Siamo totalmente vulnerabili ed è questo che mi piace. Non c’è finzione. Solo verità. Noi stessi ritornati in pieno e aderente contatto con la vita.
Magnifici ed unici esseri umani. In carne ed ossa. Occhi che parlano.»

Con le sue performance Marina Abramović riesce a riportare l’uomo alle sue necessità primordiali, all’importanza dello scambio reciproco, del contatto, a sospendere il tempo. Come dice Francesco: «È stato come morire, per poi rinascere. E in quella sospensione di tempo è stato come vivere in un eden».

 

Marina Abramović
The Cleaner
Palazzo Strozzi – Firenze
Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019
Tel +39 055 2645155
info@palazzostrozzi.org

Annalisa Lottini

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