gay club Firenze anni 80

Il Tabasco e l’AIDS nella Firenze gay degli anni Ottanta

Nel 1974 aprì a Firenze il Tabasco, il primo locale gay ufficiale d’Italia. All’inizio degli anni Ottanta, un’onda devastante allagò tutto con il suo buio: l’AIDS arrivò in Italia come una parola vaga, lontana, importata dall’America.

Oltre cinquant’anni fa aprì a Firenze il Tabasco, il primo locale gay ufficiale d’Italia. Fondato nel 1974 da Marco Bagnai e Marcello Salvietti, questo club nascosto in Piazza di Santa Cecilia è stato per anni sia un luogo di svago che un esperimento sociale: rendere visibile ciò che fino ad allora era stato costretto all’ombra e che, dopo le battaglie degli anni Sessanta e Settanta, stava cominciando a essere un po’ più visibile. Eppure, proprio mentre la comunità queer conquistava spazi, parole e corpi, un’epidemia avrebbe imposto un nuovo regime di silenzio.

Raccontare il Tabasco significa allora anche raccontare l’AIDS e il modo in cui una generazione imparò, di colpo, a esistere e a nascondersi nello stesso tempo. Firenze entra nella storia del Tabasco come una città ambigua, dalla doppia natura. Di giorno capitale del Rinascimento, di notte organismo sotterraneo fatto di vicoli, cantine, porte anonime. Piazza di Santa Cecilia, a pochi passi da Piazza della Signoria, sembrava il luogo meno adatto per una rivoluzione silenziosa: una ruelle stretta, quasi invisibile.

Eppure fu proprio lì che il Tabasco prese forma come spazio dichiarato, rompendo una consuetudine fatta di incontri clandestini, di taverne tollerate, di luoghi come “Il Buco”, dove l’omosessualità era ammessa solo finché non si faceva notare. Aprire un locale gay nel 1974 non significava soltanto offrire musica e alcol, ma anche affermare un’identità. Entrare al Tabasco voleva dire attraversare una soglia simbolica: da una parte la città “perbene”, dall’altra un luogo in cui un certo tipo di desiderio, avvertito come errore, difetto, diventa una pratica condivisa. Era un gesto politico, anche se non dichiarato, e Firenze con la sua tradizione di sperimentazione artistica e marginalità creative ne divenne il terreno ideale.

Il Tabasco era piccolo, scomodo, spesso malsano. Pista angusta, darkroom, aria irrespirabile, bagni allagati, ma proprio questa precarietà lo rendeva reale. Le serate mescolavano disco, house, cabaret, drag show e improvvisazione, ma c’erano, soprattutto, corpi, tanti corpi che ballavano, si toccavano, si cercavano.

Negli anni Settanta e nei primissimi Ottanta quel corpo era vissuto come spazio di liberazione: fare sesso, ballare fino all’alba, moltiplicare gli incontri era una risposta diretta a decenni di repressione. La Firenze gay di quegli anni era sorprendentemente internazionale, vi si ritrovavano artisti, studenti stranieri, performer e outsider che trovavano nella città un clima relativamente tollerante. Locali come il Tenax, lo Space Electronic, il Paramatta o il Dildo costruivano una mappa notturna in cui il Tabasco occupava una posizione centrale: non il più grande, non il più alla moda, ma il più esplicitamente identitario. Era il posto dove si andava per riconoscersi.

Poi, all’inizio degli anni Ottanta, un’onda devastante allagò tutto con il suo buio: l’AIDS arrivò in Italia come una parola vaga, lontana, importata dall’America. All’inizio sembrò una malattia “degli altri”, gay cancer titolavano i giornali. I primi ricoveri, i primi dimagrimenti improvvisi, le polmoniti, le macchie sulla pelle e in breve tempo diventò chiaro che non si trattava di un incidente, che sarebbe diventato di lì a pochissimo tempo una vera e propria frattura storica. I media italiani seguirono la scia di definirlo il “cancro dei gay”, alimentando un’ondata di paura e colpevolizzazione che si trasformò subito in stigma. Il desiderio, fino a poco prima celebrato come emancipazione, venne riscritto come colpa. È qui che il paradosso esplode.

illustrazione di Juliet Boom per FUL #64

Proprio mentre le persone omosessuali avevano conquistato spazi visibili come locali, riviste e associazioni l’AIDS impose una nuova invisibilità: molti tornarono “nell’armadio”, non perché provassero vergogna della propria identità, ma per paura della malattia, dello stigma e dell’esclusione, perché essere gay tornò a significare essere sospetti. Essere malati voleva dire essere colpevoli. Il Tabasco riuscì a non chiudere ma cambiò funzione. Rimase un luogo di ballo e incontro, ma divenne anche uno spazio di elaborazione del trauma: le persone scomparivano e i volti abituali non tornavano più.

La pista si svuotava e si riempiva di nuovi corpi, spesso più giovani, spesso ignari. Non esistevano ancora campagne istituzionali efficaci; le informazioni circolavano per passaparola, per volantini lasciati sul bancone, per conversazioni sussurrate nel fumo. Ballare, in quegli anni, era un atto ambiguo, contemporaneamente affermazione di vita, di desiderio, di presenza, e paura costante: il corpo che prima era strumento di libertà diventava possibile veicolo di morte.

Il Tabasco teneva insieme queste due tensioni senza risolverle. Non moralizzava, non chiudeva, non smetteva di esistere. Semplicemente, restava. Nel 1991 Firenze ospitò la VII° Conferenza Internazionale sull’AIDS. Fu un momento di visibilità globale per una malattia che fino a pochi anni prima era stata relegata ai margini. Medici, ricercatori, attivisti e persone sieropositive attraversarono una città che, nelle sue viscere notturne, aveva già conosciuto il dolore.

I club gay, Tabasco compreso, erano stati luoghi di lutto prima ancora che elaborazione pubblica. Col passare degli anni, l’emergenza divenne cronica: l’AIDS smise di essere un evento improvviso. Il Tabasco continuò a esistere, adattandosi, resistendo alla gentrificazione e al mutamento dei costumi, fino al 2008, quando chiuse definitivamente e con lui una stagione storica in cui l’identità gay era stata costruita tra visibilità conquistata e invisibilità imposta.

Oggi, passando per Piazza di Santa Cecilia, il Tabasco non c’è più ma anche la sua assenza racconta una storia, quella di una città che non riesce a valorizzare più la sua storia in cambio di profitto. Il Tabasco è solo un esempio di quanto luoghi di aggregazione un tempo vitali, anche in tempi difficili, stiano scomparendo non soltanto a Firenze, che nel centro non ha più posti del genere, ma in tutta la nostra penisola. E quindi è utile ricordare sempre le storie fatte di corpi che hanno voluto essere visti e che, a un certo punto, hanno dovuto imparare a nascondersi.

Cover photo credit: DepositPhotos.com

Luca Starita, napoletano di nascita e fiorentino d'adozione, lavora per la casa editrice Giunti. Laureato in Italianistica con una tesi sulla queerness nella narrativa di Aldo Palazzeschi, è scrittore, drammaturgo e specializzato in Digital Humanities. Nel 2021 pubblica il saggio Canone ambiguo.