Un Islam italiano

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Il 1 febbraio è stato firmato il Patto nazionale per un Islam italiano tra il Ministro dell’Interno e l’Imam di Firenze che è anche presidente dell’UCOII, Unione delle Comunità Islamiche d’Italia. Ripercorriamo insieme le tappe che hanno portato alla firma di questo documento.

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Mentre negli Stati Uniti i musulmani vengono respinti su basi non meglio specificate, in Italia si va in direzione di un’integrazione molto più concreta e plasmata sulle esigenze reali. Il 1 febbraio 2017, infatti, al Viminale è stato firmato dal Ministro dell’Interno Marco Minniti e dal Presidente dell’UCOII Izzedine Elzir, alla presenza di altre 10 associazioni e comunità musulmane d’Italia, il Patto nazionale per un Islam italiano.

Il documento giunge a conclusione di un lungo e tortuoso percorso, iniziato nel 2005, di dialogo, confronto e contrasto tra i vari governi e i rappresentanti delle comunità islamiche. Gli attentati di Londra e Sharm el Sheik del 2005 avevano convinto l’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu ad aprire un canale privilegiato di dialogo con gli “elementi moderati” della comunità islamica presente in Italia. Un metodo per promuovere l’integrazione, o meglio per evitare l’esclusione dei musulmani, e prevenirne una possibile radicalizzazione. Il dialogo doveva infatti avvenire attraverso la creazione di una Consulta per l’Islam italiano, annunciata nel 2005, concretizzata poi nel 2006, ma che fino al 2007 non aveva ancora iniziato i lavori. L’attuazione del progetto di Pisanu vedeva la contrapposizione da una parte dei leghisti come per esempio l’allora Ministro della Giustizia Roberto Castelli, che intendeva espellere dalla Consulta tutti i partecipanti contrari, per convinzioni, di riconoscere lo Stato di Israele. Dall’altra parte, era contraria anche la stessa UCOII si guidata allora da Nour Dachan, portatore di idee particolarmente radicali e si dice fosse vicino alla rete dei Fratelli Musulmani, questo però merita un ragionamento approfondito a parte.

Da allora i toni si sono ammorbiditi e molte cose sono cambiate: la comunità dei musulmani in Italia è nettamente cresciuta, la guida dell’UCOII è passata a Izzedine Elzir, Imam di Firenze, e in numerose città gli esperimenti di integrazione, nati in modo autonomo, hanno prodotto effetti positivi. Il Patto nazionale per l’Islam italiano, infatti, prende le mosse da due progetti, definibili in qualche modo come progetti pilota, promossi al livello comunale nelle città di Torino e Firenze.

Il primo è il Patto di Cittadinanza firmato, esattamente un anno fa, da Izzedine Elzir e dal Sindaco di Firenze Dario Nardella. Un patto che anch’esso (anche questo patto) si inserisce in un processo più lungo di dialogo e negoziazione. In particolare, risponde ad una duplice esigenza: da un lato, la necessità di reagire di fronte agli attentati terroristi di matrice islamica che si sono susseguiti in Europa, tra i quali sono stati particolarmente significativi i due di Parigi. Dall’altro, si mostra come un passo ulteriore di integrazione e collaborazione verso la creazione della prima vera moschea fiorentina (ad oggi esiste solo una piccola sala di preghiera in Piazza dei Ciompi incapace di accogliere l’insieme dei fedeli fiorentini). L’intento del Patto fiorentino, alla base di quello nazionale, si concretizza nella promozione dei “valori della conoscenza, della convivenza e del rispetto reciproci”. I punti focali dell’accordo riguardano, in primis, l’uso della lingua italiana per le preghiere (in modo particolare quella del venerdì, la più importante della settimana) che però è già una pratica già ampiamente diffusa, dato che non tutta la comunità musulmana fiorentina è arabofona. In secundis, la creazione di un punto di incontro interculturale, ovvero la promozione del dialogo e della conoscenza attraverso le attività pubbliche dei centri culturali e/o religiosi rivolte sia alla comunità dei fedeli che a quella dei cittadini.

Il secondo progetto si è invece concretizzato nel novembre scorso con la firma del Protocollo d’Intesa tra il DAP, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e l’UCOII. Un progetto nato nelle città di Torino e Firenze che prevede la facilitazione dell’accesso negli istituti penitenziari degli Imam (ministri di culto) e dei mediatori culturali. Una misura volta a dare un sostegno religioso e spirituale ai giovani e ai fedeli temporaneamente reclusi o in condizione di marginalizzazione, sociale per prevenire la possibile radicalizzazione. Gli episodi terroristici, le migrazioni volontarie verso Siria ed Iraq e, in generale, il fenomeno dei foreign fighters ha messo in evidenza proprio la fragilità e la facilità di radicalizzazione di alcuni giovani in situazioni sfavorite. Il Protocollo d’Intesa muove da questa realtà, dagli esperimenti iniziali svolti a Firenze e Torino, ed è stato esteso anche alle città di Milano, Brescia, Cremona, Verona e Modena.

Il Patto nazionale amplia questi progetti: l’inclusione degli Imam e dei mediatori culturali viene estesa, oltre le carceri, alle scuole, agli ospedali e ai centri di accoglienza; e l’inclusione di programmi didattico-pedagogici rivolti ai fedeli ma ai cittadini nelle negoziazioni per l’apertura dei nuovi centri di culto e di preghiera.

A livello istituzionale, il Patto nazionale prevede la creazione di un’organizzazione giuridica capace di armonizzare le associazioni musulmane con la normativa vigente in tema di libertà religiosa, la promozione di attività culturali che attestino l’efficacia del dialogo e valorizzino il patrimonio culturale condiviso, nonché l’estensione dell’italiano a tutti i centri di culto per il sermone del venerdì (o quantomeno della pubblicazione di una traduzione dello stesso).

L’ultimo dei dieci punti centrali del Patto riguarda invece la trasparenza, ovvero la pubblicazione dettagliata dei finanziamenti provenienti sia dall’Italia che dall’estero, una misura volta ad evitare che si vengano a formare delle reti di sostegno economico informali capaci di trasformarsi anche in reti di sostegno politico alternativo.

Un accordo che tutto sommato si rivela molto positivo, come dimostrano le reazioni soddisfatte del Ministro e dei rappresentanti delle associazioni e comunità presenti a Roma, un passo che riconosce a livello nazionale il lungo lavoro svolto alla base dalla comunità dei fedeli stessa. Un passo ulteriore verso l’inclusione reciproca come antidoto generale all’ignoranza e al pregiudizio, diventati ormai inaccettabili a fronte della trasformazione delle società; soprattutto un antidoto alla paura ingiustificata che sembra oggi attraversare l’Europa.

Barbara Palla

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