Turchia: Islam & cemento

Istanbul

Intervista a Giovanna Loccatelli. La giornalista è autrice di un libro essenziale per capire il paese guidato dallo spregiudicato “sultano” Erdoğan, con cui l’Europa deve fare i conti, che deve molto del suo consenso alla speculazione edilizia.

L’attualità offre continuamente spunti di riflessione sul protagonismo della politica turca in Medio Oriente e in Europa. Le difficoltà del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan nella gestione dell’economia, le tensioni del Kurdistan, il jihadismo al confine con l’altrettanto martoriata Siria, mineranno il regno assoluto del “sultano”?

Nonostante la Turchia sia rimasta neutrale nella guerra in Ucraina, più o meno direttamente, rimane impegnata in molti conflitti: nella guerra civile in Siria prima contro il presidente Assad (dove non si sono fatti scrupoli a inviare rifornimenti armati ai terroristi dell’ISIS), poi in Kurdistan contro i curdi, in Somalia e nel Nagorno Karabakh (dalla parte degli azeri). La Turchia sfida da tempo Francia e Italia per motivi economici e militari nella crisi della Libia, ma il fronte libico non è l’unico a vedere attivo nel Mediterraneo il paese della mezzaluna. Occupa Cipro del Nord dal 1974 e, soprattutto, provoca la Grecia. Oggetto del contendere con Atene sono le trivellazioni di gas naturale in un’area di mare nei pressi dell’isola greca di Kastellorizo.

Infine, Erdogan ricatta l’Unione Europea chiedendo lauti contribuiti per fare il lavoro sporco di bloccare ai confini le rotte dei migranti.

Questa lunga premessa per introdurvi all’intervista con la giornalista Giovanna Loccatelli. L’autrice di L’oro della Turchia, edito nel 2020 da Rosenberg & Sellier, ha vissuto a Istanbul e ci offre un profilo del paese erede dell’Impero Ottomano.

Le foto di accompagnamento – realizzate dal globe-trotter fiorentino Gabriele D’Amelio durante le proteste di Piazza Taksim del 2013 e gentilmente concesse a FUL – sono un’altra straordinaria testimonianza.

Taksim square
Taksim square © Gabriele D’Amelio

A cosa si riferisce “l’oro della Turchia” che da’ il titolo al suo libro?

Con questa espressione ho voluto indicare il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese ed il suo tessuto sociale. Grandi progetti di aeroporti, ponti, dighe, grattacieli – tra cui i più noti sono a Istanbul, la porta di ingresso del paese – che servono da vetrina per la megalomania di Erdoğan e del suo partito AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito Sviluppo e Giustizia, NdR). Tutti questi cambiamenti fisici realizzati negli ultimi vent’anni sono stati funzionali alla sua scalata al potere, fin da quando era sindaco della metropoli sul Bosforo. I progetti, oltre a modificare lo skyline di Istanbul, hanno avuto un notevole impatto sulla popolazione aumentandone le disuguaglianze.

Tali politiche urbanistiche hanno avuto tre effetti, concatenati l’un con l’altro, oggi estremamente visibili soprattutto a Istanbul: la segregazione sociale, l’allargamento estremo della forbice sociale e la frammentazione spaziale. Questi concetti, ad esempio, trovano una rappresentazione reale e concreta nel moltiplicarsi delle “gated communities” nella metropoli. La loro dipendenza da servizi esclusivamente privati comporta una forte e ben visibile separazione sociale e una inevitabile disgregazione del tessuto cittadino.

I progetti urbanistici dell’AKP mirano a rendere Istanbul attrattiva per gli investitori internazionali o è solo speculazione?

Istanbul è il biglietto da visita della Turchia all’estero, ma i grandi investimenti nell’edilizia sono stati fatti in tutte le principali città. Questi progetti hanno impegnato risorse e investimenti da banche estere che si sono esposte, basti pensare che il 70% dei debiti delle imprese turche sono contratti proprio con le banche europee. Adesso questo “oro” realizzato potrebbe smettere di luccicare con l’ulteriore aggravamento della situazione economica dovuto alla pandemia di Covid-19. Anzi è prevedibile che aumenteranno le tante infrastrutture deserte e in disuso, spesso reduci di progettazioni e previsioni completamente sbagliate. 

Erdogan banner in Istanbul
Erdogan banner in Istanbul © Gabriele D’Amelio

Inoltre il potere, in Turchia, è quasi sempre una questione di famiglia, spesso gli appalti per nuove opere sono vinte da compagnie vicine al governo. Un esempio molto concreto è dato dalla compagnia privata Gap İnşaat, fondata nel 1996 dalla Çalik Holding, industria privata attiva nel campo tessile, energetico, edile, finanziario e mediatico. L’amministratore delegato della holding è stato, fino al 2013, il genero di Erdoğan, Berat Albayrak, oggi ministro delle Finanze.

Quando parliamo del partito AKP è difficile leggerlo in chiave occidentale. Potremmo dire che è un mix tra neoliberismo e islamismo?

Proprio così potremmo definirlo per sintetizzare. I due punti di forza di Erdoğan sono il cemento e la religione. Una visione politica con queste due componenti principali: una basata sulle politiche neoliberiste di trasformazione della città, l’altra per le inclinazioni ideologiche islamiste del governo. Entrambe queste componenti trovano le loro radici nel decennio precedente sotto la crescente pressione della globalizzazione.

Oggi, ad esempio, possono essere considerati i frutti di questa visione ideologica sia il ritorno di Santa Sofia a uso moschea che la demolizione in piazza Taksim del Centro di Cultura Atatürk (Mustafa Kemal Atatürk è il padre fondatore della Turchia moderna e laica. NdR). Entrambe simboleggiano il reinserimento della religione nella sfera pubblica della società turca. L’Islam, “materialmente” eliminato da questa piazza per lungo tempo, ora si ritaglia uno spazio al suo interno, come all’interno della nazione. 

Atatürk Cultural Center
Atatürk Cultural Center @ Gabriele D’Amelio

L’attuale crisi economica che ha investito il paese della mezzaluna però sta al momento rallentando i mega progetti urbanistici dell’AKP. Le ultime elezioni amministrative, vinte dall’opposizione sia a Istanbul che ad Ankara, rappresentano certamente un duro colpo per il governo.

Tuttavia Erdoğan resta il politico più popolare e sarà in sella al potere fino alle presidenziali del 2023, quando potrebbe essere sfidato proprio dal sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu che dai sondaggi sembra godere di molto consenso.

Nel 2013 piazza Taksim fu l’epicentro di una famosa rivolta contro Erdoğan che unì tutte le anime dell’opposizione. È curioso che la protesta sia partita contro l’abbattimento del parco per costruire un centro commerciale. 

In Medio Oriente le “piazze” hanno un valore simbolico molto alto, pensiamo alle Primavere Arabe. La gigantesca Taksim è la piazza più moderna di Istanbul, qui si trovano grandi hotel simbolo del “neoliberismo di cemento” di cui parlavo. Come spazio verde si è salvato Gezi Park – un grande giardino più che un parco – l’AKP avrebbe voluto costruire al suo posto l’ennesimo centro commerciale (se ne contano già più di cento solo in città). Difenderlo voleva dire opporsi simbolicamente all’occupazione selvaggia dello spazio da parte del partito del presidente.

La causa ambientalista ha potuto unire tutte le forme di opposizione al potere: dai socialisti ai curdi, dalla comunità LGBT agli ultras delle squadre di calcio. In altri quartieri c’erano state proteste locali contro le politiche urbanistiche ma, solo qui, per il grande valore simbolico di Taksim, l’opposizione è diventata una rivolta contro l’autoritarismo dilagante del presidente. 

Gezi Park © Gabriele D'Amelio
Gezi Park © Gabriele D’Amelio

Gezi Park è l’unico smacco che ha dovuto incassare Erdoğan, ma il suo potere è così irresistibile?

Di tutti i suoi progetti a Piazza Taksim, questo è l’unico che non ha realizzato, ma non è detto che lasci perdere. Le politiche neoliberiste dell’AKP sono estremamente aggressive sul territorio e hanno un impatto notevole non solo sulla popolazione ma anche sull’ambiente. Tra l’altro Erdoğan non si limita alla realizzazione di un progetto in sé, ma lo incensa con tutta la propaganda governativa possibile. Magari l’inaugurazione cade in una data simbolica per l’Impero Ottomano, esaltando così lo spirito nazionalista turco.

È il caso del Yavuz Sultan Selim, il grandioso terzo ponte sul Bosforo inaugurato il 26 agosto 2016. Una data scelta non a caso: commemora la caduta di Costantinopoli e il passaggio della città sotto il dominio ottomano. Una ricorrenza che, da qualche anno, è celebrata con molta enfasi. I turchi sono un popolo molto nazionalista ma le manie dittatoriali del presidente iniziano a pesare e la riduzione delle libertà è ormai evidente a tutti. Ha stravolto così tanto la Turchia che diventa difficile prevedere il futuro politico di questo paese.

Gezi Park © Gabriele D’Amelio

Certo, le elezioni amministrative sono state duro colpo per il governo, ma sarebbe un errore pensare che la vittoria di Ekrem İmamoğlu a sindaco di Istambul possa, nel breve futuro, scalfire il potere del presidente, uscito vincitore dalle votazioni di giugno 2019 con i nuovi e vastissimi poteri attribuitigli dalla riforma costituzionale in senso presidenziale. Erdoğan controlla in maniera ferrea le maggiori leve del potere: dalla magistratura alla polizia, dall’economia ai servizi, alle forze armate. Ha certamente perso consensi al suo interno proprio a causa della crisi finanziaria. Proprio per questo, oggi ha bisogno, più che mai, di risorse e credibilità per poter continuare a vedere luccicare il suo “oro”.

Dietro il suo atteggiamento aggressivo verso l’Unione Europea si nasconde anche il tentativo di ritrovare il consenso popolare, in parte perduto: la difesa dell’Islam è funzionale all’affermazione degli interessi geopolitici di Ankara e all’espansione della sua influenza nella regione.

Foto Gezi park: Gabriele D’Amelio

Foto di copertina: Giovanna Loccatelli