Arte e ripartenze, 28 maggio 2013 intervistavamo Giampaolo Talani.

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Partenze è il nome e l’essenza dell’opera di Giampaolo Talani, uno dei più apprezzati pittori contemporanei, l’ultimo custode dei segreti dell’affresco.  

 

La stazione è uno spazio effimero, un posto di saluti, di gioie e di malinconie, di arrivi e partenze. La Santa Maria Novella del Michelucci è prima di tutto un monumento, il primo segno d’arte per chi arriva a Firenze, simbolo del razionalismo e dell’estetica funzionale. Santa Maria Novella è una stazione del mondo, una “stazione di testa”, dove i treni si fermano e ripartono, abbandonando milioni di persone sui marmi rossi e bianchi del Salone delle partenze. Partenze è il nome e l’essenza dell’opera di Giampaolo Talani, uno dei più apprezzati pittori contemporanei, l’ultimo custode dei segreti dell’affresco. Firenze rinnova un vecchio e inusuale luogo dell’arte, rendendo omaggio a una tecnica millenaria che l’ha resa celebre nel mondo. Talani interpreta e ridisegna lo spazio sociale di un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, dedicando alla stazione una sfilata di volti e di valigie, musicisti e uomini armati di rose e bagagli. I viaggiatori di Talani attendono e rendono lo sguardo, “convivono sfiorandosi”. Un gioco di equilibri e rimandi tra la vita, il tempo, il viaggio e la malinconia che lega il tema dell’uomo e delle emozioni alla città e al pittore. Un “pezzo di Firenze”, un quadro da un milione di euro, una storia da raccontare.

«Finiremo tutti appiccicati sulla parete del tempo come i viaggiatori dell’affresco», questo il pensiero dell’autore, nato a San Vincenzo negli anni Cinquanta. Lo incontro una domenica pomeriggio; vive sulla costa etrusca, vicino al mare. Iniziamo una lunga chiacchierata, non lontano dal porto, dove campeggia una delle sue sculture.

L’arte è il suo lavoro. Oggi in Italia si può mangiare con la cultura, con l’arte?

«Sì. Faccio un lavoro vero, che mi è costato molto ma oggi vivo dignitosamente. Spesso i miei lavori mi annoiano ma non il mio “lavoro”, dipingere è un’esigenza, è come respirare. Certo non tutti ci riescono, ma la caparbietà e la passione possono aiutare ».

Quale domanda le fanno più spesso?

« I ragazzi mi chiedono come si fa ad arrivare. Non esistono ingredienti segreti, si deve lavorare, studiare, mettersi in discussione e non lasciare nulla d’intentato, io ho “rubato” nella storia dell’arte, ho visto e provato molto e soprattutto ho cercato di lasciare qualcosa agli altri ».

Quanto contano la riconoscibilità e la fama per un’artista?

«Contano molto ma solo nell’idea di continuità nel trasmettere una poetica, una verità personale, intima ma appartenente all’uomo, al genere umano. Il mio benessere mi piace e senza riconoscibilità e fama sarebbe impossibile, ma me lo sono conquistato e so che cos’è il disagio».

Come si è accorto dell’amore per l’arte?

«Amavo la musica, la mia famiglia mi ha sempre dato stimoli “culturali”, andavamo spesso a Firenze, da adolescente amavo le illustrazioni, pensavo di diventare un illustratore loro preferivano qualcos’altro … ».

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La sua famiglia ha vissuto di turismo, con il Bagno Venere, lei è nato a San Vincenzo, che legame ha con il mare?

«Il Bagno Venere è il nostro affresco, noi veniamo da lì, io vivo qui perché non potrei stare lontano dal mare, dal vento, un motore silenzioso e pulito che muove la vita».

E con Firenze?

«Mio padre mi portava in giro per musei. Avevo cinque anni, I primi ricordi sono Palazzo Pitti, Strozzi gli Uffizi. È la città che mi cresciuto culturalmente e artisticamente, ho studiato all’Accademia di Belle Arti e ho sposato una fiorentina, mio figlio è nato a Firenze».

Quando ha capito che poteva fare il pittore?

«All’accademia di Belle Arti, grazie al maestro Goffredo Trovarelli, uomo lontano dai concettualismi dell’arte moderna, che insegnava il mestiere. Iniziai la ricerca del mio stile, con la voglia di superare le difficoltà e di cogliere la sfida».

Che cosa dipingeva allora?

«Ero un “citazionista”, acerbo anche se profondamente legato alla tradizione labronica dei macchiaioli e all’amore per tutta l’arte del ‘500 che avevo visto».

Esiste un legame tra l’umanesimo, l’arte del rinascimento fiorentino e i tempi moderni?

«Certo, l’uomo è l’unica macchina quasi perfetta. Io parlo solo dell’uomo, delle paure, delle nostalgie, del sogno, la mia pittura va a ripescare quello che eravamo prima, siamo ombre di passaggio. Amo l’arte che resta, che esprime sensazioni, non amo l’arte che provoca, chi parte dalla provocazione vuole soltanto andare sui giornali, non credo che nessun vero artista intenda l’arte così».

È per questa ragione che ha scelto la strada dell’affresco? talani3

«Ho sempre pensato in grande, da buon megalomane. Nel ’79 con un po’ di presunzione e testardaggine mi presentai al parroco del paese e gli dissi che volevo affrescare la chiesa di San Vincenzo. Ero solo stato delle ore davanti agli affreschi di Firenze, li conoscevo a memoria, cercavo di vederci dentro, carpire i segreti dei grandi. Fu un’odissea ma affrescai 200 metri quadri di superficie».

Che cos’è l’affresco per Giampaolo Talani?

«L’affresco è materia, è una sfida coraggiosa e incosciente, un salto nella nebbia. L’affresco non è pittura è un muro tatuato da un pensiero assoluto tenuto da intonaci forti che lo imprigionano per sempre».

Come ha maturato l’idea dell’affresco di Santa Maria Novella?

«Uno di quei lampi che non mi fanno dormire la notte. Un progetto difficile ma nel quale ho creduto fin dall’inizio. Un progetto importante settanta metri quadri per quattro d’altezza, è l’affresco a strappo più grande della storia».

È vero che ha ricevuto una proposta d’acquisto milionaria per l’affresco?

«Un’associazione culturale giapponese voleva comprare un pezzo di Firenze e ha offerto un milione di euro. Ho rifiutato, volevo che restasse a Firenze, alla sua stazione ».

L’ha dedicato a Firenze?

«In realtà è dedicato a una donna, però l’ho lasciato a Firenze e a tutti quelli che hanno la fortuna di viverci, di visitarla».

 JACOPO BERTOCCHI

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