Carmelo Camilli, alle radici della vita

Carmelo Camilli: incontro col regista che meno si accontenta dell’apparente e più ricerca realtà profonde e decisive.

Iriria – Niña Tierra è l’opera prima di Carmelo Camilli, classe 1981, siciliano ma fiorentino d’adozione. È un documentario di tematica ambientalista: una magnifica testimonianza della cosmovisione indigena in Costa Rica, che spiega come “economia” non significhi affatto avere denaro, ma significhi “proteggere per sopravvivere”. La sua visione educa e smuove una forte consapevolezza. Il regista sa farci osservare, stare in silenzio, ascoltare. Immagini di una naturaleza vibrante si mescolano alle parole degli indigeni BriBri-Cabecar, che vivono nella riserva naturale di Alta Talamanca in un raccoglimento spirituale innanzi alla natura. Tutto è simbolo e stimolo per una riflessione profonda: l’uomo, la donna, la terra, il vento, l’acqua, gli alberi protesi verso il cielo… perfino il seme, essenza della vita: il seme, l’infinitamente piccolo, che può dare vita a qualcosa di infinitamente grande.
Conosciamo Carmelo Camilli e il suo lavoro, in questa breve chiacchierata.

Carmelo, come sei arrivato ad occuparti di regia?

È stata una strada lunga e un po’ particolare, direi per coincidenze e casualità. Ho iniziato a lavorare come cameraman quando ero a Firenze, dove ho vissuto per tantissimi anni: facevo le riprese all’ippodromo delle corse dei cavalli. Poi mi sono trasferito a Roma. Lì ho cominciato a fare video-giornalismo. Per anni ho lavorato per tutte le televisioni: Rai, Sky, Mediaset… tutt’ora lavoro per un’agenzia di stampa internazionale, la Thomson Reuters. Poi, però, ho sentito che era arrivato il momento di fare un documentario con la mia regia.
Perché hai scelto l’ambiente come tema per la tua opera prima?
Perché ogni cosa che si realizza nella vita è la conseguenza di ciò che si è! Quello che ho voluto rendere registicamente è il frutto di un mio percorso interiore. Ho voluto comprendere la natura dei problemi legati alle crisi ambientali, non tanto da un punto di vista tecnologico, numerico, matematico o scientifico: si è già parlato tanto di scioglimento dei ghiacciai, deforestazione… c’è già tanto materiale in quel senso. Io ho cercato di andare oltre. Mi sono chiesto da dove nascono questi problemi, da dove parte il conflitto relativo alla tematica ambientale. C’è una risposta a questo quesito, ed è data da uno degli indigeni, che nel documentario dice: “Quando parlo di ecologia, non faccio altro che parlare di me”: non sto parlando di tecnologia, di scienza, o di qualcosa di esterno a me. Il problema ambientale è la proiezione, la manifestazione di un conflitto interiore, di uno squilibrio interiore. Ecco, io ho voluto trovare una chiave per raccontare questo aspetto, che sento essere alla radice di ogni problema.
Mi ha ispirato molto anche la visione del documentario L’undicesima ora, prodotto e narrato da Leonardo di Caprio, in cui si affronta il problema del riscaldamento climatico a livello globale, con un accenno alla tematica culturale. Da quell’accenno, ho deciso di concentrarmi su questo aspetto. E ho pensato che il miglior modo per affrontare la questione da un punto di vista culturale sarebbe stato quello di rivolgermi a delle comunità indigene. Il caso ha voluto che una mia amica antropologa fosse in contatto con una persona che lavorava con questa comunità della Costa Rica. Così mi ci sono trasferito tre mesi e ho iniziato il mio lavoro.
Il tuo è un lavoro di denuncia?
Non parlerei di denuncia, ma di qualcosa di più costruttivo. Non che sia male denunciare, però non è quello che ho inteso fare. La mia è una forma artistica che vorrebbe dare l’opportunità di risvegliare qualcosa che ognuno di noi porta dentro di sé, in maniera più o meno consapevole. Questo vuole fare il mio documentario: farti entrare in contatto con qualcosa di magico, qualcosa di sacro, che ha a che vedere sì con la natura, ma io direi con la vita in generale, e quindi anche con l’ambiente che ci circonda. Entrando in contatto con quella parte, vivendola, esprimendola, si risolvono tanti conflitti. Esempio: io posso chiedermi – come mai siamo circondati da tanta spazzatura? E posso rispondere a questa domanda in molti termini – perché non funziona la raccolta differenziata, non funziona il ciclo dei rifiuti… No: il mio documentario risponde dicendo che – siamo circondati di spazzatura perché siamo pieni di spazzatura dentro di noi. Prima ancora di trovare una tecnologia o una scienza che ci consenta di fare pulizia, bisogna iniziare con una pulizia interiore, per sviluppare quella coscienza che poi sarà in grado di utilizzare le tecnologie in maniera saggia. E questo non ha niente a che vedere con una denuncia, è qualcosa di culturale. E quando dico culturale non mi riferisco agli usi e costumi intellettivi di una comunità rispetto a un’altra. Intendo qualcosa di molto intimo, interiore, che mi porta a capire che la consapevolezza del bene soggettivo è legata a un bene collettivo, quindi anche al bene dell’ambiente.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza nel tuo quotidiano?
Posso dire di aver imparato ad osservare. Credo che uno degli aspetti più potenti del documentario sia l’entrare in contatto con ciò che si vede, credo che il mio sia un documentario di osservazione, un’osservazione meditativa, del tutto diversa da quella televisiva. Le immagini del documentario sono magiche, perché fanno entrare in empatia con una farfalla, una formica… con la natura, che è bellezza pura, pulita. Ho cercato di far percepire la terra come una persona, come un essere, dotato di pelle, vestiti, capace di provare piacere e dolore. Dunque credo che la terra dovrebbe anche essere meritevole di una significativa tutela giuridica, ed ho sviluppato una forte consapevolezza in questa direzione.
Qual è stato il percorso “istituzionale” del documentario?
Il documentario è stato proiettato per la prima volta al Festival Internazionale del Costa Rica e ha vinto subito una menzione speciale. Da lì, ho partecipato a svariati festival internazionali: Jacarta, Bolivia, vari Festival dell’Ambiente, Rome Independent Film Festival. Praticamente ad ogni proiezione il documentario ha vinto una menzione speciale. Recentemente sono stato a Montecarlo, al Festival per la Terra, che è un festival scientifico con un pubblico di scienziati, tra cui c’era perfino un premio Pulitzer! Sono stato anche invitato al Festival dei Diritti Umani di Hong Kong. Da un punto di vista commerciale invece non è stato venduto alle televisioni, a parte on demand su internet, perché probabilmente il mio non è un linguaggio usato in televisione. Ma forse mi sono solo un po’ boicottato, e inizierò un percorso anche in questo senso”.
Carmelo sta scrivendo il suo prossimo documentario. Verrà girato tra l’Italia, l’Egitto e la Francia: non si concentrerà sulla tematica ambientalista ma sarà, di nuovo, un lavoro magico, un prezioso strumento al servizio dello sviluppo personale.
Intanto, se non l’avete ancora visto, fatelo: Iriria – Niña Tierra.
È un documentario potente e necessario.
ENGLISH VERSION>>>>
Iriria – Niña Tierra it’s a magnificent documentary about environment and economy: the first work of director Carmelo Camilli, born in Sicily in 1981 but in love with Florence, where he started his career firstly as a simple cameramen, before moving to Rome and becoming a video-journalist for Rai, Mediaset and Sky channels. Nowadays, he still collaborates with Thomson Reuters International Agency but, he felt that it was the right moment for him to direct his first own documentary. He was wondering about environment and the related conflicts, not from a technical or scientific point of view, but more as a projection of an internal unbalance: searching for an insight perspective rather than an external one. That’s why he spent three months in Costarica to research, exploring the habits of the indigenous community BriBri-Cabecar, in Alta Talamanca, who live in spiritual harmony and symbiosis with nature: here, every natural element as ground, wind, water or seeds are seen as symbols or means for a deeper reflection: “When I’m talking about ecology, I’m doing anything but talking about myself” says an indigene. Economy, to them, doesn’t mean just ‘to have money to spend’, unless ‘to protect in order to survive’. This approach radically affects their relationship with nature and environment and this came out in a poetical way, through the powerful scenes of Iriria: a vision of a different cosmos where earth it’s either sacred and magical: being in contact with, can help to solve different conflicts.
The documentary took part in several international festivals as in Jacarta, Bolivia and Rome Independent Film Festival, always obtaining a special mention. The director is now working to his next project but, in the meanwhile, don’t wait for televisions to broadcast it, find
Iriria on demand on Internet: it worths.
Testo di Martina Scapigliati