Le visioni dell’inconscio di Vivetta

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La stilista che con le sue creazioni ha il potere magico di teletrasportare in una dimensione surreale. 

Vivetta Ponti è nata ad Assisi e dopo alcuni anni di lavoro a Milano ha scelto Firenze come quartier generale della sua casa di moda VIVETTA. Dal 2015, quando è stata scelta da Giorgio Armani per sfilare all’interno dell’Armani/Teatro, la sua maison ha riscosso solo successi, riuscendo sempre a conservare la purezza della sua identità. Lavora con un’équipe selezionata, non ama la moda blockbuster e diffida dello streetwear, eppure le sue creazioni romantiche e giocose hanno stregato le it-girls di tutto il mondo, da Tokyo a Hollywood, da Lady Gaga a Kim Kardashian. Sarà perché i suoi abiti sono concettualmente studiati per far sentire chi li indossa un’attrice della Nouvelle Vague, l’eroina di una fiaba o la groupie di una band underground. 


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Raggiungiamo Vivetta in un palazzo nobiliare del Quattrocento nel cuore di San Frediano, dove abita insieme al marito Claudio e ai suoi simpaticissimi figli, Otto e Tito. Ci ha invitate a bere un Martini. Le prime cose che notiamo entrando nel soggiorno sono l’onnipresenza del rosa (il suo colore preferito) e una splendida collezione di giocattoli vintage che ci danno il benvenuto. L’interior in stile classico rivisitato ricorda le scenografie dei film di Wes Anderson: carta da parati Cole & Son, Papier de Paris e Fornasetti; il divano è stato disegnato da lei stessa ispirandosi al modello Chesterfield anni ’50. In un’atmosfera del genere non ci stupiremmo se comparissero, come in un sogno – o forse sono i Martini? – i protagonisti del surrealismo a lei così cari, Elsa Schiaparelli, Dalì, Buñuel, e perché no anche Catherine Deneuve direttamente da Belle de Jour.

Per mezzo della liberazione delle potenzialità immaginative dell’inconscio, i surrealisti intendono raggiungere uno stato conoscitivo oltre quello reale, quello della surrealtà, uno stato di compresenza tra sogno e veglia, che si conciliano in modo armonico e profondo. Il surrealismo è una filosofia di pensiero ma anche una serie di pratiche e tecniche ben precise. Descrivici la tua creazione più surrealista e la démarche creativa con la quale l’hai resa reale o meglio, surreale.

La mia creazione più surrealista è a oggi anche l’elemento iconico e più riconoscibile del brand: il collo mani. Le mani sono il simbolo della creatività intesa come creare, costruire… e inoltre sono una parte del corpo che non ti aspetteresti mai di trovare come ricamo di un collo o dei polsini. Tutto è nato in aereo, stavo andando a Londra, e mi è venuta l’idea di questo collo. Spesso le idee vengono così, anche un po’ per caso, oppure guardando un oggetto che mi piace o un’immagine di un libro. In generale, quando inizio a disegnare una nuova collezione mi piace giocare con me stessa, lavorare su dettagli inaspettati, effetti trompe l’oeil, ricami che diventato parti del capo stesso, come appunto il colletto mani. Tutto parla di me, della mia storia, della mia infanzia, dei miei viaggi, delle mie passioni ed emozioni; ho ricamato i miei gatti e tanti altri elementi che fanno parte della mia vita, molte volte anche “nascondendoli” all’interno di stampe o grafiche, rimanendo un segreto che solo io o poche altre persone conoscono.

Il surrealismo nasce durante la Grande Guerra, come modo per evadere dalla realtà, e spesso è stato criticato per questo. Hai creato la tua nuova collezione in un momento difficile, di distacco dalla routine a cui eravamo abituati: le tue ispirazioni e contenuti ci proiettano in un mondo fatato, un’Arcadia da sogno, lontano dalle metropoli. Sappiamo che hai passato il lockdown nella tua casa di campagna però questo non ti ha distolto dai problemi della società e dell’ambiente, anzi: c’è un equilibrio perfetto tra fantasia e engagement nella tua nuova collezione, nella scelta dei materiali sostenibili, ad esempio. Puoi raccontarci di più su come è cambiata la tua produzione?

Il periodo del lockdown è stato un momento di grande creatività e riflessione, ho ripensato alla struttura della collezione rendendola più piccola e mirata. Per la stagione primavera estate 2021 abbiamo presentato una capsule ispirata alla favola di Esopo La cicala e la formica. Ritengo che presentare meno capi sia una scelta consapevole, etica e sostenibile. La moda gioca un ruolo importante nell’avanzamento dell’inquinamento pertanto dovremmo cercare tutti di avere il minor impatto possibile sul pianeta. Io ho già iniziato questo percorso dalla mia ultima collezione autunno inverno 2020, utilizzando molti tessuti riciclati ed ecologici, e spero possa essere un primo passo per raggiungere collezioni 100% sostenibili.

Nella collezione primavera estate 2021 hai fatto tesoro dei doni della natura: delicati ricami floreali, arricchiti da applicazioni gioiello che raffigurano farfalle, api, ragni, abiti femminili e romantici, una palette cromatica ridotta all’essenziale. La tua è una moda che descrive l’evoluzione non solo della forma ma anche del pensiero: come Alice nel paese delle meraviglie, in una visione trasformista hai preso il tè con la cicala e la formica di Esopo. La presentazione degli abiti è stata fatta attraverso un video girato con un obiettivo fisheye, la cui prospettiva è quella della formica. Cosa rappresentano per te questi due insetti? Perché hai prediletto il punto di vista della formica rispetto a quello della cicala?

La natura è sempre presente nelle mie collezioni e anche le favole per bambini sono un’altra delle mie più grandi passioni, specialmente le vecchie edizioni con quelle illustrazioni bellissime; questa volta ho scelto proprio La cicala e la formica, in quanto trovo che la morale del racconto renda i due personaggi molto attuali, trasmettendo il valore del sacrificio, dell’impegno e del rispetto per il lavoro altrui che spesso nel mondo di oggi sembrano perdersi. Come umani, siamo abituati a vedere il mondo da una certa prospettiva, ma ho pensato di provare a guardarlo dal punto di vista di un piccolo animale – la formica – perché nonostante io ami il divertimento, mi rivedo in lei per il forte senso di responsabilità, per la forza e la pazienza.

Ci parleresti della tua nuova linea di gioielleria? 

Durante la Milano Fashion Week di settembre, con l’uscita della collezione ready-to-wear primavera estate 2021, abbiamo presentato anche la linea di gioielleria, all’interno della quale sono ripresi i temi iconici del brand ed elementi legati appunto al tema di ispirazione. Mani dalle lunghe dita affusolate con unghie rosse diventano anelli e braccialetti in argento e zirconi, stilizzati profili di volti e occhi dalle lunghe ciglia diventano pendenti, orecchini e collane e la formica si trasforma in un elemento decorativo. La collezione di gioielli prevede una linea “Gioielli Fashion” e una linea “Gioielleria”, realizzati con la cura e le tecniche artigianali made in Italy.

Eravamo curiose di sapere se hai degli artisti o designer con cui ti piacerebbe o hai già previsto di collaborare.

Un regista sperimentale al quale sono molto legata e con il quale vorrei lavorare prossimamente è Virgilio Villoresi. Abbiamo già collaborato in passato ed essendo praticamente cresciuti insieme abbiamo coltivato l’amore per lo stesso immaginario e ancora oggi ci confrontiamo e ci scambiamo opinioni e consigli sui nostri progetti. Kenneth Anger è un altro regista sperimentale statunitense, nonché scrittore d’avanguardia con cui mi piacerebbe lavorare un giorno. Inoltre, ho avuto la possibilità di collaborare con il pittore Andrey Remnev per la collezione primavera estate 2018. Quando ho scoperto il suo lavoro sono rimasta folgorata dai suoi quadri surreali e al tempo stesso realizzati con una tecnica che li fa sembrare antichi, hanno dei contrasti molto forti e anche lui gioca con illusioni e trompe l’oeil. È stato davvero bello poter far interagire i nostri due mondi.

Il tuo primo incontro con la moda è avvenuto nel guardaroba di tua madre, donna elegante, ironica ed eccentrica. Ci piacerebbe moltissimo sapere di più sul vostro rapporto personale e professionale.

Sì, mi sono avvicinata alla moda proprio da bambina, mia mamma era antiquaria e aveva anche lei una grande passione per l’abbigliamento. Sono cresciuta tra libri, oggetti antichi e abiti bellissimi e ho vissuto a pieno gli anni ’80, quando la moda era divertente e fascinosa al tempo stesso. Anche mio padre era antiquario, ma aveva un gusto e uno stile di vita opposto a mia madre. Tutto quello che ho vissuto, anche il contrasto di come erano i miei genitori, ha inciso su come sono e sul mio stile, sia di vita che estetico. Sono fatta di molti contrasti e questo è un aspetto che amo evidenziare anche nelle collezioni: l’iper-femminile “disturbato” dal maschile, i dettagli surreali e ironici mixati ad aspetti estremamente romantici e un occhio decisamente moderno arricchito da elementi vintage. Mia mamma è stata sempre molto presente nella mia vita sia personale che professionale, nonostante io abbia vissuto lontana da casa fin dalla giovane età. Da quando sono nati i miei figli poi, ho cambiato il mio punto di vista verso il ruolo dei genitori e ho capito tanti comportamenti che prima non comprendevo.

Un flash sulle tue ispirazioni: tre film, tre libri, tre canzoni, tre artisti.

Film: Un chien andalou di Luis Buñuel e Salvador Dalì (1929), À bout de souffle di Jean-Luc Godard (1960), Twin Peaks di David Lynch (1992). Dei libri tendo a ricordare e rimanere affezionata agli ultimi letti: A proposito di niente di Woody Allen (l’ultimo che ho letto), Contro il cinema di Carmelo Bene (il penultimo), Hollywood Babilonia di Kenneth Anger (l’ho riletto durante la quarantena). Artisti: Sophie Calle, Gio Ponti, Jean Cocteau. Canzoni: Suicide di Frankie Teardrop, My Bird Sings di El Guapo, Martin Denny di Exotica.

Solitamente, quando presenti le tue sfilate, sei presente corpo e anima, dall’inizio alla fine. L’ultimo show, invece, l’hai seguito dal divano in pigiama con i tuoi figli. Cause di forza maggiore ci hanno dimostrato che ciò che abbiamo sempre fatto vis à vis può essere facilmente trasferito nel mondo digitale. È un po’ spiazzante, ma apre un mondo di possibilità. Alla luce di questo, torneresti in un passato senza tecnologia?

No, sono molto legata alla tecnologia, banalmente oggi possiamo sostituire tanti appuntamenti di persona con Skype call molto più efficienti e veloci; inoltre ritengo che la tecnologia resti uno strumento fondamentale per far girare il nome di brand come il mio. Quando ho iniziato a lavorare al progetto VIVETTA non avevo un ufficio stampa e a quei tempi il social più frequentato era Myspace (poi sostituito da Facebook fino a Instagram) e la mia collezione, come per tanti altri designer, ha avuto modo di essere scoperta da giornalisti, stylist, celebrities, proprio tramite questi canali. Ovviamente tutto ciò non può sostituire certi eventi fatti in presenza, certe sensazioni, certe emozioni o solo la possibilità di toccare gli abiti con mano. Perché le collezioni vanno toccate e a volte anche spiegate! Mi manca molto il momento della sfilata, soprattutto mi manca come chiusura della stagione: lavoriamo 6 mesi a una collezione e a fine sfilata sentiamo tutta l’adrenalina e l’emozione per il lavoro che abbiamo fatto. L’ultimo show visto dal divano mi ha dato la sensazione che la stagione non si fosse compiuta realmente. Spero di tornare a sfilare molto presto!

Articolo a cura di Viola Valery, Foto di Kristinn Kis

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